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Origini dell’Europa

Lazzari-Montanari 2013-2014

Andrea Cenerelli

Tempi barbarici

L’Europa occidentale tra antichità e medioevo (300-900)

Stefano Gasparri-Cristina La Rocca

Argomenti lezioni

Fatti importanti

Introduzione: reinterpretare l’alto medioevo

Gli schemi ottocenteschi

I primi secoli successivi alla fine dell’età antica sono percepiti dal “comune senso storiografico” come l’appendice più oscura di un’età, il medioevo intero, che è già di per sé oscura nella coscienza comune. Il quadro del periodo è molto più complesso e ricco di contenuti.

L’interpretazione diffusa dell’alto medioevo si basa su una serie di schemi, la maggior parte dei quali è di origine ottocentesca e di stampo nazionalista. Uno di questi schemi tradizionali è quello che chiama subito in causa i barbari. Le Völkerwanderungen, ovvero le “migrazioni dei popoli” della storiografia tedesca classica, quelle che la storiografia di lingua romanza, Francia e Italia, definiva invece “grandi invasioni” o “invasioni barbariche”, sono sempre state al centro di ogni riflessione sulla fine del mondo antico.

La grande fortuna che questi temi ebbero nel pensiero storiografico del XIX secolo, non solo in età romantica, ma in tutto l’Ottocento, risiedeva nel fatto che, più che mettere in rilievo la fine del mondo romano, in realtà si parlava dell’origine stessa delle nazioni europee. Ciò è avvenuto perché la storiografia moderna, che è nata proprio nell’Ottocento, ha individuato in quei secoli le radici delle nazioni europee, e ha finito così per proiettare sul lontano passato altomedievale pulsioni ed esigenze nazionalistiche che ci hanno tramandato un “paesaggio avvelenato”.

La diversità di definizioni “migrazioni/invasioni” non deve ingannare: nello schema ottocentesco, in entrambi i casi gli spostamenti in massa di popoli erano un dato fondamentale, con una differenza: mentre per la storiografia di lingua tedesca il fattore storico principale era proprio l’irruzione delle tribù tedesche nel cuore del mondo romano, per quella di lingua romanza l’elemento forte erano invece le invasioni e la distruzione della civiltà antica che le migrazioni avrebbero portato con sé.

Dopo la guerra franco-prussiana (1870) la contrapposizione al nascente nazionalismo tedesco portò gli autori francesi a rifiutare l’idea che la dominazione barbarica avesse potuto avere un qualsiasi ruolo nel forgiare la nazione. I Franchi poterono così, se considerati Tedeschi, essere biasimati per la loro intrinseca violenza e la struttura primitiva del loro agire sociale, e all’inverso, se considerati Francesi, come una specie di barbari particolari, precocemente civilizzati grazie alla loro rapida conversione al cattolicesimo e al battesimo di re Clodoveo, avvenuto nel 496.

Diversa è la situazione italiana, dove l’idea che l’invasione per eccellenza, quella longobarda, sia stata una catastrofe epocale, è sempre stata maggioritaria, almeno da Alessandro Manzoni in poi, che difendeva la politica papale dell’VIII secolo. Dunque si parlò di invasione, e di invasione durissima, intendendo con questo termine la migrazione compatta di un popolo etnicamente ben distinto e caratterizzato da istituzioni, leggi, lingua e religione sue proprie e aliene rispetto all’Italia e ai Romani-Italiani.

Sul fronte della storiografia di lingua tedesca, l’idea stessa di “età della migrazione dei popoli” si inserisce nello studio complessivo di quella che un tempo si chiamava “antichità germanica”: civiltà e storia dei Germani e migrazioni erano due temi inseparabili all’interno. Ma questo accostamento ci ricorda che alla base del problema “migrazioni” c’è la necessità di definire correttamente i suoi protagonisti, ossia i “popoli”, e di comprendere cos’era realmente una gens. Le migrazioni chiamano quindi in causa la questione dell’etnicità, da sempre sentita nella storiografia tedesca. Questa nel XIX secolo sviluppò l’idea dei popoli come individualità, che erano soggetti della storia, dotati di una loro specifica Volksseele (“anima di un popolo”), e che come gli individui avevano i loro alberi genealogici e discendevano gli uni dagli altri: così in origine c’erano gli Indoeuropei, e da essi erano derivati i Germani, caratterizzati da specifiche qualità (coraggio, semplicità, fede). Questi Germani/Tedeschi si sarebbero poi divisi in diverse “tribù”: Sassoni, Svevi, Franchi, Goti e così via.

