Didattica delle lingue moderne
Docente: Francesco De Renzo
Cenni generali
Definizioni di lingua e sistema in Saussure, Jakobson
La lingua è, in linea di massima, uno strumento polifunzionale. Volendo fornire una definizione più accurata, potremmo dire che si tratta di una facoltà della mente umana che permette ad un gruppo di individui di dotarsi di un codice comunicativo con finalità ultima la trasmissione di messaggi, quindi di informazioni. Le lingue storico-naturali rappresentano la più pura espressione di questa facoltà, essendo nate spontaneamente in un determinato luogo, in un determinato periodo, dalla necessità di comunicare di un determinato gruppo di parlanti.
Ferdinand de Saussure fu il primo ad esprimere l’ideale di una “lingua come sistema”, introducendo un concetto assai importante: i singoli segni hanno valore solo se inseriti in un sistema di contrapposizioni. Due esempi:
- Esempio degli scacchi (Saussure) = il valore di ogni singolo pezzo è dato solo dal fatto che si trovi sulla scacchiera. Ogni singola mossa, di ogni singolo pezzo, incide sull’intera partita. Fuori dalla scacchiera, nessuno di quei pezzi ha un significato, non è altro che un oggetto. Essi assumono valore solo quando noi scegliamo di dargliene uno. Se un cavallo andasse distrutto, potrebbe essere sostituito da un qualsiasi altro oggetto, purché noi stabiliamo a priori che quel nuovo oggetto abbia il valore di un cavallo.
- Esempio del semaforo (De Renzo) = il valore di “luce rossa = alt” è dato solo dal fatto che quella luce si trovi su di un semaforo. Fuori dal semaforo, gli italiani non si fermano a qualsiasi cosa di colore rosso vedano. Il valore di “luce rossa = alt” al semaforo viene assunto solo quando è la legge, e quindi noi indirettamente, a darglielo. E se la luce non dovesse essere più rossa, verrebbe percepita comunque come uno “stop” in quanto in contrapposizione con le altre due, “luce gialla = attenzione” e “luce verde = passare”.
Questa capacità di riconoscere le contrapposizioni tra elementi è data dal fatto che nella mente dell’essere umano vivono delle immagini acustiche, ovvero dei concetti ideali, singoli elementi dello scibile. Queste immagini vivono al di sopra di tutto, e ad essi si attinge tramite la langue (la conoscenza del linguaggio) e, tramite la parole, li si può esprimere.
Roman Jakobson, sulla base delle definizioni di Saussure, delineò gli elementi costituenti il “circuito della comunicazione”:
- Parlante: colui che avvia l’atto comunicativo;
- Contesto: argomento sul quale l’atto comunicativo verte;
- Messaggio: esecuzione linguistica espressa tramite il codice;
- Contatto: momento in cui l’ascoltatore entra in contatto col messaggio;
- Codice: elementi linguistici presenti nella mente del parlante e dell’ascoltatore, che si manifestano nel messaggio;
- Ascoltatore: colui che riceve l’atto comunicativo.
Tuttavia, è importante ricordare che esistono varie tipologie di codici linguistici, e non obbligatoriamente verbali, basti pensare ai gesti, alla mimica facciale o alla prossemica. Essi non sono fondamentali, ma spesso integrativi al linguaggio verbale.
Caratteristiche della lingua
Ci sono alcune caratteristiche che rendono la lingua speciale e unica, rispetto agli altri codici di comunicazione:
- Indeterminatezza semantica: le parole di una lingua hanno la continua tendenza a mutare, sia in diacronia che in sincronia. Questa incalcolabilità semantica fa comprendere che la lingua non va analizzata seguendo una logica, spesso inesistente, ma solo tramite l’uso che ne fanno i parlanti. Esempio = termine inglese mouse, che non ha motivazione logica di indicare lo “strumento utile al muovere il puntatore su di uno schermo”, e sicuramente non poteva prevedersi la comparsa di questo significato prima della comparsa dei computer;
- Onnipotenza semantica: le parole di una lingua hanno la capacità di parlare di ogni campo dell’esperienza. Esempio = discorso scientifico, che sarebbe complesso da esprimere tramite solo gesti o sguardi;
- Metalinguisticità riflessiva: le lingue hanno la capacità di parlare di sé stesse e riflettere sulla loro natura. Esempio = grammatiche e ai dizionari, che utilizzano parole per descrivere il funzionamento di altre parole.
