Concetti Chiave
- Vitangelo Moscarda, il protagonista, affronta una crisi esistenziale legata alla sua identità e al modo in cui gli altri lo percepiscono, scoprendo di essere visto in modi diversi.
- La moglie Dida gioca un ruolo cruciale nel risvegliare le insicurezze di Moscarda, innescando la sua riflessione sulla propria identità attraverso la critica ai suoi difetti fisici.
- La solitudine diventa per Moscarda un mezzo per riflettere su se stesso, cercando di scoprire la sua vera essenza lontano dagli sguardi altrui.
- Protagonista decide di liberarsi dalle aspettative sociali e dalla figura di "Gengè", cercando di distruggere le molteplici versioni di se stesso create dagli altri.
- Il romanzo esplora la relatività della percezione e la complessità dell'identità, suggerendo che la verità della nostra esistenza è spesso un'illusione costruita dalle interazioni sociali.
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"Uno, nessuno, centomila" di Pirandello
Libro Primo
Parte I: Mia moglie e il mio naso
Vitangelo Moscarda (Gengè per gli amici) è il protagonista.
Un giorno, guardandosi allo specchio, si rende conto di avere il naso pendente dal lato destro. Questo difetto viene sottolineato dalla moglie e ciò lo infastidisce; la donna aggiunge che questo non è il suo unico difetto. Infatti, anche le sopracciglia sono troppo folte, le gambe sono storte e le orecchie sono attaccate male.
Moscarda inizia così a riflettere sulla sua vita, in cui non ha mai lavorato e che ha sempre passato oziando; egli ha ereditato dal padre una banca che due amici (Firbo e Quantorzo) amministrano lasciando che il protagonista si occupi pochissimo dei suoi affari. Ad ogni modo, Moscarda si ritiene un uomo libero da vincoli padronali e da responsabilità, ma senza sapere cosa fare e dove andare nella vita. Dopo le riflessioni, Moscarda torna a pensare ai suoi difetti pensando di non conoscere nemmeno il suo corpo.
Parte II: E il vostro naso?
Lo stesso giorno, preso dal nervosismo, comincia ad importunare un amico chiedendogli se si sia mai reso conto del suo naso storto e in più, per rivalsa, comincia a mettere in evidenza i difetti fisici del suo amico, puntualizzando di non essere l'unico con delle imperfezioni.
Parte III: Bel modo di essere soli!
Dal giorno in cui ha preso coscienza dei suoi difetti Moscarda desidera stare solo. La vicinanza della moglie e dei suoi discorsi frivoli lo esasperano; lui ha bisogno di stare da solo davanti allo specchio per riflettere, pensare ad eventi piacevoli che valgono la pena essere ricordati.
Parte IV: Com'io volevo esser solo
Il modo con cui Moscarda vuole essere solo comincia a rasentare la pazzia. Sostiene che l'unico modo per essere veramente solo è di stare in un posto dove si è sconosciuti, estranei. Solo così può essere solo, perché la sua persona sia, insieme a se stesso, anche estraneo. Vuole parlare con l'io che lo infastidisce per conoscerlo meglio.
Se per gli altri non è l'uomo che pensa di essere, allora chi è veramente? Come può vedersi come lo vedono gli altri? Questo concetto è per lui fonte di sgomento. Vorrebbe conoscere a tutti i costi quell'io dentro di lui che tutti, eccetto lui, conoscono già. In queste riflessioni comincia a maturare la follia del protagonista.
Parte V: Inseguimento dell'estraneo
Ogni volta che Moscarda è solo in casa si sofferma davanti allo specchio per guardarsi e fare smorfie, aggrottando le sopracciglia immaginando dolore per la morte della moglie o meraviglia per qualcosa. Ad ogni sensazione che immagina corrisponde un'espressione diversa che è come la vive lui, non come lo vedrebbero gli altri.
Rallegrandosi della sua intelligenza nel riuscire a vedersi diverso da come si è sempre visto, non riesce a farsene una ragione, cioè non riesce a vivere per se stesso incurante di ciò che gli altri pensano di lui.
Moscarda si rende conto che c'è un io estraneo in lui che deve sempre portarsi dietro; questa idea lo sta ossessionando.
