Commento al testo “Prometheus” di W.J. Goethe
Nel 1785 viene pubblicato per la prima volta il componimento poetico “Prometheus” dell’autore Goethe. Quest’ultimo lo aveva probabilmente steso nel ’73 concependolo come apertura all’omonima opera teatrale da lui creata.
“Prometheus” è un inno che lascia trapelare un senso di rivolta da qualsiasi verso. La ribellione del semidio che descrive Goethe è decisa, insolente, sdegnosa della riverenza che si dovrebbe mostrare nei confronti di quello che è nella concezione greca classica il padre di tutte le divinità, Giove. Non vi è mai una parola di vacillamento. Prometeo è pienamente consapevole di ciò che è la realtà per lui e del messaggio che vuole dare. Goethe mostra un Prometeo demiurgico che rifiuta la sua stirpe, quella degli dei, per crearne una nuova, questa volta a sua immagine e somiglianza.
Ma questa presunzione sarà una capricciosa impertinenza o un necessario atto eroico? Impossibile frenare la mente dall’associare questo atteggiamento al Satana di Milton nel Paradiso perduto.
Nell’opera del 1667 Satana si ribella a Dio e, come Goethe lascia spazio a Prometeo con un monologo, allo stesso modo Milton lascia parlare il personaggio attraverso il celebre Discorso di Satana, passaggio dell’opera. Satana si rivolge agli angeli ribelli appena arrivati all’inferno, affermando di essere felice in quanto finalmente regnante e non servo di Dio. Infatti, il discorso è anche noto come Better to Reign in Hell than Serve in Heaven (trad. Meglio Regnare all’Inferno che Servire in Paradiso), titolo che da sé è sufficiente a veicolare il messaggio dell’intero passo, ovvero il rifiuto della sottomissione. Solo una creatura potente e intelligente come Satana è in grado di far sì che gli altri lo seguano, i suoi discorsi, infatti, sono paragonati a quelli dei rivoluzionari, agitatori di folle, che lottano e fanno lottare contro ogni potere dispotico.
Tutto ciò che relaziona Satana e Prometeo è, però, controbilanciato dalla consapevolezza e dalla presa di posizione di Prometeo che non si trova unicamente a lottare contro l’onnipotente Dio ma a confermarne l’inesistenza, quasi ad umiliarlo. Il protagonista di Goethe è sia creatura che creatore al contempo; Giove viene interpellato più volte solo al fine di affermarne l’astrattezza ontologica. Prometeo in tutto l’inno si distacca dalla dimensione trascendente dei cieli, tipica degli dei, marcando invece la sua immanenza.
Prometeo tra le strofe si propone come un nuovo creatore, fautore dell’indipendenza d’azione dell’essere umano e sprezzante dell’incuranza delle divinità, sempre ammesso che queste esistano, nei confronti degli uomini. Queste caratteristiche appartengono anche alla figura di un uomo fondamentale per la formazione della cultura tedesca: Martin Lutero, colui che rivoluzionò la dottrina cristiana dando vita al Luteranesimo. Egli, provenendo da un contesto di diffusa corruzione e generale perdita di autentica vocazione all’interno del clero, decise di schierarsi contro ciò che considerava moralmente sbagliato, ciò che però la grande istituzione della chiesa stava permettendo. Lutero come Prometeo, e paradossalmente come Satana, è convinto dell’ingiustizia della realtà e come gli altri due si rende paladino del percorso verso la verità, verso il bene. Più volte venne ripreso dalle autorità ma fu in occasione della Dieta di Worms nel 1521 che, a fronte della richiesta dell’imperatore e del clero di ritrattare le sue tesi, pronunciò la famosa frase “Hier bin ich
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