Nello specifico, la metalinguisticità riflessiva è dimostrata dalla stessa negoziabilità della lingua, ovvero la capacità di comunicare nella seconda lingua costruendo una corrispondenza di parole con la prima.
Oralità o scrittura?
Discutere su quale sia la forma di comunicazione più importante per l’essere umano tra oralità e scrittura è, di per sé, insensato. Infatti, la scrittura nasce non con l’intento di sostituire l’oralità, bensì di supportarla e di semplificare la vita dell’uomo. Dalla sua nascita, oltre 5000 anni fa, essa è andata evolvendosi ed espandendosi sempre di più, portando appunto ad una generale confusione sulla sua reale importanza.
Come già detto, la lingua tende a variare sé stessa e gli strumenti tramite cui si manifesta, facendolo però senza seguire una logica. Esemplare è quanto accaduto nei primi anni dell’avvento di internet: non solo l’opinione pubblica, ma anche fior di studiosi temevano che, prendendo piede, l’internet avrebbe lentamente “disabituato” le persone alla scrittura e, di conseguenza, anche alla lettura. Ne parla anche Umberto Eco nel saggio “Apocalittici e integrati”, parlando di individui che provano timore e “sdegno aristocratico” verso la tecnologia e le sue nuove possibili applicazioni.
Questa preoccupazione si dimostrò nel corso del tempo infondata, dato che proprio tramite internet l’essere umano ha incominciato ad avere molte più occasioni in cui mettere in pratica gli strumenti linguistici di scrittura e lettura. La realtà è che le modalità comunicative “nuove” non soppiantano quelle “vecchie”, ma anzi forniscono loro sempre nuove funzioni, potenziandole.
Tramite internet, oggi, si legge e si scrive molto più di quanto non lo si facesse prima. Basti pensare al fatto che il tempo necessario alla scrittura e alla consegna di una lettera è enormemente maggiore rispetto a quello necessario per la scrittura e l’invio di un SMS. Talvolta, di questa possibilità se ne fa un pessimo uso, ma questo è un altro conto.
Approcci glottodidattici
Approccio formale (o tradizionale)
Alla fine del Rinascimento (attorno al XVII secolo), il latino perde la sua dimensione di lingua d’uso (ruolo ricoperto ora da varie lingue, dette “volgari”), mantenendosi nel parlato solo in specifici ambienti, vivendo ancora nello scritto e lasciando dietro di sé una folta produzione letteraria. La necessità di studiarlo quindi permane, soprattutto negli strati borghesi, che basano lo studio su due passaggi: analisi delle strutture grammaticali e acquisizione di lessico tramite la traduzione; da ciò, il nome “approccio grammaticale-traduttivo”, meglio conosciuto come “approccio formale” (vista l’importanza alla forma, più che all’uso). Mentre nella borghesia questo approccio andava trasferendosi dal latino alle lingue straniere, in contemporanea i precettori delle famiglie aristocratiche andavano preferendo il metodo diretto, di cui si parlerà più avanti.
Il metodo si basava sull’apprendimento della grammatica sotto forma di regole o norme, del lessico tramite liste di parole da apprendere in attività di traduzione e in esercizi di tipo “fill-the-gap” con le forme corrette, spesso di frasi prive di senso ma contenenti il maggior numero di eccezioni possibili. Mancava perciò del tutto la dimensione pratica e la comunicazione era principalmente ricettiva (lettura di testi in lingua). Gli strumenti valutativi erano il dettato, la traduzione e poche volte la composizione. Col passare del tempo, la critica a quest’approccio si fece tanto forte da portare ad un’ostracizzazione della traduzione e della grammatica espressa in maniera esplicita tramite regole.
Approccio naturale
A partire dall’800 nasce, sia in Europa che in America, l’esigenza di avere una buona competenza comunicativa. Maximilian Berlitz va incontro a questa esigenza quando, nel 1872, apre una scuola nel Rhode Island basata su di un metodo di insegnamento “diretto”, che ripercorre le vie dell’apprendimento naturale e si basa sul contatto con un madrelingua. Questo, assieme allo studente, non analizza la lingua, ma la utilizza e lo spinge a fare lo stesso al fine di eseguire compiti semplici. Le principali caratteristiche di quest’approccio sono:
- Priorità dell’oralità sulla scrittura;
- Logica induttiva, ovvero “scoperta” attraverso l’uso;
- Disuso della traduzione poiché troppo complessa, sia come tecnica didattica che di verifica;
- Priorità dell’ascolto e della lettura, i cui testi verranno parafrasati dall’insegnante al fine di renderli comprensibili.