Parte VI: Finalmente
Un giorno la moglie Dida dice che deve andare a trovare l'amica Anna Rosa, malata. Moscarda, sapendo che le mogli fanno il contrario di ciò che dicono i mariti, si oppone, riuscendo così a rimanere solo finalmente.
Parte VII: Filo d'aria
Calmatosi dall'emozione, Moscarda chiude gli occhi e, con il suo estraneo corpo, torna davanti allo specchio. Ma una voce del suo inconscio gli dice che lì c'è anche l'estraneo, che può solo esser veduto; è come Moscarda per gli altri: può essere veduto ma non può vedersi. Una volta aperti gli occhi riuscirà Moscarda a vedere l'estraneo così come gli altri vedono Moscarda?
Queste considerazioni gli impediscono di aprire gli occhi in quanto sa che finché ha gli occhi chiusi lui e l'estraneo sono due cose diverse e non possono diventare l'un altro. Così apre gli occhi e vede se stesso con il viso disgustato.
Dopo essersi rasserenato vede l'estraneo e lo chiama per nome: "Moscarda!", ma lui resta fermo a guardarlo, senza reazioni. Moscarda non riesce a riconoscersi, vede un corpo che non sopporta, senza nome. Prova a salutarsi e sorridere.
Parte VIII: E dunque?
Tutte queste riflessioni sono state causate da sua moglie Dida che gli ha fatto notare la pendenza del naso. Moscarda cominciò così a pensare di non essere per gli altri ciò che ha sempre creduto di essere, ritenendo così di non potersi vedere, mentre gli altri possono vederlo.
Moscarda non riesce a vedere questo estraneo. Il suo corpo non sa di vivere e Moscarda lo può prendere di volta in volta, così come gli altri. Quel corpo non è niente e nessuno, anche un filo di vento può portarselo via.
Capisce allora perché sua moglie l'abbia nominato Gengè e decide che vuole scoprire chi è realmente, almeno per i suoi conoscenti.
LIBRO SECONDO
Parte I: Ci sono io e ci siete voi
Riflettendo, Moscarda si rende conto che alla maggior parte delle persone non interessi volersi veder vivere come interessa a lui. Non tutti fanno caso ai propri difetti e non tutti fanno caso a ciò che gli altri dicono di loro. Ognuno basa la proprio vita sulla propria coscienza, ritenendo quindi di vivere sempre nella ragione, ciò conforta e tranquillizza.
Parte II: E allora?
Ciò significa che la verità è che la vita si basa sulla presunzione che la realtà che vediamo noi è come la realtà che vedono gli altri. Non ci interessa se le persone ci vedono in modo diverso da come noi vediamo noi stessi: pensiamo semplicemente che ciò non succede.
Parte III: Con permesso
La casa di Moscarda contiene ancora vecchi mobili della madre e il viottolo che conduce all'abitazione è contornato da una fila di cipressi tipo camposanto. In molti criticano questa la casa: ognuno ha le sue opinioni e i suoi gusti.
Parte IV: Scusate ancora
Inoltre, non è detto che se quando si parla si trova un accordo riguardo a qualcosa, il giorno seguente non ci si trovi in disaccordo, poiché ciò che si dice può essere interpretato in maniera diversa da persona a persona, in base a come ciascuno interpreta le parole. Ognuno vive la sua realtà in buona fede, ma la sua realtà. La mia sarà diversa.
Parte V: Fissazioni
Viviamo ogni giorno di fissazioni. Oggi ci fissiamo in un modo, domani in un altro.
Parte VI: Anzi ve lo dico adesso
Una montagna, grande e grossa, sembra stare ferma, ma in realtà si muove. È l'uomo che la fa muovere, prendendo il legno per fare i mobili, le pietre e la sabbia per fare le case. L'uomo è un essere piccolissimo rispetto alla montagna, ma ha qualcosa che essa non ha.
Parte VII: Che c'entra la casa?
Il discorso della casa sembra non c'entrare ma in realtà c'entra eccome. Moscarda, rivolgendosi al lettore dice che ormai è prevenuto e comincia ad abituarsi alla sua pazzia.
Parte VIII: Fuori all'aperto
Girare per la campagna infonde un senso di pace, poiché è un luogo naturale, non costruito dall'uomo. In città si vive alla ricerca di qualcosa che non c'è perché ce lo mette l'uomo, si cerca sempre qualcosa che dia senso alla vita. Nella campagna invece, nel silenzio, la natura vive per vivere, e qui l'uomo prova un senso di pace ed abbandono.
