Colonialismo, schiavitù e la “Shoah” dimenticata
Genocidio in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo
Gli indiani ce l’hanno l’anima? Discussioni sulla Giunta di Valladolid
Prima della Giunta
La situazione delle Indie e dei nativi fu da subito discussa tra le varie personalità spagnole, come la regina cattolicissima Isabella di Castiglia. Costei, il 16 settembre del 1501, firmò a Granada una Istruzione per Nicolas de Ovando, governatore delle Indie, affinché proteggesse i diritti degli indigeni dai soprusi degli spagnoli e li spronasse alla conversione alla Vera Religione, “senza esercitare su di loro alcuna costrizione” – J. Dumont; La regina diffamata.
Inoltre, in una lettera recentemente ritrovata e pubblicata in “30 Giorni” dell’aprile 1991, si legge: “sappiate che il Nostro Re Signore ed Io [...] abbiamo ordinato che nessuna delle persone da noi mandate a dette terre osino prendere o catturare alcun indios per essere portato nei miei regni, né per essere portato in nessuna altra parte e che non venga fatto nessun danno a persone o a beni, e chiediamo che tutti gli indios che sono stati catturati vengano rimessi in libertà”.
Ma fu solo nella seconda metà del XVI secolo che si iniziarono a discutere seriamente questi temi. In particolare, sotto l’influsso dei pensieri del domenicano Bartolomè de Las Casas, l’imperatore Carlo V d’Asburgo inizia a interrogarsi sulle condizioni di vita degli indigeni del Nuovo Mondo fino a convincersi della necessità di pubblicare delle leggi atte alla loro salvaguardia. Queste vennero chiamate “Leyes Nuevas”, ovvero “Leggi Nuove”.
Queste leggi prevedevano il divieto di schiavizzare e maltrattare gli indiani e l’abolizione dell’encomienda e dell’abuso lavorativo soprattutto senza il risarcimento loro dovuto. La promulgazione delle Leggi Nuove causò un’insurrezione dei coloni del Perú, sotto la guida di Gonzalo Pizarro, che arrivarono ad eliminare il vicerè Blasco Nunez Vela che tentava di applicarle nonostante il suo scopo ultimo, probabilmente, fosse quello di trovare l’indipendenza dalla corona spagnola.
Nella corte di Spagna si diffuse l’allarme e Carlo V si convinse, infine, che una totale eliminazione dell’encomienda avrebbe rovinato il processo di colonizzazione. Così, il 20 ottobre 1545, venne abrogato l’articolo 30 delle Leggi Nuove, in cui si proibiva solamente l’encomienda ereditaria.
Nel 1548 il viceré della Nuova Spagna, Antonio Mendoza, ordinò che tutte le copie del “Confesionario” di Las Casas (opera scritta dal domenicano per denunciare le condizioni dei nativi e di quanto fosse effettivamente ignobile il loro sfruttamento) per mezzo di roghi in pubblica piazza a città del Messico. Quando anche l’Inquisizione si rivolse verso il domenicano nel 1548 quello abbandonò per sempre il Nuovo Mondo.
Di cosa tratta la Giunta di Valladolid?
La controversia di Valladolid è un dibattito che ha opposto il frate domenicano Bartolomè de Las Casas e il teologo Juan Ginés de Sepùlveda in due sedute di un mese ciascuna, la prima avvenuta nel 1550 e la seconda l’anno seguente nel Collegio di San Gregorio di Valladolid. Il dibattito riuniva teologi, giuristi ed amministratori del regno allo scopo di «trattare e parlare del modo in cui si devono fare le conquiste nel Nuovo Mondo, in modo che si possano fare con giustizia e con sicura coscienza».
I problemi discussi ed affrontati furono due: il primo era cercare di trovare una giustificazione allo sfruttamento indio sotto mano spagnola dimostrando la naturale inferiorità dei nativi e il loro “essere selvaggi” osservato, in particolar modo, nei loro riti pagani quali, primo fra tutti, il sacrificio umano. Il secondo problema della Giunta prevedeva, invece, di trovare una risposta alla domanda fondamentale: gli indiani ce l’hanno l’anima?
In seguito ad una lunga discussione sul diritto di conquista paventato dagli spagnoli, il 16 aprile 1550 re Carlo V sospese tutte le esplorazioni e convocò quella che prenderà il nome di Giunta (o Controversia) di Valladolid, che proseguì anche nel 1551 con lo scopo di creare una solida base teologica e giuridica per legittimare l’assoggettamento del Nuovo Mondo sotto mano spagnola.
La sostanziale domanda alla quale i convocati cercarono di dare una risposta era basata, come già detto, sulla natura dei nativi: Chi erano gli indiani? Sono degli esseri inferiori, alla stregua di animali selvatici, o sono dei figli di Dio? Possono essere sottomessi per essere redenti o convertiti o sono liberi ed eguali agli spagnoli? Hanno un’anima? Poteva essere considerato il topos aristotelico della schiavitù naturale?
Tutti questi quesiti non erano dovuti alla bontà d’animo spagnola di voler meglio apparire alle popolazioni del Centro America e dell’America Latina, quanto alla volgare necessità: un essere senz’anima non ha diritti, mentre con un figlio di Dio avrebbero dovuto utilizzare qualche cautela. Quegli spagnoli timorati del Signore, a