Concetti Chiave
- Francesco Crispi, primo ministro dal 1887 al 1896, promuove riforme significative a favore di lavoratori e donne, tra cui il diritto di sciopero e l'abolizione della pena di morte.
- Antonio di Rudinì, dopo la crisi di Adua, adotta misure autoritarie contro le proteste popolari, culminando nell'ordine di sparare sulla folla a Milano nel 1898.
- Giovanni Giolitti, primo ministro dal 1903 al 1914, incentiva l'industrializzazione e introduce il suffragio universale maschile, cercando di migliorare la situazione nel sud Italia.
- L'industrializzazione italiana, avviata con l'intervento statale, porta a una crescita esponenziale dell'industria tra il 1896 e il 1908, nonostante la scarsità di risorse naturali come il carbone.
- La nazionalizzazione dei servizi pubblici aumenta il personale statale e uniforma le istituzioni, ma evidenzia l'arretratezza del sud, aggravando la questione meridionale.
Qual è l'ascesa di Francesco Crispi?
Dopo la morte di Agostino De Pretis diventa primo ministro un siciliano ex garibaldino: Francesco Crispi. Egli governa in modo autoritario per due periodi: Dal 1887 al 1891 e dal 1893 al 1896.
Riforme e politica coloniale
Dal punto di vista legislativo: Nel 1888 fa approvare una serie di leggi in favore dei lavoratori per tutelarli in caso di infortunio, invalidità, vecchiaia; e a favore delle donne in caso di maternità. Nel 1889 sotto il suo governo viene divulgato il codice Zanardelli che riconosce il diritto di sciopero e abolisce la pena di morte. È favorevole anche alla prosecuzione della politica coloniale già iniziata da De Pretis in Eritrea e Somalia.
La crisi di Adua e le dimissioni
L’attività governativa di Crispi va dal trattato di Uccialli fino alla sconfitta di Adua nel 1896.
L'era di Antonio di Rudinì
Dopo Adua quest’ultimo si dimette e Antonio di Rudinì diventa primo ministro. Egli di fronte a numerose proteste disagiate risponde in modo autoritario, infatti sotto il suo governo nel maggio 1898 il generale Bava Beccaris ordina all’esercito di sparare sulla folla che manifestava pacificamente a Milano. Umberto I, invece di punirlo, lo premia. Proprio a causa di questo atteggiamento, quest’ultimo viene ucciso dall’anarchico Gaetano Bresci il 29 luglio 1900 secondo il quale il re avrebbe dovuto punire Bava Beccaris. Il nuovo re Vittorio Emanuele III chiama a governare Giuseppe Zanardelli.
Giolitti e l'industrializzazione italiana
Dopo un breve periodo, Giovanni Giolitti diventa primo ministro quasi ininterrottamente dal 1903 al 1914. Egli da una parte guarda al popolo, dall’altra alla società imprenditoriale. Sotto il suo governo in Italia decolla l’industria specialmente a nord nel triangolo industriale; a sud si cerca di dare vita al polo industriale di Bagnoli (Napoli) e si costruisce l’acquedotto pugliese. Nonostante questi interventi, il sud rimane arretrato, anche perché Giolitti non riesce a ridurre il potere dei grandi proprietari terrieri del sud. Sotto il governo Giolitti vengono accettate le associazioni di lavoratori. Nel 1906 nasce la cgl (confederazione generale del lavoro). Giolitti decide di proseguire nella politica di tutela del lavoro delle donne e dei minori, arrivando ad introdurre nel 1912 il suffragio universale maschile. Aumenta il numero di persone che possono votare anche perché Giolitti cerca di favorire l’ingresso dei cattolici nella vita politica italiana. Questi dal 1970, dopo la bolla non expedit, non potevano partecipare alla vita politica italiana né come elettori né come eletti. È con Giolitti che lo stato comincia a pagare le spese dell’istruzione, fino a quel momento pagate dai comuni. Inoltre riparte la politica coloniale con la guerra di Libia.
La crescita industriale del nord
Nel 1900 in Italia, quasi del tutto unita, si apre una nuova fase storica: l’età giolittiana. Nel 1880 l’Italia non aveva ancora un sistema industriale ed era in netto ritardo rispetto agli altri paesi come Francia, Inghilterra, Germania, quest’ultima industrializzata già nella meta del diciottesimo secolo. Il principale svantaggio dell’Italia è la totale mancanza di vasti giacimenti di carbone che fossero facilmente raggiungibili sul territorio italiano. Malgrado questo tra il 1881 e il 1887 ci fu una prima modesta industrializzazione. Tra il 1896 e il 1908 l’industria italiana cresce in maniera esponenziale facendo dell’Italia un paese competitivo.
