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La seconda rivoluzione industriale

Introduzione

La seconda rivoluzione industriale è la fase di trasformazione economica e tecnologica che, tra il

1870 circa e lo scoppio della prima guerra mondiale nel 1914, cambiò il volto dell'Europa, degli

Stati Uniti e del Giappone. Se la prima rivoluzione industriale, nata in Inghilterra a metà del

Settecento, si era fondata sul carbone, sul ferro e sulla macchina a vapore, la seconda mise al centro

l'elettricità, il petrolio, l'acciaio e la chimica.

Le differenze rispetto alla prima fase non riguardano solo le fonti di energia e i materiali.

Cambiarono il rapporto tra scienza e industria, perché le scoperte dei laboratori divennero la base di

prodotti nuovi. Cambiò l'organizzazione del lavoro, con la produzione in serie. Cambiò la struttura

stessa delle imprese, sempre più grandi, finanziate dalle banche e spesso unite in gruppi capaci di

dominare interi mercati.

Un altro tratto distintivo è la geografia. L'Inghilterra, che aveva guidato la prima rivoluzione, perse

il primato: Germania e Stati Uniti la raggiunsero e in certi settori la superarono, mentre anche

Francia, Belgio, Giappone e, in modo più lento e disomogeneo, Italia entrarono nel gruppo dei paesi

industriali. Il testo che segue ricostruisce il contesto, le innovazioni principali, le trasformazioni del

lavoro e dell'economia, le conseguenze sociali e il legame con la politica internazionale dell'epoca.

Il contesto e le origini

Lo sviluppo della seconda rivoluzione industriale avvenne in un periodo di forte instabilità

economica. Tra il 1873 e il 1896 l'Europa attraversò la cosiddetta Grande Depressione, una lunga

fase in cui i prezzi dei prodotti agricoli e industriali calarono, i profitti si ridussero e molte imprese

entrarono in crisi. La causa principale fu la sovrapproduzione: l'agricoltura americana e russa,

grazie a ferrovie e navi a vapore, inondò i mercati europei di grano a basso costo, mentre l'industria

produceva più di quanto il mercato riuscisse ad assorbire.

La crisi spinse gli imprenditori a cercare soluzioni nuove. Per resistere alla concorrenza bisognava

ridurre i costi, produrre di più con meno lavoro e inventare prodotti diversi. Questo stimolò

l'innovazione tecnica e l'adozione di metodi di produzione più efficienti. In questo senso la

depressione non fu solo un periodo di difficoltà, ma anche il motore di una profonda

ristrutturazione.

Un secondo elemento decisivo fu il nuovo legame tra scienza e tecnologia. Nella prima rivoluzione

industriale molte invenzioni erano nate dall'esperienza pratica di artigiani e meccanici. Dopo il 1870

gran parte delle innovazioni derivò invece da studi scientifici sistematici, condotti in università e

laboratori. La fisica e la chimica ebbero un ruolo centrale, e le grandi imprese cominciarono a

creare propri laboratori di ricerca, assumendo scienziati e ingegneri. La Germania fu l'esempio più

riuscito: le sue università e i suoi istituti tecnici formarono generazioni di chimici e ingegneri che

alimentarono la crescita industriale del paese.

I protagonisti furono soprattutto tre. Gli Stati Uniti disponevano di un grande territorio, di risorse

naturali enormi e di un mercato interno in rapida espansione, alimentato dall'immigrazione. La

Germania, unificata nel 1871, poteva contare su carbone, ferro, un forte sistema scolastico e una

stretta collaborazione tra industria e banche. La Gran Bretagna, pur restando una potenza

commerciale e finanziaria, mostrò invece segni di rallentamento, perché le sue industrie

tradizionali, nate nella prima fase, furono più lente ad aggiornarsi.

Le nuove fonti di energia: elettricità e petrolio

Il cuore della seconda rivoluzione industriale fu l'impiego di nuove forme di energia. La prima fu

l'elettricità. I princìpi fisici erano noti da tempo, grazie agli studi di scienziati come Alessandro

Volta, Michael Faraday e André-Marie Ampère, ma fu solo nella seconda metà dell'Ottocento che si

trovarono modi pratici per produrla e trasportarla. L'invenzione della dinamo, perfezionata negli

anni Sessanta e Settanta dell'Ottocento, permise di trasformare l'energia meccanica in corrente

elettrica in modo efficiente.

L'elettricità aveva un grande vantaggio rispetto al vapore: poteva essere trasportata a distanza

attraverso cavi e suddivisa tra molti utilizzatori. Una fabbrica non doveva più essere organizzata

attorno a un'unica grande macchina a vapore con alberi e cinghie di trasmissione, ma poteva usare

tanti piccoli motori elettrici, uno per ogni macchina. Questo rese il lavoro più flessibile e gli

ambienti più puliti e sicuri. Inoltre l'energia elettrica entrò nelle case e nelle città: nel 1879 Thomas

Edison mise a punto una lampadina a incandescenza di uso pratico, e nel 1882 fu inaugurata a New

York una delle prime centrali per l'illuminazione pubblica. Presto furono elettrificati i tram, le

metropolitane, le strade e le abitazioni.

La seconda grande fonte di ener

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

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