Parte IX: Nuvole e vento
Come sarebbe bello essere senza la coscienza d'essere, come una pianta o una pietra, non sapere di esistere ed ignorare se stessi.
Parte X: L'uccellino
La campagna, con la sua grandezza, rende vane le ambizioni degli uomini. Ad esempio, che senso ha il volere a tutti i costi volare con una macchina costruita, puzzolente e che al primo guasto cade e muore? Vedere il volo leggero e naturale dell'uccellino fa capire quanto siano inutili le ambizioni degli uomini.
Qui all'aperto si riesce a fare questo ragionamento ma appena tornati in città e si capisce perchè bisogna volare, tagliare piante e portare via pietre. La città è un mondo che ha senso solo per l'uomo che lo ha costruito.
Parte XI: Rientrando in città
Moscarda fa ancora riflessioni filosofiche. Come sono tristi gli alberi in città, tosati, pettinati e smarriti. Se potessero pensare e parlare... beati gli uccellini che possono volar via.
Ci vorrebbe più accordo tra uomo e natura, che spesso distrugge le costruzioni dell'uomo. La natura distrugge, ma l'uomo, caparbio e testardo, ricostruisce. L'uomo costruisce anche se stesso e crede di conoscersi: la realtà è quella che noi riusciamo a dare a noi stessi. Basta che le cose cambino un poco la realtà cambia.
Parte XII: Quel caro Gengè
Dida dice di conoscere bene suo marito, il caro Gengè. Per forza. Se l'è costruito come lo vorrebbe lei, ma soprattutto lui non si è mai opposto. Lui non ha mai saputo dare forma alla sua vita; anche gli ostacoli che ha incontrato non lo hanno mai stimolato ad affermarsi diventando qualcuno. Questo non per la sua debolezza, per il suo disinteresse, per la rassegnazione ai dispiacere che sarebbero potuti conseguire.
Così Gengè viveva in uno stato di confusione continua, conosciuto dagli altri in centomila modi diversi, salvo per il fatto che per se stesso Moscarda non era nessuno.
Nonostante l'abbia costruito come voleva lei, Dida riesce a trovare dei difetti in Gengè. A volte infatti lei piange per cose che lui dice, attribuendo un significato diverso a quello che la moglie darebbe a queste frasi. Dida ama questo Gengè e Gengè non può cambiare. Tuttavia il Gengè che lei ama non corrisponde al vero Moscarda, c'è un estraneo fra loro due.
Quando Moscarda decide di distruggere l'intruso, la moglie, inorridita, dichiara di non poterlo più amare a scappa.
LIBRO TERZO
Parte I: Pazzie per forza
Moscarda, una volta presa coscienza che esiste un Moscarda diverso per ogni suo conoscente, decide di scovarli uno ad uno e distruggerli.
Parte II: Scoperte
Moscarda scopre di avere un nome brutto e fastidio che ricorda le mosche (in realtà derivava da "muschio") e tutte le sue azioni vengono legate al suo nome.
Moscarda vorrebbe darsi un nome diverso per ogni suo atteggiamento perché nel suo proprio non si identifica. Non gli piacciono nemmeno le sue fattezze, ma guardandosi allo specchio ha capito che deve rassegnarsi, non potendo farci nulla. Anche le sue condizioni di vita non le aveva scelta, le aveva ereditate e con esse tutti i giudizi degli altri, dall'odio all'invidia.
Ha sempre pensato di aver fatto dipendere da se stesso le sue vicende, tuttavia ora si rende conto che ciò che ha è dipeso da altri: il nome, il corpo e lo stile di vita. Questa idea non gli piace.
Tutti pensano inoltre che egli ozi per l'eredità di suo padre; Moscarda invece credeva di aver fatto dell'ozio una sua caratteristica.
Parte III: Le radici
Il padre di Moscarda a suo modo gli voleva. Più che altro provava compassione per quel figlio inetto, ingenuo e incapace di combinare qualcosa. É comunque un figlio nato per sbaglio.
