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1. Che cos'è la filosofia

Etimologia e significato

La filosofia nasce nel mondo greco classico. Etimologicamente significa amore per il sapere: il termine philia non indica l'amore romantico ma qualcosa di più ampio — un'amicizia, una relazione che comporta distanza tra le parti. La filosofia, in quanto amicizia con il sapere, non aspira al possesso della verità, ma lascia che essa evolva: la verità è un obiettivo a cui ci si avvicina progressivamente senza mai esserne certi di possederla.

Il vero iniziatore della filosofia è Socrate. Platone ce lo descrive come colui che, attraverso domande, aiutava gli interlocutori a "partorire" la verità: non la insegnava, la faceva emergere. Socrate elaborò la cosiddetta tecnica maieutica. Alla fine della sua vita fu condannato per corruzione dei giovani, per aver messo in discussione la religione e l'obbedienza alle istituzioni.

La filosofia è anche una tradizione: un lungo dialogo che inizia da Socrate e arriva ai nostri giorni, in cui ogni pensatore riprende le domande e le conclusioni dei predecessori per rielaborarle.

Due definizioni a confronto

Definizione 1 — Petrucciani

La filosofia è una pratica discorsiva con due caratteristiche fondamentali:

  • Metodo: il discorso razionale. In una discussione deve prevalere l'argomento migliore, quello meno attaccabile. La discussione razionale è idealmente democratica: tutti possono partecipare, purché lo facciano attraverso l'argomentazione.
  • Oggetto: l'orientamento degli esseri umani nel mondo. È un problema di senso rispetto alla realtà — non solo come funziona la realtà, ma perché e cosa significa.

Esempio: Hannah Arendt non si chiede solo come funzionano i regimi totalitari, ma perché abbiamo bisogno di un concetto nuovo per pensarli. Si interroga sul senso, non solo sui fatti.

Definizione 2 — Deleuze e Guattari

Per Deleuze e Guattari la filosofia è prima di tutto creazione di concetti. Il filosofo è "l'amico dei concetti" e la filosofia è "l'arte di inventare concetti". I concetti non sono né veri né falsi: sono operatori di realtà, perché la fanno emergere. Esempio: Arendt inventa il concetto di totalitarismo, che permette di vedere e nominare qualcosa che prima non aveva forma concettuale.

Che cos'è la giustizia

Nella Repubblica di Platone, Socrate chiede cosa sia la giustizia. Il sofista Trasimaco risponde con una definizione realistica e provocatoria: "La giustizia altro non è che l'utile del più forte". Chi riesce a prendere il potere stabilisce ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Questa concezione anticiperà secoli di pensiero realistico in filosofia politica.

Punti chiave da ricordare

  • La filosofia è amore per il sapere, non possesso della verità.
  • Socrate: maieutica — far emergere la verità attraverso domande.
  • Petrucciani: metodo razionale + orientamento nel mondo.
  • Deleuze/Guattari: la filosofia crea concetti che fanno emergere la realtà.
  • Trasimaco: la giustizia è l'utile del più forte (anticipo del realismo politico).

2. Che cos'è la politica e la filosofia politica

La sfera del potere

La politica è la sfera dell'esistenza umana caratterizzata dalla presenza del potere. Ma cos'è il potere? Esistono almeno due grandi concezioni:

  • Dimensione verticale (Petrucciani/Weber): il potere come comando-obbedienza. Il grado zero è la violenza. Weber definisce lo Stato come il monopolio della forza legittima: l'istituzione che, attraverso tentativi di legittimazione, detiene il monopolio dell'uso della forza.
  • Dimensione orizzontale (Foucault): il potere come azione che si esercita su azioni. Il potere disciplinare non agisce solo attraverso le leggi dello Stato ma attraverso la disciplina dei corpi. Condiziona la libera azione dei soggetti modellandola. Il potere è mobile ed esercitabile da entrambe le parti; il soggetto rimane libero ma la sua libertà viene orientata.

Filosofie politiche realistiche e normative

Si distinguono due grandi famiglie di filosofia politica:

Filosofie politiche realistiche

Cercano costanti strutturali nella sfera politica: la politica è lotta per la conquista e il mantenimento del potere. Il conflitto, la guerra, l'inganno fanno parte ineliminabile della politica. Questa concezione tende a separare la sfera politica da quella morale.

