Steven Holl: la poetica dello spazio
Vittoria Prencipe, 941665
Politecnico di Milano
Scuola di Architettura Urbanistica Ingegneria delle Costruzioni
Corso di Laurea Magistrale in Architettura e Disegno Urbano
Corso di Teoria della Progettazione Architettonica Contemporanea
Anno Accademico 2020/21
Prof. Andrea Canclini
10 dicembre 2020
Indice
- Abstract 3
- Inquadramento 5
- Processo creativo 7
- Architetture 9
- Conclusioni 14
- Repertorio iconografico 15
- Schede bibliografiche 18
- Bibliografia 19
Abstract who is Steven Holl?
“I’m Steven Holl here in New York in my office. I have an office in Beijing and in Manhattan but my origins is really Scandinavian: my grandfather was born in Tonsberg Norway and immigrated to Seattle where my dad was born and he’s full-blooded Norwegian”
Così Steven Holl, nel 2014, si presenta in un’intervista 1 a cura di Jesper Bundaard, nel suo studio di New York e continua:
“His first trip to Europe was when I opened the Kiasma Museum in May of 1998 which was a seminal project for me and I was very happy that it was in Scandinavia for a international competition for the Museum of Contemporary Art which we renamed Kiasma, based on the Kiasmatic intersection from the philosopher Merleau-Ponty. It came from a book I was reading when we were doing the competition and I had an office since 1974-75 but I was always sleeping on a plywood shelf above the entranceway and nobody knew it”
A partire da tali brevi frammenti tratti dall’intervista si vuole introdurre la figura di Steven Holl, autore centrale nel panorama dell’architettura contemporanea per l’attenzione riposta nei confronti delle teorie della fenomenologia della percezione di Maurice Merleau-Ponty, nel tentativo di riportarle nell’opera architettonica.
Nel testo “La Fenomenologia della Percezione” 2, Merleau-Ponty parla di strutture primarie simili alla definizione che Sartre, in “L’Essere e il Nulla” 3, attribuisce all’essere. Prima di tali contributi, non si era mai colta così fortemente la relazione fisica dell’opera d’arte con il fruitore: l’artista non aveva mai prodotto effetti talmente significativi nello spazio e nel tempo. Alla base vi sono le teorie relative al minimalismo architettonico, che si fa strada nel panorama mondiale a partire dagli anni ‘80 del XX secolo.
L’orientamento dei minimalisti risiede nella volontà di far emergere elementi linguistici elementari, alla ricerca di una vera e propria “sostanza” attraverso l’esperienza fenomenologica. Appare chiaro, allora, il titolo della mostra del 1996 “Less is More” 4 che nasce dal tentativo di produrre il fenomeno minimalista come unione dell’opera e del corpo. A tal proposito, Ponty scrive in “Visibile, Invisibile” 5 che l’opera d’arte non risulta essere separata e separabile da colui che la percepisce: corpo e mente non sono più dimensioni separate, bensì si congiungono nel momento dell’esperienza.
Intervista a Steven Holl a cura di Jesper Bundaard, 2014 1
Phénoménologie de la perception, Maurice Merleau-Ponty, Librairie Gallimard, Parigi, 1945 2
L'Être et le néant: Essai d'ontologie phénoménologique, Jean-Paul Sartre, Librairie Gallimard, Parigi, 1943 3
Minimalism in architecture and the other arts, Less is more, 1996 4
Visibile e Invisibile, Maurice Merleau-Ponty, Librairie Gallimard, Parigi, 1964 5
3
Con questa breve introduzione, in primis, si cercano di delineare le basi teoriche che condizioneranno l’intera poetica e produzione architettonica di Holl, con l’obiettivo di chiarificare la posizione dell’architetto nel panorama contemporaneo da cui, come vedremo, Holl - silenziosamente - si distanzia. Verranno tracciate e percorse le linee guida fondamentali che interessano il processo creativo in ogni sua declinazione pratica, fornendo esempi di architetture che possano al meglio chiarificare i cosiddetti “fundamentals” che Holl persegue sin dalle sue prime esperienze.
Ovviamente, l’esperienza architettonica di Steven Holl è ben più ampia di ciò che verrà proposto; si ritiene, tuttavia, la produzione teorica e pratica dell’architetto connotata costantemente dall’attitudine minimalista, mantenendo così una sua coerenza interna nonostante l’apparente singolarità di ciascun progetto. Per questo, verranno selezionati alcuni edifici cardine su cui Holl in particolare, nelle sue interviste, si sofferma per poterne spiegare la poetica.