Parte IV: Il seme
Moscarda realizza che ha di suo padre un'immagine diversa da quella che hanno gli altri. Scopre come viveva suo padre e come si comportava. Queste verità lo mortificano e lo fanno vergognare.
Parte V: Traduzione d'un titolo
Del padre ha pochi ricordi. Morta la madre giovanissima, fu cresciuto in diversi collegi e poi frequentò diversi corsi all'università ma senza mai raggiungere risultati.
Quindi, dato il suo scarso profitto, fu richiamato a casa e ammogliato, forse nel tentativo di farlo maturare. Dopo due anni dal suo ritornò il padre morì. Quello che Gengè sa di suo padre è che è un banchiere. Di fatto, un usuraio, uno speculatore non stimato ma odiato in paese. Odio che il figlio erediterà.
Parte VI: Il buon figliolo feroce
Moscarda è inorridito da questa notizia ma quando ne parla alla moglie ella scoppia a ridere considerando la domanda sciocca. Moscarda capisce allora di essere uno sciocco per la moglie (il suo Gengè) e un usuraio per i cittadini. Moscarda è ancora peggio del padre in realtà, il padre almeno lavorava. Con Moscarda di affari non parla nessuno.
Quando qualcuno fa una domanda a Gengè per una raccomandazione lui ne squadra il viso per trovare i difetti. Nessuno fa male a Gengè perché lui non fa del male a nessuno. Vive come un cieco e per tutti è un figlio di papà incapace.
Moscarda introduce due personaggi che incontra tornando a casa ogni giorno: Marco di Dio e la moglie Diamante.
Parte VII: Parentesi necessaria, una per tutti
Questi due personaggi sono le prime vittime dell'esperimento per distruggere uno dei tanti Moscarda.
Moscarda, da persona coerente, si chiede come possa parlare di persone che non conosce se non per come li vede lui. In realtà non ne avrebbe diritto, sennò farebbe loro lo stesso torto che subisce lui. Solo che lui è fissato e quindi può farlo. Si può pensare che una persona sia costruita non da se stessa ma dai fatti che le sono accaduti nella vita e dalla sua esperienza. Ogni atto che qualcuno compie se lo porterà dietro per tutta la vita, imprigionandolo. Anche Moscarda ritiene di essere imprigionato, ingiustamente. Quando compiamo un atto pensiamo di essere tutti in quell'atto ma in realtà solo una parte di noi lo compie. Se i fatti non sono gravi si chiamano disinganni. La realtà è un inganno.
L'inganno consiste nel fatto che siamo sempre noi a dare una forma alla realtà, in base a chi siamo in quel momento. Ci illudiamo che la realtà di oggi sia l'unica vera, ma è spesso illusione domani.
Parte VIII: Caliamo un poco
Non si può capire la realtà di una persona solo da alcuni suoi aspetti. Ad esempio il protagonista può sembrare imbecille per alcuni poiché lascia Quantorzo a gestire la banca e Firbo alla consulenza legale, per altri questa scelta può sembrare avveduta, ma sembrare imbecille perché porta a spasso la cagnolina della moglie.
Parte IX: Chiudiamo la parentesi
Quindi ci si può sforzare di apparire a qualcuno in un certo modo, ma sarà solo un'interpretazione.
Parte X: Due visite
Moscarda riflette sull'imbarazzo di fronte alla situazione in cui sta con due amici che non si conoscono ma che potrebbe scoprire di conoscere due Moscarda diversi.
LIBRO QUARTO
Parte I: Com'erano per me Marco di Dio e sua moglie Diamante
Sono una coppia di poveracci. Nel senso che faticano a mangiare e vivere. Marco aveva un futuro da artista in uno studio ma cadde in disgrazia quando cercò, in un momento di debolezza, di abusare di un giovane modello. Fu incarcerato e quando uscì non trovò più lavoro. Avrebbe voluto andare in Inghilterra. Crede di poter diventare ricco dopo qualche improvvisa invenzione.
Marco odia Moscarda, a causa di suo padre che gli faceva elemosine ma poi gliele richiedeva indietro.
Anche Moscarda cercava di aiutarli, lasciandoli alloggiare gratuitamente in una catapecchia di sua proprietà, fonte del suo primo esperimento...
