Concetti Chiave
- Thomas Hobbes nacque nel 1588 e si laureò a Oxford, scrivendo opere fondamentali come il Leviatano e la trilogia De cive, De corpore e De homine.
- La filosofia di Hobbes si basa sul linguaggio, ritenendo che il ragionamento umano derivi dall'addizione e sottrazione di concetti, e distingue tra conoscenza a priori e conoscenza probabile.
- Hobbes è un materialista e meccanicista, affermando che bene e male sono convenzioni umane, e negando l'esistenza di un libero arbitrio assoluto.
- Nel suo approccio alla politica, Hobbes la considera una scienza matematica, con postulati sulla natura umana che portano alla formulazione del contratto sociale.
- Hobbes sostiene che uno stato deve avere potere assoluto per garantire ordine e sicurezza, imponendo limiti su ciò che non può obbligare gli individui a fare.
La vita e le opere di Hobbes
Nacque nel 1588, anno in cui l’Inghilterra si trovava a fronteggiare la minaccia dell’Invencible Armada, e morì nel 1679. Fece dei buoni studi e si laureò a Oxford in filosofia. Rampollo di una famiglia benestante, compì molti viaggi in tutta Europa ed ebbe rapporti epistolari con molte personalità importanti del tempo, tra cui Galileo e Cartesio. Le principali opere di Hobbes furono il Leviatano e la trilogia De cive (che tratta di politica), De corpore (che tratta di fisica) e De homine (che tratta di morale).
La filosofia del linguaggio e della conoscenza
Hobbes partì dalla constatazione che sia gli uomini, sia gli animali sono dotati di ragione. L’unica differenza era rappresentata dall’intensità e dalla lunghezza temporale dei ragionamenti umani. Hobbes si interrogò su questa differenza e disse che l’uomo era più sviluppato degli animali perché era dotato di un linguaggio che permette di descrivere tutti i concetti esistenti. Hobbes era un nominalista. Pensava che il ragionamento umano si basasse sul linguaggio e sull’addizione e sulla sottrazione di concetti. Pensare e ragionare voleva dire calcolare. Per quanto riguarda la conoscenza della realtà, Hobbes distinse due metodi. Conoscere qualcosa significa conoscere le sue cause. Perciò la conoscenza dimostrativa a priori, cioè che prescinde dall’osservazione diretta, è rappresentata dalla conoscenza di tutte quelle cose di cui gli uomini sono la causa. Sono tipi di conoscenza a priori le scienze matematiche, politiche e morali. L’uomo invece non può avere una conoscenza assoluta di ciò di cui non è causa. Per quanto riguarda i fenomeni della natura, l’uomo può solo osservarli attentamente e cercare di risalire dagli effetti alla causa che li ha provocati, senza però poter avere la certezza di essere giunto alla spiegazione ultima. In questi casi l’uomo ha solo una conoscenza probabile.
Il materialismo e il meccanicismo di Hobbes
Hobbes era una materialista, cioè era convinto che esistesse solamente ciò che fosse corporeo. Si scontrò con la Chiesa perché diceva che se Dio esisteva allora aveva una dimensione corporea. Era legato anche al meccanicismo con cui spiegava tutta la realtà. Disse anche che bene e male come principi a se stanti non esistono, ma sono delle convenzioni inventate dagli uomini: con il termine bene si indica tutto ciò che dà felicità, mentre il male indica ciò che porta tristezza. Non esiste nemmeno un libero arbitrio in senso assoluto a causa del meccanicismo, ma ha senso parlare solo della libertà di fare o non fare.
La politica come scienza matematica
Per lungo tempo Hobbes fu ignorato e venne riscoperto e rivalutato completamente nel Novecento. La politica è una disciplina fatta dall’uomo e quindi se ne può avere una conoscenza dimostrativa. Hobbes trattò la politica come se fosse una scienza matematica e quindi partì da due postulati fondamentali. Il primo era la naturale tendenza degli uomini a godere di tutti i beni possibili, mentre il secondo afferma che l’uomo teme la morte violenta.