Il “rendere comprensibile” (d) è alla base della Second Language Acquisition Theory (SLAT) di Stephen Krashen, che tenta di spiegare il meccanismo spontaneo di acquisizione della lingua attraverso un approccio naturale, in quelle che vengono ricordate come “cinque tesi”:
- Differenza tra acquisizione e apprendimento: l’acquisizione è il processo spontaneo di “assorbimento” della lingua dall’ambiente, che avviene senza studio consapevole; l’apprendimento è ciò che viene appreso studiando e controlla (funzione di monitor), verifica che l’esecuzione linguistica avvenga in maniera corretta. Nello specifico, l’insegnamento della lingua deve mirare sempre all’acquisizione, dato che essa è stabile nel tempo e viene utilizzata senza riflettere. Per spiegare questo concetto, immaginiamo la competenza di “andare in bici”, abilità che, una volta acquisita, non si perde. Tuttavia, se pensiamo razionalmente a come pedaliamo mentre lo stiamo facendo, rischiamo di cadere, dato che il processo viene disturbato dalla riflessione razionale. Per questo, apprendere come pedalare è utile al massimo per controllare lo stile col quale pedaliamo e per evitare errori, ma si tratta di una fase successiva, che non porta all’acquisizione, quindi al saper andare in bicicletta, ma solo a rifinire le nostre capacità.
- Il meccanismo di acquisizione avviene in maniera spontanea ma necessita di un input comprensibile: ciò che non viene compreso, non può essere acquisito. Il compito dell’insegnante è quello di rendere comprensibile l’input e assicurarsi che l’intake (gli elementi dell’input da acquisire) sia collocato nel giusto livello dell’ordine naturale di acquisizione. Questo aspetto è sintetizzato nella formula i+1, dove ciò che va acquisito deve essere un passo successivo (+1) dall’intaken (ciò che si è acquisito, i). Laddove tutti gli elementi precedenti (quindi l’intaken nella sua totalità) non sono stati acquisiti, la successiva fase di apprendimento non sarà stabile e non genererà lingua spontaneamente. Questo principio fu immaginato quasi 50 anni prima da Vygotskij, con la sua zona di sviluppo prossimale;
- I filtri affettivi devono essere eliminati, quindi non deve esserci nessuna forma d’ansia, né di paura correlata alla lingua.
Approccio ad abilità mirate
Lo scenario precedente la Seconda Guerra Mondiale mostra un mondo frammentato, dove i presupposti legati alla competenza comunicativa naturale e diretta crollano. A partire dagli anni Venti si sviluppano, principalmente in ambienti militari, metodi basati sull’acquisizione di una singola competenza al fine di rispondere alle esigenze del ruolo specifico dell’operatore. Un esempio è il Reading Method, che esclude le competenze orali (fulcro dell’approccio naturale) e si concentra, come dice il nome, sulla sola lettura. Si tratta, in linea generale, di approcci estremamente autonomi, dove il docente funge da facilitatore che insegna le strategie di decodificazione allo studente, che poi dovrà proseguire da solo sulla base di testi autentici e qualche grammatica apposita.
Con l’ingresso in guerra, gli Stati Uniti si rendono conto del fatto che i soldati non hanno conoscenza delle lingue vive e, che giunti in territorio nemico, avevano necessità di conoscere il luogo al fine di operare al meglio. Nel 1943 nasce l’Army Specialized Training Program (ASTP), i cui studenti sono tutti militari, che prende da modello le tradizioni precedenti e le colloca in un percorso di 36 ore diviso in tre aree: una di conversazione con madrelingua (richiamo all’approccio naturale di Berlitz), una di area studies (cultura e civiltà), una di grammatica (richiamo al Reading Method).
Approccio strutturalistico
Nel corso degli anni Trenta e Quaranta in America si affermano due teorie, che trovano l’una nell’altra una perfetta coesistenza: quella della linguistica tassonomica, che individua e classifica le componenti minime della lingua, e quella della psicologia neocomportamentista, dove l’apprendimento è il risultato di una serie intensiva e ripetitiva di stimoli e risposte. I segmenti minimi della linguistica tassonomica si incastonano perfettamente nei pattern drills, gli esercizi strutturali, tipici del neocomportamentismo.
