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Virgilio - Bucoliche, Ec. I vv. 1 - 18 Pag. 1
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Sintesi
Bucoliche, I vv 1-18

M.: Tìtyre, tù patulaè | recubàns sub tègmine fàgi
sìlvestrèm | tenuì Musàm | meditàris avèna;
nòs patriaè finìs | et dùlcia lìnquimus àrva.
Nòs patriàm fugimùs; | tu, Tìtyre, lèntus in ùmbra
fòrmosàm | resonàre docès | Amarýllida sìlvas.
T.: Ò Meliboèe, deùs | nobìs haec òtia fècit.
nàmque erit ìlle mihì | sempèr deus, | ìllîus àram
saèpe tenèr nostrìs | ab ovìlibus ìmbuet àgnus.
Ìlle meàs | erràre bovès, | ut cèrnis, et ìpsum
lùdere quaè vellèm | calamò permìsit agrèsti.
M.: Nòn equidem ìnvideò, | miròr magis: | ùndique tòtis
ùsque adeò | turbàtur agrìs. | En ìpse capèllas
pròtinus aèger ago; hànc | etiàm vix, Tìtyre, dùco.
Hìc intèr densàs | corylòs modo nàmque gemèllos,
spèm gregis, à! | silice ìn nudà | conìxa relìquit.
Saèpe malum hòc nobìs, | si mèns non laèva fuìsset,
dè caelò tactàs | meminì praedìcere quèrcus.
Sèd tamen ìste deùs | qui sìt, da, Tìtyre, nòbis.


Melibeo: O Titiro, tu, disteso sotto l’ombra di un ampio faggio, componi una silvestre melodia su una sottile zampogna; noi lasciamo le terre dei padri e i dolci campi; noi abbandoniamo la patria; tu, Titiro, adagiato nell’ombra, insegni alle selve a ripetere il nome d’Amarillide bella.
Titiro: O Melibeo, un Dio creò per me questa pace: e per me egli sarà sempre un Dio; spesso un tenero agnello (uscito) dai miei ovili bagnerà di sangue il suo altare; egli permise che le mie giovenche vgassero liberamente,come vedi, e che io componessi quello che volevo sull’agreste zampognia
Melibeo: Non (ti) invidio di certo, piuttosto sono stupito:dovunque nei campi c’è scompiglio. Ecco, anch’io, afflitto, spingo innanzi le caprette; e anche questa, o Titiro, (la) trascino a stento; infatti, poco fa, fra i folti noccioli, ha partorito ed ha abbandonato ahi! sulla nuda pietra due capretti, speranza del gregge. Spesso questa sventura, mi ricordo che le querce colpite dal fulmine ce la predissero, se solo la mente non fosse stata sciocca. Ma, tuttavia, o Titiro, dicci quale sia questo Dio.
Estratto del documento

TITIRO E MELIBEO

BUCOLICHE (ECLOGA I)

MELIBOEUS MELIBEO

Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi Titiro, tu riposando sotto la chioma di un ampio faggio

silvestrem tenui musam meditaris avena; studi sull'esile zampogna una melodia silvestre:

nos patriae fines et dulcia linquimus arva; noi lasciamo i confini della patria e i dolci campi

nos patriam fugimus: tu, Tityre, lentus in umbra Noi fuggiamo dalla patria: tu, Titiro, riposando nell'ombra

formosam resonare doces Amaryllida silvas. 5 fai risuonare le selve del nome della bella Armellide.

TYTYRUS TITIRO

O Meliboee, deus nobis haec otia fecit. Oh Melibeo, dio fece per noi questa pace.

Namque erit ille mihi semper deus; illius aram Infatti io avrò sempre quel dio, spesso un tenero

saepe tener nostris ab ovilibus imbuet agnus. agnello dei nostri ovili bagnerà l'altare dello stesso.

Ille meas errare boves, ut cernis, et ipsum Quello permise, come vedi, ai miei buoi di errare

ludere quae vellem calamo permisit agresti. 10 e a me stesso di suonare ciò che voglio con un flauto agreste.

TITYRUS TITIRO

Quid facerem? Neque servitio me exire licebat, 40 Che fare? Non potevo uscire come servo

nec tam praesentes alibi cognoscere divos. né trovare altrove dei così propizi.

Hic illum vidi iuvenem, Meliboee, quotannis Qui vidi quel giovane, Melibeo, per il quale

bis senos cui nostra dies altaria fumant. ogni anno i nostri altari fumano dodici giorni.