Molte di queste tribù emigrarono durante la Völkerwanderung e fondarono i regni sorti sulle rovine dell’impero romano. Dalle altre, dopo duri conflitti, si sarebbe affermata l’unità tedesca. Questo, per somme linee, è il quadro ottocentesco della storiografia di lingua tedesca: le tribù germaniche, o francamente tedesche, e le loro migrazioni sarebbero alla base della formazione della civiltà germanica dapprima, della nazione tedesca poi.

Nonostante tutte le difficoltà e le critiche, il paradigma romantico fornisce ancora oggi un’interpretazione della storia infinitamente più accattivante e suggestiva di quella proposta dalla nuova storiografia.

Le angosce del presente

Esaminiamo la stessa questione tenendo al centro dell’attenzione non i barbari in sé, ma la fine dell’impero romano, spesso drammaticamente presentata come la “caduta di Roma”. La posizione interpretativa maggiore oggi vede la questione all’interno di un nuovo paradigma interpretativo, la “trasformazione del mondo romano”.

Risposta all’impostazione nazionalistica di stampo ottocentesco, la spinta non era più quella di individuare la nascita dei popoli e delle nazioni europee, ma quella di evidenziare le basi sulle quali era nata l’Europa. Secondo questa impostazione, la trasformazione del mondo romano si sarebbe verificata molto lentamente, in prevalenza per fattori endogeni, fra i quali vanno compresi gli stessi barbari, che non sono affatto intesi come portatori di una cultura estranea, bensì come abitanti della periferia del mondo romano e pertanto profondamente integrati nei valori, negli stili di vita e nella struttura gerarchica e sociale di quel mondo. Idea evidentemente tributaria delle pulsioni del presente, della speranza di assorbimento senza traumi nell’Europa attuale delle masse che premono dal Terzo mondo. La nascita dell’Europa, che è il sottotesto di tutta la discussione storiografica, in tal modo non scaturirebbe da un cumulo di rovine, la distruzione di un “mondo perfetto”, ma sarebbe invece il risultato di un lento processo che, nelle sue linee macrostoriche, può essere letto in profondità più come pacifico che come violento.

Le novità metodologiche fondamentali

Negli ultimi venti anni, la natura stessa dei barbari e dei loro rapporti con l’impero e con il mondo romano è stata oggetto di studi che ne hanno cambiato profondamente l’immagine, collocandoli totalmente dentro i processi di trasformazione del mondo tardoantico. Il retroterra di questo cambiamento è una nuova interpretazione dell’etnicità di questi popoli, che è debitrice dell’influenza delle scienze sociali e in particolare dell’antropologia.

Importante è stata la ricerca archeologica, l’intreccio delle fonti archeologiche e le fonti scritte, come per esempio lo studio degli empori altomedievali. Novità sul piano del metodo è il “linguistic turn”, che ha trasferito nell’analisi delle fonti scritte più tradizionali, le narrazioni storiche, metodi di indagine e valutazione della teoria letteraria, che hanno portato a riconsiderare il valore di informazione fattuale fornito dalla fonte narrativa: quest’ultima infatti, lungi dal riflettere la realtà dei fatti del passato, sarebbe il frutto della strategia intellettuale del suo autore, portatrice dunque di una visione che da una parte è soggettiva e dall’altra è però fortemente influenzata dai centri di potere che l’hanno prodotta, ammettendo l’esistenza di una barriera fra noi e gli eventi del passato. Questa rivoluzione interpretativa ha consentito di ricostruire alcune “narrazioni” dominanti, come per esempio quella che si sviluppa in età carolingia intorno al potere regio e poi imperiale franco e che ne costituisce uno dei vincoli più forti di legittimazione.

Uno dei paradigmi interpretativi più interessanti della ricerca altomedievistica degli anni novanta del secolo scorso è stato quello che possiamo definire “constructing the past”, “costruire il passato”, ovvero lo studio dei modi con i quali una società guarda al suo passato e dà forma alla propria memoria di esso. Lette in questo modo le fonti medievali non sono semplici riflessi delle realtà del passato, ma modi di creare un nuovo passato per il presente, quello del pubblico al quale le fonti stesse sono indirizzate.