Verso la metà del secolo, con l’avvento di nuove tecnologie, cambia la fonte e cambia il luogo: il professore viene sostituito dalla registrazione audio, e la classe viene sostituita dal laboratorio linguistico. Nel laboratorio, ogni studente è isolato dagli altri tramite cuffie e interagisce solo con la macchina, ripetendo decine di batterie di pattern drills: il meccanismo linguistico di conseguenza segue una logica di overlearning, dove è la ripetizione a garantire l’acquisizione, costruendo un mental habit.
Nonostante la pratica ad oggi sembri aberrante, in realtà nasconde tre aspetti positivi per la storia e il funzionamento della glottodidattica:
- Approccio amatoriale → approccio scientifico = per quanto gli studiosi di glottodidattica fossero tutti degli ottimi linguisti, il loro interesse per la materia era marginale. Con l’approccio strutturalistico si integra una teoria linguistica (tassonomica) ad una psicodidattica (neocomportamentismo) e si crea uno strumento tecnologico adatto (il laboratorio) in cui avviene l’acquisizione (i pattern drills);
- Costruzione degli esercizi in analisi contrastiva = la costruzione dei pattern drill non avviene più su base intuitiva ma contrastiva, dove le strutture simili tra lingua materna e lingua da acquisire vengono accantonate, mentre le strutture differenti sono oggetti di studio;
- Comprensione delle tecniche glottodidattiche = i pattern drills, ostracizzati a partire dagli anni Settanta, avevano una loro efficacia; da ciò si intuisce che le tecniche glottodidattiche possono essere giudicate su base utilitaristica;
Approccio comunicativo
Con l’affermarsi di una nuova richiesta di competenza comunicativa (quindi capacità di usare la lingua), ci si rende conto che l’approccio strutturalistico non restituisce i risultati attesi. Si sviluppa in questo modo il metodo situazionale, precursore dell’approccio comunicativo, che inserisce i pattern drill dell’approccio strutturale in una situazione. Quando nel ‘68 la richiesta aumenta, i linguisti si trovano costretti a rispondere alle critiche loro mosse, che chiedono più azione e meno teorizzazione, più realtà e meno struttura.
È proprio in questa situazione che gli approcci grammaticalizzati, basati sulla lingua stabile e “pura”, vengono definitivamente meno e sostituiti dalla sociolinguistica, l’analisi della lingua nella situazione sociale. Nello specifico Hymes, nel Sociolinguistics (1972), formalizza il concetto di competenza comunicativa e, definendosi antropolinguista, sottolinea il ruolo che la lingua deve rivestire nel sostenere, conservare e trasmettere il senso di appartenenza ad una comunità culturale. Nello specifico, struttura un modello, detto S.P.E.A.K.I.N.G., acronimo delle varie funzioni del circuito, in cui gli atti comunicativi si inseriscono:
- S per scene = il luogo in cui si svolge l’atto comunicativo;
- P per participants = gli attori dell’atto comunicativo;
- E per ends = lo scopo dell’atto comunicativo;
- A per acts = le azioni utilizzate al fine di esprimere l’atto comunicativo;
- K per key = la chiave di lettura, o il registro, in cui interpretare l’atto comunicativo;
- I per instruments = i mezzi che veicolano l’atto comunicativo;
- N per norms = le regole utili alla codificazione dell’atto comunicativo;
- G per genres = il tipo di atto comunicativo;
In contemporanea, nasce e si sviluppa la pragmalinguistica, che studia la lingua come strumento di azione sociale, utilizzata per giungere a dei macro (funzioni di Jakobson) o micro (singoli atti comunicativi) scopi pragmatici.
Competenza comunicativa
Nozione cardine dell’approccio comunicativo, teorizzata da Sauvignon, Habermas e Hymes. Il loro lavoro si concentra sulla domanda “che cosa significa ‘sapere una lingua’?”. Su questa base, nel corso del tempo si è sviluppato un modello, riassunto in questo schema:
- La competenza comunicativa è una realtà mentale (sinistra);
- La competenza comunicativa è costituita da tre nuclei di conoscenze, che assieme costituiscono il “sapere la lingua”;
- Competenza linguistica = capacità di comprendere e produrre enunciati corretti dal punto di vista fonologico, morfologico, sintattico, testuale e lessicale;
- Competenza extralinguistica = comunicare con corpo, espressioni, gesti (cinesica), valutare l’impatto comunicativo della distanza interpersonale (prossemica), riconoscere il valo
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