Il contratto sociale e lo stato
Hobbes ipotizzò uno stato di natura, cioè una sorta di organizzazione tra gli uomini che esisteva prima dell’avvento dello stato: è una situazione che indica l’assenza dello stato. Nello stato di natura tutti gli uomini sono uguali e ognuno ritiene di avere diritto su tutto (ius in omnia). In questo contesto emerge l’egoismo dell’uomo (homo homini lupus) e sorge una confusione difficilmente gestibile fatta di scontri e violenza (bellum contrum omnes). L’uomo è un essere dotato di ragione e grazie al linguaggio può prevedere le conseguenze delle proprie azioni. Così si rende conto che nello stato di natura nessuno è sicuro. In virtù di questo, Hobbes è convinto che gli uomini abbiano fatto un contratto per dar vita allo stato. In base a questo contratto, lo ius in omnia viene delegato solamente allo stato. Lo stato si fonda su un pactum unionis che è basato su tre elementi:
1. pax est quaerenda, cioè la pace è da preferire alla guerra perché dà maggiore sicurezza;
2. ius in omnia est retinendum, cioè il diritto che ognuno ha su tutto va limitato;
3. pacta sunt servanda, cioè i patti vanno rispettati.
Secondo Hobbes, i cittadini si sono accordati tra di loro e hanno dato vita allo stato, ma lo stato non ha alcun vincolo con nessuno.
Il Leviatano e il potere assoluto
Il titolo dell’opera di Hobbes, Leviatano, riprende un mostro di origine biblica. Per poter governare correttamente sui cittadini, lo stato deve avere un potere assoluto, indivisibile e irrevocabile. Alla base di questa visione c’è un profondo pessimismo nei confronti dell’uomo, che è egoista e legato al principio dell’utile. Hobbes fu notevolmente condizionato dalla situazione di guerra civile in cui si trovava l’Inghilterra e ne rimase colpito. È una visione anche molto moderna. Infatti, in primo luogo, era uno stato assoluto e che mette tutti sullo stesso piano. In secondo luogo, era uno stato creato dagli uomini e non da Dio. Lo stato ha come obiettivo la tutela della vita dei suoi cittadini, ma deve saper tenere a bada il naturale egoismo di cui gli uomini sono vittime. Lo stato promulga le leggi e le deve far rispettare ai suoi cittadini, ma non è in alcun modo vincolato a esse. Lo stato deve controllare anche la religione, che deve essere unica e sottomessa alle autorità statali. Questo stato era un mostro, come suggerisce il titolo, però solo in questo modo si poteva avere la garanzia dell’ordine e della sicurezza. Non è ammissibile la rivolta perché è sempre meglio uno stato cattivo che lo stato di natura.
I limiti dello stato secondo Hobbes
Hobbes poi delineò alcuni minimi limiti che uno stato doveva avere: infatti uno stato non può pretendere di obbligare un uomo ad autodenunciarsi, a suicidarsi o a togliere la vita ai suoi cari e non può pretendere che una persona rinunci volontariamente a tutti i suoi averi. Lo stato inoltre deve limitarsi a pretendere l’obbedienza esteriore: ognuno dentro di sé può pensare a quello che vuole, ma esteriormente deve mostrarsi obbediente allo stato per creare uniformità e ordine.
Domande da interrogazione
- Qual è la principale opera di Hobbes e quale tema affronta?
- Come Hobbes distingue tra conoscenza a priori e conoscenza a posteriori?
- Qual è la visione di Hobbes riguardo alla natura umana nello stato di natura?
- Quali sono i tre elementi fondamentali del pactum unionis secondo Hobbes?
- Quali sono i limiti che Hobbes stabilisce per lo stato?
La principale opera di Hobbes è il "Leviatano", che affronta il tema del potere assoluto dello stato e la necessità di un'autorità centrale per garantire ordine e sicurezza tra gli uomini.
Hobbes distingue la conoscenza a priori, che si basa sulle cause di cui l'uomo è responsabile, dalle conoscenze a posteriori, che derivano dall'osservazione dei fenomeni naturali, per i quali l'uomo può solo avere una conoscenza probabile.
Hobbes descrive lo stato di natura come una condizione di anarchia in cui gli uomini sono eguali e egoisti, portando a conflitti e violenza, da cui scaturisce la necessità di un contratto sociale per formare uno stato.
I tre elementi fondamentali del pactum unionis sono: la preferenza per la pace rispetto alla guerra, la limitazione del diritto di ciascuno su tutto, e l'obbligo di rispettare i patti.
Hobbes stabilisce che lo stato non può obbligare un uomo a autodenunciarsi, suicidarsi o rinunciare a tutti i suoi beni, e deve limitarsi a pretendere l'obbedienza esteriore, permettendo libertà di pensiero interiore.