Inoltre una maggiore attenzione al contesto codicologico nel quale i testi narrativi si collocavano, permette di trarre indicazioni importanti dai codici considerati nella loro totalità. Troppo spesso dimentichiamo che le cronache circolavano materialmente all’interno di codici che, nel loro complesso (testo e miniature), trasmettevano dei messaggi. Quando l’Eneide fu inserita in un codice contenente una cronaca di età carolingia relativa alla storia franca, il Liber Historiae Francorum, ciò accadde perché per l’autore del codice e per il pubblico al quale si riferiva, l’Eneide era un testo collegato alla storia dei Franchi: ne narrava le origini, strutturando il mito delle origini troiane dei Franchi.

Un ulteriore strumento interpretativo rispetto ai testi tradizionali si deve all’antropologia: la conoscenza dei meccanismi con i quali si costruisce il discorso etnografico consente di smontarlo e di andare oltre rispetto alla prospettiva romano-cristiana di cui i nostri autori si fanno portavoce.

Una cronologia problematica

Anche la cronologia proposta in questo libro supera gli schemi tradizionali. Molte periodizzazioni, benché utili e utilizzate, sono in parte inadeguate a esprimere le esigenze della ricerca recente, che necessita di una cronologia più fine e meno ancorata a segmenti temporali tradizionali.

Il mondo “altomedievale” sembrerebbe allora più “postromano”, in quanto l’alto medioevo appare una società completamente diversa da quella antica. La prima società autenticamente altomedievale è quella carolingia, che configura le strutture di base caratterizzanti dell’alto medioevo europeo. Poi sarebbe più corretto parlare di società medievali, in quanto, anche solo per fare un esempio, all’interno del blocco carolingio le specificità regionali ebbero un peso molto rilevante: l’Italia longobarda e carolingia non era identica al mondo carolingio d’oltralpe. L’età carolingia rappresenta il momento in cui si configurano chiaramente strutture sociali, politiche, economiche, religiose e culturali definibili come medievali.

Henri Pirenne portò una visione negativa per la quale l’impero carolingio, imbottigliato in una dimensione nordica e lontano dal Mediterraneo, significava la fine della prolungata tarda antichità mediterranea e annunciava il nuovo medioevo agrario. Politicamente, ciò voleva dire la messa in campo delle istituzioni feudali, la nascita del feudalesimo e dunque la strada aperta, dopo la brevissima esperienza del forte regno di Carlo Magno, alla frammentazione del potere e alla nascita di una società rozza e violenta.

Al contrario abbiamo la valutazione positiva delle stesse basi economiche di età carolingia da parte di Georges Duby, che le interpretò come il vero punto di partenza della crescita dell’occidente medievale. Oggi il progresso degli studi, anche grazie a nuovi dati archeologici, vede per esempio con sicurezza nell’età carolingia la prima tappa della forte crescita che caratterizzerà l’economia europea dei secoli successivi.

La storiografia contemporanea quindi non vede più nell’impero carolingio la culla del “feudalesimo”, infatti questo è oggi interpretato come una creazione fittizia della storiografia: anche la “piramide feudale” va archiviata fra gli schemi da superare definitivamente. I rapporti feudali, ma è meglio, nella loro forma carolingia, chiamarli vassallatico-beneficiari, sono oggi studiati come veri e propri network di relazioni elaborati dall’interno delle società altomedievali e non come elementi di sopraffazione e disordine. Qui come in molti altri casi, gli schemi ottocenteschi devono essere quindi non solo superati, ma rovesciati.