Parte II: Ma fu totale
Totale perché il cercare di sembrava diverso dai centomila Moscarda in cui viveva gli apre la strada verso la pazzia. Compierà un atto per cercare di dimostrare di non essere un usuario, tuttavia la gente lo riterrà pazzo. Rischierà anche la vita, oltre al manicomio, per riprendersi la salute.
Parte III: Atto notarile
Per realizzare l'esperimento Moscarda ha bisogno di fare un atto notarile. Si reca quindi dal notaio Stampa cav. Elvidio a Richieri, la sua città.
Arrivato all'ufficio comincia a riflettere riguardo al silenzio degli uffici e al rumore dei canarini in gabbia, al punto che il notaio comincia a guardarlo in modo strano.
Spiega al notaio il tipo di atto che vuole fare ed aggiunge che deve rimanere un segreto. Moscarda deve allora andare a prendere dei documenti in banca.
Parte IV: La strada maestra
Deve allora rubare le carte al Moscarda usuraio. Ormai sta diventando pazzo. Considera però poi che tutti sono pazzi, anche se non sanno di esserlo.
Parte V: Sopraffazione
Moscarda non sa però dove cercare le carte. Trova l'ambiente squallido però non giudica per evitare di essere deriso da chi sa che lui non si occupa degli affari.
Entrato in banca assiste ad un dibattito tra Furbo e un certo Turolla, deriso a causa dei suoi abiti dopo essere andato lì per chiedere un prestito.
Moscarda riprende allora Firbo dicendo che deve trattare meglio anche sua moglie (di Firbo) invece di chiuderla in manicomio. Moscarda viene portato in direzione mentre continua a criticare l'atteggiamento di Firbo.
Poi chiede scusa inginocchiandosi a Firbo per ciò che ha detto sulla moglie. I due sono straniti. Così chiede loro perché Marco di Dio non paga da molto l'affitto. Loro rispondono che è stato suo padre a volerlo tanti anni prima. Moscarda è però impassibile e vuole i documenti, sbatte fuori i due collaboratori e cerca i documenti.
Parte VI: Il furto
Moscarda è entrato per rubare a se stesso ma non sa dove cercare. Pensa che non è lui a compiere quell'atto, ma uno dei tanti Moscarda. Qualcuno bussa alla porta e lui respinge l'intruso. Trova le carte, si sente liberato, ma poi si insospettisce perchè sta rubando a se stesso.
Parte VII: Lo scoppio
Il giorno dello sfratto piove. Moscarda è insieme a due guardie e fuori in strada si ammucchiano le poche cose dei di Dio e si sentono i commenti della gente ("Più schifoso del padre, usuraio, usuraio, accanirsi contro un povero pazzo").
Marco di Dio esce, vede Moscarda e non lo uccide solo grazie alle due guardie. Tra le grida della folla prende voce un giovane lavoratore dello studio notarile che ha qualcosa da dire a nome del notaio.
Tutti urlano ma il giovane dice che è stata fatto una donazione a di Dio: gli è stata fatto una donazione di una casa ed un assegno di diecimila lire per acquistare un laboratorio con tutti gli attrezzi. Il donatore è Moscarda. Tutti cominciano allora a gridare "pazzo!" a Moscarda.
Libro Quinto
Parte I: Con la coda tra le gambe
L'episodio ha portato la considerazione da parte di Quantorzo, mentre Firbo vorrebbe farlo interdire in quanto pazzo e dannoso per l'immagine della banca. Quantorzo prevale facendo notare che Moscarda è il proprietario e la loro ricchezza la si deve a lui.
In questa discussione Moscarda se ne sta in disparte.
Parte II: Il riso di Dida
Dida prende a strapazzare il suo Gengè dicendo che l'ha fatta troppo grossa. Ma Moscarda è angosciato da fatto che Gengè non è lui. Sente sua moglie estranea e ne prova orrore.
Moscarda prova rancore verso Dida che non ha capito che è stato solo uno scherzo e si schiera dalla parte di Firbo contro di lui. Poi gli ordina di portare a spasso la cagnolina, ma Moscarda vorrebbe sedersi e non rialzarsi più.
Parte III: Parlo con Bibì
Nemmeno la cagnolina pare volerlo seguire. Va a nascondersi in un cantiere dismesso e si siede su una pietra. Qui comincia a parlare con la cagnolina: spiega che vuole nascondersi dagli sguardi della gente e che non vuole essere guardato perché nessuno dubita mai di quel che vede.