  • Machiavelli: chi ha il potere deve agire come il leone e la volpe (forza e astuzia). Perseguire la morale porta alla rovina. Non c'è immoralità ma una morale politica diversa da quella privata.
  • Carl Schmitt: il criterio specifico della politica è la distinzione amico/nemico. È la distinzione più intensa e autonoma rispetto a ogni altra sfera.
  • Weber: distingue etica delle intenzioni (un'azione è giusta se segue principi giusti) ed etica della responsabilità (un'azione è giusta in base ai suoi esiti). Il politico deve privilegiare l'etica della responsabilità.

Filosofie politiche normative

Si interrogano su cosa dovrebbe essere la politica. Partono dall'assunto che la politica è una branca della morale e applicano criteri di giustizia alla sfera politica. La domanda classica è: qual è la miglior forma di governo?

  • Hobbes: lo Stato assoluto.
  • Locke: lo Stato liberale.
  • Rousseau: la democrazia diretta.
  • Kant: il repubblicanesimo e la confederazione mondiale di Stati.

Filosofie politiche critiche

Le filosofie critiche sono un sottotipo delle filosofie normative. Si distinguono ulteriormente in:

  • Utopistiche (rivoluzionarie): la miglior forma di governo è in un aldilà dal presente. Esempio: Marx.
  • Apologetiche (conservative): la miglior forma è quella già esistente. Esempio: Hegel.
  • Critiche riformatrici: accettano il presente ma mirano a riformarlo. Esempio: Kant.

Filosofie critiche non normative

Esistono filosofie critiche senza programma positivo (pars destruens senza pars construens): criticano senza proporre alternative. Denunciano rapporti di potere dove la subordinazione sembrava un dato naturale, attraverso la denaturalizzazione: mettere in discussione ciò che è considerato naturale. Esempio: Foucault definisce la critica come "l'arte di non essere governati, o meglio di non essere governati in questo modo e a questo prezzo".

L'obiezione di Habermas a Foucault: per criticare una forma di potere occorre avere un'idea di come dovrebbero andare le cose. L'accusa è di essere criptonormativo: critico senza esplicitare la propria norma.

La differenza tra filosofie normative/realistiche e quelle critiche non normative sta nel punto di vista dell'osservatore: le prime guardano il potere da parte di chi lo esercita; le seconde lo guardano da parte di chi è governato e oppresso.

Filosofie universaliste e del particolare

  • Universaliste: il filosofo adotta il punto di vista di Dio, guarda all'esistenza umana senza esserne coinvolto. Esempio: Platone, Kant.
  • Del particolare: il filosofo è figlio del suo tempo. Esempio: Hegel e la sua filosofia apologetica; Foucault con l'"ontologia del presente" — il filosofo partecipa al cambiamento del presente interrogando il proprio tempo.

Punti chiave da ricordare

  • La politica è la sfera del potere: verticale (comando-obbedienza) e orizzontale (disciplina, Foucault).
  • Filosofie realistiche: la politica è lotta per il potere; separazione dalla morale.
  • Filosofie normative: la politica deve realizzare la giustizia.
  • Filosofie critiche: denunciano rapporti di potere naturalizzati; punto di vista degli oppressi.
  • Denaturalizzazione: leggere come frutto di potere ciò che sembrava naturale.

3. I classici e la nascita della modernità

Cosa sono i classici (Calvino, 1981)

Italo Calvino dà 14 definizioni di "classico". Le più significative per il corso:

  • Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.
  • Di un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.
  • Un classico è ciò che tende a relegare l'attualità al rango di rumore di fondo, ma di questo rumore non può fare a meno.
  • I classici ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture precedenti e dietro la traccia lasciata nella cultura.

La lettura dei classici istituisce una relazione con il presente: interrogarci su un classico significa interrogarci su noi stessi. Hobbes è classico perché pensiamo la politica con categorie che vengono da lui; se smettessimo di vivere nello Stato, smetteremmo di considerarlo classico.

La nascita della modernità politica

La modernità politica si definisce come lo Stato-mercato: l'istituzione con un unico codice civile e penale, con individui liberi e uguali. La data fondamentale è il 1648: la Pace di Vestfalia mette fine alla Guerra dei Trent'anni e sancisce la nascita degli Stati nazionali sovrani.