Hic mihi responsum primus dedit ille petenti: Qui questo diede a me che chiedevo rispondendo per primo:

« Pascite, ut ante, boves, pueri, submittite tauros». «Pascete, come prima i buoi, ragazzi, allevate i tori».

MELIBEUS

Fortunate senex, ergo tua rura manebunt; MELIBEO

et tibi magna satis, quamvis lapis omnia nudus O vecchio fortunato, dunque i campi rimarranno tuoi;

limosoque palus obducat pascua iunco. e abbastanza grandi per te, nonostante la nuda pietra

Non insueta graves temptabunt pabula fetas, e la palude con fangoso giunco invadano tutti i pascoli.

nec mala vicini pecoris contagia laedent. 50 Pascoli inconsueti non nuoceranno alle pecore gravide,

Fortunate senex, hic inter flumina nota né malvagi contaggi del vicino contageranno le pecore.

et fontes sacros frigus captabis opacum. O vecchio fortunato, qui tra i fiumi noti

Hinc tibi quae semper, vicino ab limite saepes, e le fonti sacre prenderai la tua frescura ombrosa.

Hyblaeis apibus florem depasta salicti, Da qui a te dal confine vicino come sempre in passato

saepe levi somnum suadebit inire susurro. 55 viene succhiato dalle api iblee il fiore del salice,

hinc alta sub rupe canet frondator ad auras; la siepe con lieve ronzio inviterà a prendere sonno.

nec tamen interea raucae, tua cura, palumbes, Da qui sotto un'alta rupe il potatore canta al vento;

nec gemere aeria cessabit turtur ab ulmo. né intanto le roche colombe, tua passione,

né tortora cesseranno di gemere dall'alto olmo.

MELIBOEUS MELIBEO

At nos hinc alii sitientes ibimus Afros, 64 Invece (alcuni) noi andremo da qui tra gli africani assetati,

pars Scythiam, et rapidum cretae veniemus Oaxen, una parte verremo in Scizia e all'Oassi che trascina argilla

e dai Britanni divisi radicalmente da tutto il mondo.

et penitus toto divisos orbe Britannos. Mai qualche volta ammiro dopo lungo tempo

En umquam patrios longo post tempore fines, i confini della patria e il tetto del povero tugurio elevato

pauperis et tuguri congestum caespite culmen, con zolle di terra, vedendo il mio regno dietro qualche spiga?

post aliquot, mea regna, videns mirabor aristas? Un empio soldato avrà campi così curati,

Impius haec tam culta novalia miles habebit, 70 un barbaro queste messi? Ecco dove la discordia produsse

barbarus has segetes? En quo discordia cives cittadini miseri: per costoro noi abbiamo seminato i campi!

produxit miseros: his nos consevimus agros! Innesta ora, Melibeo, i peri, sistema in filari le viti.

Insere nunc, Meliboee, piros, pone ordine vites. Andate, un tempo felice gregge, andate mie caprette:

Ite, meae, felix quondam pecus, ite, capellae: io d'ora innanzi non vi vedrò sdraiato in una verde grotta

non ego vos posthac, viridi proiectus in antro, da lontano pendere da una rupe coperta di rovi;

dumosa pendere procul de rupe videbo; non canterò nessuna ode; non coglierete gli amari salici,

carmina nulla canam; non me pascente, capellae, caprette, e il citiso in fiore con me che pascolo.

florentem cytisum et salices carpetis amaras. TITIRO

TITYRUS Qui con me avresti tuttavia potuto riposare questa notte

Hic tamen hanc mecum poteras requiescere noctem sopra le verdi fronde: noi abbiamo frutta matura,

fronde super viridi: sunt nobis mitia poma, 80 castagne tenere e una quantità di formaggio,

castaneae molles, et pressi copia lactis. e già lontano fumano i più alti camini,

Et iam summa procul villarum culmina fumant, e cadono dagli alti monti le ombre più grandi.

maioresque cadunt altis de montibus umbrae.

ANALISI SEMANTICA

La prima bucolica presenta l’incontro di due pastori (Titiro e Melibeo) e la diversa sorte toccata ai due in

seguito alle espropriazioni nel Cremonese e nel Mantovano, dopo la battaglia di Filippi per la spartizione di

terre ai veterani. Titiro, grazie all’intercessione di un deus, Ottaviano, riesce a conservare il suo podere,

mentre a Melibeo tocca in sorte di dover partire per un luogo imprecisato e lontano, abbandonando i suoi

campi ad un impius miles o ad un barbarus. L’unità lirica del componimento risulta dal contrasto tra due

esperienze di vita, quella serena e felice di Titiro e quella triste e infelice di Melibeo.