L'intervento statale nell'industria
L’industrializzazione italiana viene guidata sin da subito dall’intervento dello stato che applica i dazi doganali sulle merci importate dall’estero, e fa costruire centrali idroelettriche. Inoltre lo stato finanzia direttamente le fabbriche e le industrie bisognose di denaro per investirlo soprattutto in nuovi macchinari. L’Italia è il primo stato europeo con la Germania ad attuare questo tipo di politica. Nel 1893 ad esempio, esisteva già la banca d’Italia che controllava i crediti (prestiti) che venivano concessi alle industrie. Le commesse statali (incarichi dallo stato di costruire qualcosa) riguardano principalmente la costruzione di armi e di navi affidate a industrie italiane. Ancora oggi le fabbriche più vecchie al mondo di armi sono italiane. La fornitura di elettricità fu l’intervento maggiormente necessario, infatti grazie ad essa l’industria italiana riesce a diversificarsi; si svilupparono settore meccanico, automobilistico, chimico e quello alimentare.
Trasformazioni urbane e classe media
La presenza dell’energia elettrica consente alle fabbriche di nascere anche vicino alle grandi città, mentre prima sorgevano solamente nelle vicinanze di fiumi e torrenti in quanto sfruttavano la corrente dei corsi d’acqua per far funzionare le macchine. Le grandi città tuttavia, dovendo ospitare gli operai, subiscono profonde trasformazioni. Le città coinvolte maggiormente sono Torino, Milano e Genova che formano il triangolo industriale. In queste citta vengono creati quartieri popolari destinati agli operai costituiti da case tutte uguali con cortili interni, lunghi ballatoi (balconi che danno sul cortile) dove spesso erano presenti i servizi igienici in comune a tutte le famiglie. Gli operai cominciano a essere molti non solo delle fabbriche, ma anche della popolazione della città.
Nazionalizzazioni e questione meridionale
Dunque si sviluppa la classe media italiana composta ad esempio da ingegneri che progettavano nuovi edifici e strade e da agenti di commercio che pubblicizzavano i prodotti commerciali. La classe media cresce anche grazie all’incremento degli impiegati statali o funzionari pubblici. Infatti lo stato comincia a controllare i servizi di pubblica utilità e per fare ciò aveva sempre più bisogno di personale preparato al quale affidarsi. Nel 1903 viene nazionalizzata (rendere di proprietà dello stato una attività economica in precedenza gestita da privati) la rete telefonica. Nel 1905 vengono nazionalizzate le società ferroviarie che in questo momento diventano statali. Nel 1911 lo stato gestisce le scuole elementari in precedenza affidate spesso agli ecclesiastici. In questa maniera vengono uniformate le istituzioni scolastiche e si garantiscono stipendi migliori agli insegnanti. Tutto questo avviene nelle città industriali. Fuori da esse la maggior parte della popolazione italiana era arretrata specialmente nel sud e nelle campagne. Infatti a causa del latifondismo scoppia la questione (problema) meridionale. L’arretratezza del sud Italia era causata dal latifondismo, che non era produttivo. Per risolvere la questione meridionale, in quanto lo stato non attua nessuna riforma, si trova una soluzione di ripiego: l’emigrazione. Quest’Ultimo è comunque un rimedio temporaneo che riguarda tutte le regioni che non riuscivano a formare una industria. Giovanni Giolitti, che conferisce il nome a questo periodo, con la sua azione politica segna una intera epoca storica.
Domande da interrogazione
- Quali furono le principali riforme introdotte da Francesco Crispi durante il suo governo?
- Come si manifestò la crisi di Adua e quali furono le conseguenze politiche?
- Quali furono le principali caratteristiche dell'era giolittiana in Italia?
- In che modo lo stato italiano intervenne nell'industrializzazione?
- Quali furono le conseguenze sociali delle trasformazioni urbane nelle città italiane?
Francesco Crispi, durante il suo governo, approvò leggi a favore dei lavoratori e delle donne, come quelle per la tutela in caso di infortunio e maternità, e il codice Zanardelli che riconosceva il diritto di sciopero e aboliva la pena di morte.
La crisi di Adua culminò con la sconfitta italiana nel 1896, portando alle dimissioni di Crispi e all'assegnazione della carica di primo ministro ad Antonio di Rudinì, il quale rispose autoritariamente alle proteste popolari.
L'era giolittiana, sotto Giovanni Giolitti, vide un forte sviluppo industriale, l'introduzione del suffragio universale maschile e un incremento della classe media, nonostante il sud rimanesse arretrato a causa del latifondismo.
Lo stato italiano intervenne attivamente nell'industrializzazione attraverso dazi doganali, finanziamenti alle industrie e la costruzione di infrastrutture come centrali idroelettriche, rendendo l'Italia competitiva a livello europeo.
Le trasformazioni urbane portarono alla creazione di quartieri popolari per gli operai nelle grandi città, cambiando la struttura sociale e contribuendo alla crescita della classe media, composta da professionisti e funzionari pubblici.