La prima opera tipica della modernità politica è il De Cive (Hobbes, 1642), seguita dal Leviatano (1651). La modernità politica consiste nell'invenzione della sovranità statale, corredata dall'idea dell'individuo libero e uguale. Pensare i soggetti come liberi e uguali è stata una rivoluzione del pensiero.

Prima della modernità, il mondo era pensato come un cosmo ordinato da gerarchie naturali volute da Dio — incarnato nell'Allegoria del Buon Governo di Lorenzetti: la sapienza divina orienta chi governa, la popolazione è rappresentata per ceti (patrizi, plebei, clero, artigiani), il singolo conta solo come membro del proprio ceto. Non c'è uguaglianza: il mondo è un ordine naturale e gerarchico.

Punti chiave da ricordare

  • 1648: Pace di Vestfalia = nascita degli Stati sovrani moderni.
  • Modernità politica: individui liberi e uguali, sovranità come principio ordinatore.
  • Premodernità (Lorenzetti/Aristotele): gerarchia naturale, ordine voluto da Dio, soggetti come membri di ceti.
  • I classici: autori il cui pensiero continua a strutturare il nostro modo di vedere la realtà.

4. Aristotele

La concezione premoderna della politica

Aristotele domina il pensiero medievale attraverso la scolastica (Agostino, Tommaso). Il suo pensiero rappresenta il modo premoderno di concepire la politica: opposto a quello di Hobbes, con cui è necessario confrontarsi.

La natura dell'uomo e della comunità

Per Aristotele, l'uomo è un animale politico (zoon politikon): nasce per stare in comunità. La comunità non è frutto di un contratto ma è naturale. In principio non c'è l'individuo solo — ci sono subito comunità originarie: la famiglia (unione di maschio e femmina per la riproduzione e di padrone e schiavo) da cui si formano villaggi, poi la città (polis).

Il concetto aristotelico di natura è teleologico: la natura è pensata secondo il fine. L'uomo nasce al fine di stare in comunità. Hobbes è invece causalista: cerca la causa delle cose. La natura umana porta l'uomo alla pace e alla comunità — la posizione opposta a Hobbes, che la vede portare alla guerra.

Le gerarchie naturali

Nel pensiero aristotelico, i rapporti gerarchici sono naturali e non richiedono spiegazioni:

  • La donna è sottomessa all'uomo (ha la facoltà deliberativa ma non l'autorità).
  • Lo schiavo è sottomesso al libero (chi nasce schiavo non sa deliberare).
  • Il ragazzo obbedisce perché non ha ancora sviluppato la capacità deliberativa.

Lo Stato è anteriore all'individuo: è il fine della vita umana. Chi non è capace di entrare nella comunità o non ne sente il bisogno è una bestia o un dio, non un uomo.

Teoria politica: le forme di governo

Aristotele distingue 3 forme rette e 3 forme corrotte di governo:

  • Rette: Monarchia (governo di uno), Aristocrazia (governo dei pochi e migliori), Politeia (governo di tutti). Si distinguono perché governano per il bene comune.
  • Corrotte: Tirannide, Oligarchia, Democrazia. Si distinguono perché governano per interesse egoistico.

La Politeia è la migliore delle forme realizzabili. Non è la democrazia (governo dei poveri) né l'oligarchia (governo dei ricchi), ma il governo del ceto medio: apre le cariche a chi non è né ricco né povero, attraverso meccanismi elettivi che preservano il merito. Lo Stato migliore garantisce sussistenza a tutti, perché grande ricchezza e grande povertà conducono alla tirannide.

Perché il governo dei molti può essere il migliore? Perché nel confronto, molti insieme raggiungono una saggezza superiore a quella di ciascuno; perché escluderli potrebbe rendere il governo instabile; perché i molti sono giudici naturali del governo, anche senza possedere l'arte del governare.

L'Etica Nicomachea

Il problema della politica è la realizzazione del bene. L'uomo deve disporre di tre tipi di beni: esteriori, del corpo e dell'anima. Quelli dell'anima — in particolare la vita contemplativa — assicurano la felicità in modo superiore. Le virtù si distinguono in:

  • Virtù dianoetiche: permettono l'accesso alla vita teoretica (sapere).
  • Virtù etiche: riguardano la pratica (giustizia, coraggio, temperanza, amicizia).