L’opposizione dei due piani si presenta subito nei primi cinque versi,con la drastica antitesi fra il tu e il nos,

fra la riposante felicità degli otia bucolici a cui si abbandona Titiro, e l’infelicità dell’esule. Ai primi cinque

versi, dove drammaticamente si scontrano i destini opposti di due umili pastori, seguono cinque versi in cui

domina la figura di un deus, che di quel contrasto è l’artefice ( vv.6-10 ).

Al volto amico del giovane deus benefico si contrappone quello dell’impius miles, che diverrà padrone dei

maggesi così ben coltivati (vv. 64-73 ).

a) Piano del tempo

Titiro vive nella rievocazione del suo passato: nel passato s’è risolto il suo presente; nel passato è avvenuto

l’incontro col suo deus e quell’incontro si è ormai fissato nella sua memoria per sempre. Viceversa Melibeo è

diviso fra presente e futuro: nel presente si compie il suo destino infelice di espropriato. Non trovando

conforto nel presente, Melibeo spinge lo sguardo nel futuro; ma nel futuro da lui immaginato c’è posto solo per

l’infelicità: per lui sarà l’esilio in terre lontanissime, mentre l’ impius miles verrà in possesso dei suoi campi

( vv. 64-72 ). Pianto e disperazione oggi e domani. E il passato? È distrutto dal presente. Il passato contiene

il germe dell’infelicità futura:oppure dal passato traspare la mestizia nella rievocazione della lontananza da

Titiro.

b) Piano dello spazio

Proprio perchè Melibeo deve allontanarsi per sempre dai suoi campi, egli è tutto chiuso nel cerchio dell’hic. Al

contrario Titiro, che è rimasto padrone della sua proprietà vive nel cerchio dell’ille; il ricordo lo lega a ciò che

è lontano, a Roma e allo iuvenis. Sembrerebbe che Titiro, oltre a essere tutto immerso nel ricordo di Roma e

del suo deus, rifugga di proposito dal parlare dell’ hic, per non voler accrescere la tristezza di Melibeo.

c) Diversa visione della realtà

Il contrasto si ripresenta anche nel modo diverso con cui i due pastori vedono la realtà.

Melibeo vede attorno a sé una realtà in perenne movimento, come chi, in preda al dolore, non riesce a

fermare lo sguardo su qualcosa che lo rassicuri e gli comunichi una certezza. Titiro invece vede attorno a

sé una realtà nella sua immobilità serena, emana un senso di sicurezza e di pace, quasi esterna proiezione di

quella statica beatitudo interiore che accomuna il sogno bucolico all’ideale epicureo.

d) Diverso modo di vedere e di sentire il paesaggio

Melibeo è tutto immerso nella sua terra e non riesce a staccarsene.

Titiro intravede appena da lontano i suoi campi, di scorcio, come ricordo.

Ancora una volta i due piani non si incontrano! Certo è significativo che il motivo dell’ombra con cui l’egloga

si era aperta, ritorni nella chiusa come simbolo della pace che solo il sogno bucolico può dare, lontano

dalla tempesta della Storia. Ma appunto quell’ombra, cui Melibeo deve rinunciare, non fa che accentuare

l’antitesi su cui si regge l’egloga.

f) La negazione dei temi dominanti

Gli stessi temi dell’egloga, quello degli otia, quello del deus e quello della libertas, hanno la loro drammatica

negazione.

Gli otia di Titiro che si manifestano come totale abbandono ad una vita distesa e pacifica trascorsa tra le piante,

fra il canto e il sogno, diventano in Melibeo fuga e scompiglio, calamità.

Il deus che ha reso felice Titiro ha distrutto nello stesso tempo la felicità di Melibeo.

Alla libertas acquistata dal vecchio Titiro si contrappone la resa forzata di Melibeo a un destino ingiusto

che non concede scampo. Ogni tema è strettamente connesso con la sua antitesi in una trama di opposizioni che

non è possibile sciogliere. Sicché errato sarebbe isolare nell’egloga i vari temi, fra loro intrecciati in un

organismo dove tutti concorrono a costruire l’unità espressiva e semantica.

ANALISI MORFOLOGICA

Tityros: Forma dorica del gr. satyros ("satiro", cioè un semidio dei boschi) ricorre in Teocrito come nome

pastorale e, secondo Servio, uno dei primi commentatori di Virgilio (IV secolo), sarebbe nome

comune per indicare l'ariete capo del gregge.

Melibeo: Significa “conduttore di buoi”

1. Recubans: Participio presente nom. sing “Recubo- as-are”

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