Concetti Chiave
- Verlaine, con la sua raccolta "Un tempo e poco fa", diventa un punto di riferimento per i giovani scrittori simbolisti, esplorando temi di decadenza e disinteresse.
- Nel sonetto "Languore", l'autore riflette sulla condizione psicologica e culturale dei romani alla fine dell'impero, paragonandola a quella degli uomini del XIX secolo.
- La "noia densa" descritta da Verlaine rappresenta uno stato di completa decadenza e disinteresse per la vita, influenzando anche i poeti nella loro creatività.
- L'autore ipotizza che la sazietà generale porti a un'assenza di forze, rendendo l'arte un mero passatempo e privandola della sua funzione educativa.
- Verlaine conclude che ogni civiltà, inizialmente prospera, inevitabilmente crolla in un esaurimento di valori, evidenziando il ciclo di vita delle culture.
Verlaine e il simbolismo
Nel 1884 Verlaine pubblicò una raccolta intitolata “Un tempo e poco fa” che ben presto si impose come punto di riferimento per i giovani scrittore che avevano aderito alla corrente letteraria del Simbolismo e parte di questa collezione è anche il componimento di alessandrini conosciuto con l’emblematico titolo di “Languore”. In questo sonetto, Verlaine si proietta nel passato, in particolare si immerge a livello psicologico, morale e culturale nell’epoca e nella comunità degli antichi romani, e nello specifico i romani verso la fine dell’età imperiali, coloro che ormai non avevano altro da fare se non aspettare miseramente la fine di un impero che era stato così grande e potente. La pressione delle popolazioni germaniche appariva infatti anche ai loro occhi come insostenibile per il loro esercito e quindi erano perfettamente consapevoli che la loro fine sarebbe presto giunta.
Analisi storica e confronto
Tuttavia, l’autore non attua questa analisi storica passata inutilmente, il suo obiettivo appare infatti quello di confrontare lo stato d’animo dei romani d’allora, con quello degli uomini a lui contemporanei, che quindi stavano vivendo verso la fine del XIX° secolo, in un clima di simile decadenza e di tramonto del glorioso passato.
Sulle basi di questo condiviso languore, Verlaine arriva dunque alla terribile conclusione che vede la fine di ogni civiltà, prima costruita su un benessere generale, e poi miseramente crollata in un esaurimento di qualsiasi tipo di valore su cui era stata eretta. Il titolo appare dunque emblematico, dato che riesce a riassumere in una sola parola la condizione fisica e psicologica degli uomini da lui descritti in quanto in una condizione di completa decadenza, di completo disinteressamento per la vita, quella che Verlaine definisce in due sole parole come “noia densa” al quinto verso. A provocare questa situazione, l’autore ipotizza sia una sazietà generale, che porta ad un’assenza di forze per resistere e affrontare la vita, questa sazietà ovviamente poi colpisce e condiziona anche i poeti, traducendosi in una sterilità creativa che non gli permette di esprimere i propri virtuosismi e di sfogare le proprie emozioni in quanto completamente saturi. Questa condizione artistica viene espressa dall’autore al meglio all’undicesimo verso quando afferma “Non c’è più niente da dire”, come a voler sottolineare la nuova natura dell’arte come passatempo oppure come un gioco, arte che quindi, per il poeta, ormai ha perso la sua funzione educativa e morale.
Domande da interrogazione
- Qual è il tema centrale del sonetto "Languore" di Verlaine?
- Come Verlaine confronta il passato con il presente nel suo lavoro?
- Qual è la visione di Verlaine sull'arte e la creatività nel contesto della sazietà?
Il tema centrale del sonetto "Languore" è la decadenza, sia degli antichi romani che degli uomini del XIX secolo, evidenziando una condizione di completa apatia e disinteresse per la vita, descritta come "noia densa".
Verlaine confronta lo stato d'animo dei romani verso la fine dell'Impero con quello degli uomini del suo tempo, sottolineando una simile decadenza e la consapevolezza della fine imminente di ogni civiltà, come evidenziato nella sua analisi storica.
Verlaine sostiene che la sazietà generale porta a una sterilità creativa nei poeti, che non riescono più a esprimere le proprie emozioni, trasformando l'arte in un passatempo privo di valore educativo e morale, come indicato nella sua affermazione "Non c'è più niente da dire".