Parte IV: La vista degli altri
Moscarda pensa di uccidersi per liberarsi dal suo tormento e dimostrare di non essere l'imbecille che tutti pensano. Se non vedrà più nessuno che senso darà alla sua vita da morto? Sta impazzendo e prende a calci la cagnetta che lo guarda stranito.
Parte V: Il bel giuoco
No, non è stato lui a dare il calcio a Bibì; è stato un ragazzaccio smarrito. Che bel gioco sarebbe poter tornare da morti e vedere gli altri vivi. Che voglia ha di prendere tutti a calci!
Parte VI: Moltiplicazione e sottrazione
Rientrato a casa, trova Dida che confabula con Quantorzo, sicuramente di lui. Entrando Moscarda dice eccoci qua, intendendo che nel salotto ci sono, non tre, ma nove, anzi otto persone, visto che Moscarda, per se stesso, non conta più. Si sta preparando una bella conversazione tra otto persone che pensano di essere in tre.
Parte VII: Ma io intanto dicevo tra me
Moscarda pensa che se guardasse gli altri nel salotto, coi suoi occhi pieni di terrore,farebbe vacillare la loro sicurezza.
Parte VIII: Il punto vivo
Quantorzo è turbato, non per lo sguardo di Moscarda, ma dal tono delle sue affermazioni.
Quantorzo si è recato a casa di Moscarda per dissuaderlo dall’intromettersi negli affari della banca, per legargli mani e piedi in modo da tenerlo lontano e inoffensivo.
Ma Moscarda comincia a criticare l’operato dei due fedeli collaboratori. Dice che sugli scaffali c’era troppa polvere.
Poi comincia ad alzare la voce ed a litigare con Quantorzo trovando futili motivi sino che ad un certo punto dice che era stanco di essere chiamato usuraio.
Questa frase suscita risa di scherno da parte di Quantorzo e della moglie Dida.
Moscarda è punto nel vivo e grida alla moglie di tacere, che lui non era lo sciocco Gengè ma un altro che sa cosa vuole. Vuole che la banca venga chiusa e vuole ritirare i suoi soldi.
Il litigio si fa sempre più aspro ma Moscarda non cede. Tuttavia non può raccontare tutte le sue riflessioni. Può impazzire ma non distruggere il suo nemico. Urla alla moglie di finirla con Gengè e se ne va furioso.
Libro Sesto
Parte I: A tu per tu
Moscarda si rende conto di aver compromesso il suo rapporto con Dida, ma finalmente è diventato ciò che voleva. Come può purificare i soldi della banca dalla colpa dell'usura?
Anche la moglie che se n'è andata è un punto vivo per lui. Lui la ama ma si rende conto che lei ama un Moscarda diverso, Gengè appunto.
Parte II: Nel vuoto
La casa è vuota, Dida è andata da suo padre e Moscarda è finalmente libero.
Parte III: Seguito a compromettermi
Il giorno seguente Moscarda va dal suocere e si diverte a prodursi in tanti altri individui pensando alla commedia da recitare.
Parte IV: Medico? Avvocato? Professore? Deputato?
Il suocere chiede a Moscarda se davvero sia impazzito e cosa ne farà di sua figlia e della sua vita. L'uomo dice che venderà la banca e, grazie ai sei anni di università, diventerà ciò che Dida vorrà. Il suocerò capisce che è pazzo e se ne va.
Parte V: Io dico, poi, perché?
Il tono col colloquio col suocere era scherzoso; anche lui non accettava che Gengè non ci fosse più. Se Moscarda potesse andarsene con un altro corpo, lascerebbe Gengè ai suoi cari.
Parte VI: Vincendo il riso
Moscarda ha pensato nella notte che potrebbe fare anche professore o avvocato ma si rende conto che Dida non tornerebbe con lui più ormai.
Libro Settimo
Parte I: Complicazione
Il mattino dopo viene invitato da Anna Rosa, un'amica di Dida. Lui pensa sia per tentare una riconciliazione o per dissuaderlo dal liquidare la banca. Oppure avrebbero potuto ricattarlo, riavere Dida in cambio di recedere dalle decisioni, dannose per tutti.