Capitolo I: società, religione e politica nell’impero tardoantico

Premessa: l’impero assediato? Una fine controversa

Un trattato sull’arte militare, il De rebus bellicis, composto all’età di Costanzo II, fra il 353 e il 360 suggerisce quali fossero, agli occhi di un contemporaneo, i più drammatici nodi che lo stato romano era chiamato a risolvere verso la fine del IV secolo, dopo che le grandi riforme dioclezianee e soprattutto costantiniane avevano salvato l’impero che usciva dalla crisi dell’anarchia militare (235-284). L’anonimo sottolinea che l’impero era una fortezza assediata, dai barbari orientali però, Persiani, gli Arabi, i Berberi. Il mondo civile e la barbarie sono presentati come due realtà opposte e inconciliabili. La fonte individua nella difesa dei confini il problema principale dello stato romano. La questione militare si legava però alle difficoltà nel mantenimento dell’ordine interno, minacciato dalla mancanza di giustizia sociale. La società del tardo impero era ingiusta per l’anonimo, schiacciava le masse, specialmente quelle contadine. La conseguenza era un distacco della popolazione più umile, rovinata dalla politica imperiale.

Tuttavia dobbiamo guardarci dallo sposare la tesi catastrofista, da “psicologia dell’assedio”, che è espressa dall’anonimo. Infatti si deve distinguere tra la fine dello stato romano occidentale, un fenomeno che si verificò nel corso del secolo V, e la fine, o trasformazione, della civiltà antica, che invece è un processo lungo, plurisecolare. Per cogliere la differenza tra i due fenomeni può essere illuminante la lettura di una lettera inviata dal re ostrogoto Teoderico ad Agapito, prefetto dell’Urbe, ossia di Roma, l’anno è il 508/509. La politica edilizia di cui si parla nel testo è quella del re, la sua impronta è totalmente romana, nella promozione e costruzione di edifici pubblici all’interno delle città, in questo caso di Ravenna. Questa affermazione della legittimità sovrana attraverso la politica edilizia, l’imitazione delle forme romane, si riscontra anche negli altri regni barbarici.

Questi ultimi si caratterizzano quindi, più che come regresso a condizioni di vita primitive, come dei regni postromani. Il re stesso è chiamato Princeps al modo romano, per esempio. La distanza nel tempo fra il De rebus bellicis e la lettera di Teoderico è utile per cogliere la lentezza con cui si avviavano i cambiamenti profondi del mondo romano. La fine del mondo antico non è definibile semplicemente nei termini di una “caduta dell’impero romano”, ma piuttosto in quelli di una “trasformazione del mondo romano”.

Lo stato

Un dato saliente della storia del tardo impero romano è il progressivo allontanamento l’una dall’altra, a partire dalle riforme amministrative di Diocleziano (284-305), delle due parti, l’occidentale e l’orientale, di cui l’impero stesso si componeva. Non nacquero mai due imperi distinti ma le sedi imperiali e gli stessi imperatori furono quasi sempre due. Con Diocleziano, il primo restauratore dell’ordine dopo la crisi dell’anarchia militare (235-284), la carica imperiale divenne collegiale, nella forma dell’ordinamento tetrarchico. La tetrarchia (governo dei quattro), prevedeva un “augusto”, con un “cesare” a lui subordinato in occidente, e due omologhi in oriente.

Dopo varie lotte la tetrarchia si semplificò alla morte di Teodosio (395), in una più stabile divisione in due sedi e figure imperiali tra oriente e occidente, che perdurò fino all’estinzione della carica imperiale in occidente nel 476. Le trasformazioni di Diocleziano furono profonde, moltiplicò il numero delle provincie, riducendo l’estensione di quelle già esistenti e assoggettando anche l’Italia a tale ordinamento: ossia la suddivise in province e di conseguenza la sottomise a tributi dai quali era esente, in primo luogo all’annona. Tali provvedimenti segnarono la fine del ruolo dominante della penisola. Le nuove e più piccole provincie furono raggruppate in diocesi e queste in unità più grandi, le prefetture al pretorio. Dal 396 le prefetture furono quattro: Gallia, Italia-Africa, che formarono la pars occidentis, Oriente, Illirico la pars orientis. I prefetti al pretorio costituivano il vertice dell’amministrazione burocratica. Erano funzionari civili, così come i vicari capi delle diocesi e i presidi capi delle provincie. Un principio cardine del basso impero è la rigida distinzione tra carriere civili e carriere militari.

Sotto Costantino (312-337) conobbe un forte sviluppo la corte, come centro coordinatore della vasta rete burocratica dell’impero. Il funzionario principale era il magister officiorum, che presiedeva agli officia (ministeri), dai quali dipendeva tutta l’amministrazione d

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/01 Storia medievale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninaaaa.s di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Long Micol.
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