4
Inquadramento formazione, panorama, critica
Nato nel 1947 nella penisola di Washington e dopo aver conseguito la laurea presso l’Università di Seattle, Steven Holl si trasferisce a Roma dove “la dimensione, la bellezza e lo spazio dell’architettura - per uno come me, sono state una rivelazione”. L’edificio che lo ha impressionato maggiormente è stato il Pantheon:
“Avevo un accordo con le guardie; mi facevano entrare prima dei turisti e io studiavo come cambiava la luce. È stato estremamente interessante perché ogni giorno era diverso. Man mano che avanzava verso l’estate, la luce si proiettava da diverse angolazioni ogni mattina. Potresti capire il cambio delle stagioni semplicemente entrando lì ogni giorno. È stato come innamorarsi”
Già da queste brevi considerazioni sull’architettura del Pantheon si può comprendere l’importanza della percezione fenomenica per Steven Holl il quale, non accontentandosi del panorama architettonico in cui si trova, propone la sua poetica come ritorno all’esperienza fisica e alla lettura sensibile, in un connubio tra luogo ed architettura stessa. In tal senso, Holl concepisce l’architettura come spiegazione dell’ambiente in cui essa si pone piuttosto che come mero inserimento nel paesaggio.
Il punto di partenza risulta, come in Alvaro Siza (di cui afferma “[...] Rispetto molto il suo lavoro. Penso che Alvaro Siza sia il più grande architetto vivente sul pianeta”), l’esperienza del sito, del clima, delle rovine e dell’archeologia. Indubbiamente un punto di contatto tra i due architetti è l’interesse verso le specificità del luogo e dello spazio, in un legame organico e formale tra architettura e contesto.
L’innovazione proposta da Holl consiste nel rifiutare qualsiasi ordine prestabilito nella composizione, focalizzandosi invece sull’interazione tra l’edificio stesso e colui che lo percepisce. Si tratta, dunque, di una poetica del “rivelarsi” nell’indissolubile intreccio tra l’idea ed il fenomeno, tra la percezione esterna e interna, in una costante tensione tra la sfera oggettiva e soggettiva.
Robert McCarter 6, architetto e docente presso la Scuola di Architettura dell’Università della Florida, colloca Steven Holl sulla scia di Aldo van Eyck, quale sostenitore di una costante attenzione all’esperienza dello spazio come fulcro della poetica architettonica. La sua opera si colloca nel filone di ricerca attento a ritrovare nell’architettura quei contenuti di dinamismo spaziale e di percezione in movimento, in una sintesi dualistica fra le categorie di spazio e di tempo, consonante anche con la ricerca sull’architettura del paesaggio.
Steven Holl, Robert McCarter, Phaidon Press, Londra, 2015 6
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Alberto Perez Gomez 7, architetto e professore, colloca Holl, insieme a John Hejduk, fra gli architetti contemporanei che - in una linea di “resistenza” - perseguono il filone dell’architettura dinamica, narrativa, multisensoriale, una linea che ha le sue radici in Piranesi e che ha attraversato il Moderno con Le Corbusier (negli studi dell’Acropoli e della piazza di Pisa, nella progettazione della Villa La Roche e Villa Savoye, del convento de La Tourette e della cappella di Ronchamp), e poi con Lewerentz e Aalto, i grandi maestri dell’architettura scandinava.
Gomez afferma il collegamento di tale concezione architettonica e spaziale con il concetto di Chora derivante da Platone: “La natura della chora – scrive – è leggibile come un’opera architettonica paradigmatica. Essa è simultaneamente l’opera e lo spazio, il suo terreno o la sua illuminazione; è ciò che è svelato, la verità intrinseca all’arte e lo spazio fra la parola e l’esperienza. È sia uno spazio per la contemplazione sia un tempo trovato per la partecipazione. L’opera di architettura come chora è una materia-spazio, [...] domanda una sintesi delle immaginazioni materiali e spaziali.”
Questions of Perception. Phenomenology of Architecture, Juhani Pallasmaa, Alberto Perez-Gomes, William K. Stout Pub., 2007 7
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Processo creativo fundamentals & references
Il concetto di Chora viene ripreso da Holl nel libro intitolato, appunto, “Anchoring” 8, indagando l’architettura nel suo profondo legame con la situazione ed i luoghi. Un edificio, infatti, risulta sempre strettamente legato alle esperienze del luogo in cui viene costruito: il sito è fondamento fisico e metafisico indispensabile per la costruzione di un edificio. A differenza della musica o della pittura, scultura, cinema e letteratura, una costruzione non mobile si intreccia con l’esperienza di un luogo.
Il sito di un edificio è più di un semplice ingrediente in questa concezione: è il suo fondamento fisico e metafisico. La risoluzione degli aspetti funzionali del sito e della costruzione, le vedute, i raggi di soleggiamento, la circolazione e l’accesso sono la fisica di base richiesta alla metafisica dell’architettura, tuttavia in una trascendenza dai requisiti fisici e funzionali attraverso la fusione con un luogo, raccogliendo il senso di una situazione.
L’obiettivo è creare una fusione tra l’artificiale ed il naturale, tra l’architettura ed il paesaggio che mai dovrebbe essere deturpato, piut
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