Parte II: Primo avvertimento
Moscarda non ha mai parlato con Anna Rosa. La donna vive in una badia (monastero) insieme ad altre vecchie suore. Arrivato lì la serva dice a Moscarda di andare a cercare Anna Rosa dalla zia monaca. Moscarda è preoccupato e pensa che andare su alla badia potrebbe avere conseguenze sulla sua vita.
Parte III: La rivoltella tra i fiori
Moscarda riesce a raggiungere la Badia e nel buio incontra Anna Rosa che, casualmente, si ferisce con una pistola che ha in borsa. Moscarda porta allora la donna ferita a casa sua domandandosi se la pistole sarebbe dovuta servire per lui.
Parte IV: La spiegazione
Moscarda scopre che Dida aveva detto ad Anna Rosa che Gengè la schivava per paura di innamorarsene. Riguardo la rivoltella Anna Rosa dice che la porta sempre con sè.
Ma la cosa più interessante è la spiegazione di Anna Rosa riguardo al fatto che Dida, insieme a Quantorzo, Firbo, di Dio, Turolla e il suocero, voleva fare interdire Moscarda. Anna rosa aggiunge dei particolare su Dida che Moscarda non immaginava.
Parte V: Il Dio di dentro e il Dio di fuori
Moscarda racconta che quando andava a spasso con Bibì le spiegava che gli uomini costruiscono le chiese perché hanno bisogno di costruire una casa anche per i loro sentimenti. Moscarda dice che punto vivo che si era ferito quando Dida aveva riso di lui quando disse che non voleva esser ritenuto un usuraio era Dio. Ma Moscarda non poteva parlarne con Firbo e Quantorzo, doveva appellarsi al Dio di fuori, nella casa costruita dai fedeli.
Parte VI: Un vescovo non comodo
Moscarda va a trovare monsignor Partanna, il nuovo vescovo che è arrivato a piedi e che predilige il Dio di dentro piuttosto che il Dio di fuori, comodo.
Parte VII: Un colloquio con Monsignore
Il colloquio col monsignore viene interrotto dalla vista di un pazzo che rischia di buttarsi giù dal tetto. Moscarda continua poi a sentire il discorso sulla coscienza del monsignore. Poi viene chiamato Don Antonio Sclepis, il quale conferma che aiuterà Moscarda a non essere interdetto.
Parte VIII: Aspettando
Moscarda è tentato dal fisico di Anna Rosa. Quando la ragazza gli fa un sorriso che ha provato poca prima allo specchio l'uomo si irrita e dibatte con la donna sul fatto che guardarsi allo specchio non è vivere, è come diventare statue e atteggiarsi si oppone al divenire della vita. Il dialogo con Anna Rosa continua e alla fine la donna, inorridita dal fascino di ciò che Moscarda le ha detto, gli sparò al petto.
Libro Ottavo
Parte I: Il giudice vuole i suo tempo
Il giudice del processo contro Anna Rosa prende mesi per capire la dinamica dell'accaduto. Anna Rosa ha dato la sua versione, corrispondente al vero, ma il giudice vuole parlare con Moscarda.
Parte II: La coperta di lana verde
Ricondotto a casa, Moscarda se ne sta su una sedie con una coperta di lana verde sulle gambe, sulla quale immagina la campagna. Arriva il giudice al quale Moscarda non vuole raccontare la sua idea sulla vita per paura di terrorizzarlo come ha fatto con Anna Rosa.
Parte III: Remissione
Il dialogo col giudice avrebbe favorito l'assoluzione di Anna Rosa, ma reso più difficile il compiti di Sclepis, che lo aiuta tuttavia ad ottenere come penitenza la devoluzione di tutti i suoi beni per fondare un ospizio di mendicità nel quale anche lui si sarebbe fatto ricoverare.
Parte IV: Non conclude
Anna Rosa viene assolta, anche grazie al modo in cui Moscarda si presenta in tribunale (berretto, zoccoli e camiciotto turchino dell'ospizio). Moscarda passa gli ultimi anni della sua vita nell'ospizio in campagna in cui non si guarda più allo specchio ma decide di morire e rinascere continuamente, nelle cose che lo circondano. Il nome non fa più parte di lui, è solo un epigrafe funebre, per qualcosa che è finito, morto. Moscarda vuole vivere e non conclude con l'etichetta del nome.