Punti chiave da ricordare

  • L'uomo è animale politico: nasce per stare in comunità (posizione opposta a Hobbes).
  • La politica è naturale, non artificiale: non serve un contratto per giustificarla.
  • Le gerarchie (donna/uomo, schiavo/libero) sono naturali e non richiedono spiegazione.
  • Concetto teleologico di natura: tutto tende verso un fine (≠ Hobbes, causalista).
  • Politeia = miglior forma realizzabile: governo del ceto medio, né troppo ricco né troppo povero.
  • Fine della polis: non la sicurezza (Hobbes) né l'economia, ma il vivere bene.

5. Hobbes

La rivoluzione moderna

Con Hobbes la sfera della politica non viene più vista come un mondo ordinato ma come un costrutto artificiale: un patto della volontà di individui pensati come liberi e uguali. Petrucciani parla di "cesura di Thomas Hobbes": rompe con la tradizione scolastica e aristotelica inventando la modernità politica.

La grande domanda della modernità è: se gli uomini sono liberi e uguali, perché vivono sotto un potere politico? Cosa giustifica la produzione di un potere che comanda ad altri cosa fare? Questo è il problema del contrattualismo hobbesiano.

Lo stato di natura

Hobbes immagina uno stato naturale ipotetico ("statulin"): come vivrebbero gli uomini senza potere politico? Il risultato è la famosa formula: la vita sarebbe solitaria, misera, ostile, animalesca e breve. Gli esseri umani si farebbero una guerra incessante — la "guerra di tutti contro tutti" (bellum omnium contra omnes).

Le tre cause principali di conflitto nella natura umana sono:

  • Rivalità (passioni acquisitive): volere cose per la sopravvivenza.
  • Diffidenza: sapendo che l'altro non darà garanzie, conviene attaccare per primi.
  • Gloria/orgoglio: il desiderio di primeggiare e essere riconosciuti come superiori.

Gli esseri umani sono naturalmente uguali perché anche il più debole può uccidere il più forte con l'astuzia o il tradimento: questo è il grado zero dell'uguaglianza. Hobbes non pensa gli uomini come cattivi, ma come competitivi. Nello stato di natura non esiste giustizia né proprietà: vale solo il diritto a tutto, che equivale all'assenza di qualsiasi diritto reale.

Tuttavia due elementi spingono fuori dallo stato di natura: la paura della morte e la ragione (come capacità di calcolo). Le leggi di natura indicano come comportarsi per sopravvivere, ma nello stato di natura nessuno le rispetterà davvero, perché la diffidenza non consente fiducia reciproca.

Il patto sociale e la sovranità

La soluzione è un patto di rappresentanza stretto orizzontalmente tra gli individui: ognuno cede il proprio diritto a tutto a un terzo — il sovrano — e decide di farsi rappresentare da lui. La formula hobbesiana è: "Io autorizzo e cedo il mio diritto di governare me stesso a quest'uomo o a questa assemblea."

Punti fondamentali del patto:

  • Il sovrano non stringe alcun patto con i sudditi — sono i sudditi a stringerlo tra loro. Il sovrano quindi non ha alcun obbligo verso il popolo.
  • Il sovrano è assoluto: sciolto dall'obbedienza di qualsiasi legge, perché è lui la fonte del diritto.
  • La moltitudine diventa popolo solo attraverso il sovrano: senza rappresentante non c'è unità. "Non si può pensare un popolo senza un sovrano."
  • Il sovrano è rappresentato nel Leviatano come un uomo composto da tante piccole figure umane: è esso stesso fatto di popolo.

Esempi storici che Hobbes usa per supportare la tesi dello stato di natura: gli indiani d'America (privi di istituzioni), l'arena internazionale (i sovrani sono tra loro in stato di natura), la guerra civile (dove non c'è un potere abbastanza forte).

Assolutismo e libertà

Hobbes è assolutista ma ha un concetto di libertà tipicamente liberale: la libertà come assenza di impedimenti (libertà negativa). Le leggi sono impedimenti: dove la legge non si esprime, il cittadino è libero. Il sovrano lascia sfere di libertà ai cittadini (commercio

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher federicabazziga di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie dei conflitti e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Verona o del prof Bernini Lorenzo.
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