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Il significato dei due incipit

Canto I e II

Nel sommario troviamo descritto il significato dei due incipit, canto I e II. Il canto I è il proemio di tutta l'opera, il canto II è il proemio dell'inferno, fa proemio alla prima cantica (cantica: le tre parti). Le tre cantiche sono relative ai tre regni: Inferno, Paradiso e Purgatorio. Dunque questo canto è proemiale, fa da premessa a tutto il resto dell'Opera.

Il proemio, più breve o più lungo, conteneva l'invocazione alle Muse, l’argomentum dell’opera, che è tradizionale nella tradizione della poesia antica e di tutti i tempi per trarre l'ispirazione. Essendo la poesia un atto creativo, deriva da una parola greca che è pojeo, il verbo greco poieo che significa fare. Ma non è fare qualsiasi, per esempio anche ergazomai significa fare ma è un tirare la materia senza un atto creativo. Invece pojeo, la parola che ci è sottesa è l'idea di creazione ma creazione dal nulla. Il poeta tra gli uomini è di fatto l'unico che crea dal nulla, la poesia è un qualcosa di più, un fatto quasi religioso, l'atto creativo del poeta è un dato sacro ed è sacro anche quando il poeta non è credente.

È sacro per il fatto stesso che sia un atto di creazione pura. Questo è il motivo per il quale l'uomo ritiene che i poeti siano quasi dei vati, dei sacerdoti, nella nostra tradizione occidentale al poeta spetta il compito di vedere aldilà, il vate vede al di là, è quasi un profeta però un profeta laico non un profeta solo religioso; però molto spesso cioè l'attività di un sommo sacerdote e l'attività di poeta convergono. Per esempio la nostra tradizione italiana deriva più profondamente da quella latina e però i latini al sommo pontefice massimo attribuivano il compito di conservare i ricordi delle res gesta, cioè delle azioni del popolo romano, gli annales, che erano una tradizione di gesta di storia collettiva che il sommo pontefice doveva conservare. Quindi la civiltà latina, all'idea di poesia come atto di creazione e di identità collettiva nell'idea del poeta vate, aggiunge una cosa del tutto nuova, al sommo pontefice spetta il compito di conservare la storia.

La tradizione poetica

Nell'antica Grecia Omero era considerato un sommo creatore perché era direttamente ispirato dal Dio Apollo e dalle Muse, che sono nel Parnaso. Forse il Parnaso è quel colle che Dante non riesce a raggiungere, è una suggestiva interpretazione ma potrebbe anche essere un'interpretazione molto vicina alle intenzioni dell'autore o anche istintiva perché non è detto che l'autore si faccia uno schema, è nella sua testa quest’opera e poi spetta a noi di capire perché è andata così.

Alla tradizione del poeta come ispirato dal Dio, i romani aggiungono una caratteristica loro specifica che ispirata dal Dio è l'azione del popolo, ma quest’idea di fatto converge in quella tradizione della poesia epica che è agli albori della nostra civiltà occidentale, cioè Omero in fondo quando raccoglie l'Iliade o chi per lui in fondo non sta facendo altro che raccogliere le res gestae dei suoi antenati.

Dunque noi sappiamo che al poeta spetta sempre il compito all'inizio degli albori delle nostre civiltà, cioè quello che diceva Vico: all’infanzia del popolo spetta di narrare attraverso l'immaginazione anzi attraverso le immagini, cioè attraverso la costruzione di un immaginario collettivo, come il cavallo di Troia, che contiene in sé i soldati, l'inganno. Un po' come l'immaginario che è sotteso dietro il guerriero Orlando, nel Medioevo si costruiscono nuove leggende che un po’ vanno a prendere quelle antiche però nello stesso tempo mettono fuori i nuovi guerrieri, un nuovo tipo di società, i cavalieri. Questi sono un nuovo tipo di società rispetto agli eroi omerici che erano questi semidei. La connessione di queste cose leggendarie si trasforma in un atto creativo del poeta, il poeta sublima le leggende e le racconta facendole diventare patrimonio collettivo.

Sacro e poesia

Dunque la poesia è un fatto sacro al popolo come sacro è il sangue sulla patria versato, cioè quello della poesia è un atto divinatorio. Gli antichi credono che il poeta abbia una capacità divinatoria che viene da un Dio e così crede Dante, il quale fa un’operazione ancora più sublime. Egli non soltanto si appropria di tutta la tradizione antica attraverso Virgilio, noi siamo certi che Dante non conobbe l'Iliade e l’Odissea perché quando andiamo a leggere il canto di Ulisse leggiamo una prosecuzione della leggenda di Ulisse.

Nell'Odissea Ulisse dopo tutte quelle avventure che ha condotto, Ulisse polymetis, dalle molte menti. L'Iliade racconta solo un piccolo episodio della guerra di Troia, noi non sappiamo dall'Iliade che la guerra è finita con l'inganno del cavallo, lo sappiamo invece da Virgilio perché Virgilio fa raccontare ad Enea le ultime ore di Troia nel secondo libro dell'Eneide. Quindi Dante la conosceva questa storia perché l'aveva letta in Virgilio.

Poi c'è tutto quel lungo poema dell'Odissea che nel Medioevo era conosciuto perché era anche conosciuto dai naviganti. Molte di quelle leggende legate a Omero, il canto delle sirene, Scilla e Cariddi, l'isola di Calipso sono conosciute ai naviganti nel Mediterraneo perché per esempio Scilla e Cariddi sono luogo geografico allo Stretto di Messina e sono un luogo pieno di correnti. Non sappiamo se Dante abbia conosciuto l'intera Odissea perché l’Ulisse che noi conosciamo in Omero si ferma a Itaca, cioè dopo questi 10 anni di avventure ritorna a Itaca dove passa il resto della sua vita a mettere in ordine l'isola, cioè a preoccuparsi del buon governo.

Invece l’Ulisse di Dante fa una cosa che non troviamo in nessuna fonte antica. A un certo punto l’Ulisse di Dante si annoia, non ne può più di stare a Itaca dopo tutte le avventure che ha fatto e quindi raccoglie quei quattro compagni. C’è un ribaltamento totale dell'idea di Omero, Ulisse arriva nella città solo, è l'unico sopravvissuto, viene sbattuto come naufrago sull'isola dei Feaci, non ha nessun compagno e poi da quell’isola Alcino lo accompagna a Itaca. Dante ci mostra di conoscere i viaggi di Ulisse nel Mediterraneo perché sa che lui non ha passato le colonne d'Ercole e quindi forse c'è una volontà del poeta di andare al di là, cioè di utilizzare Ulisse ma di andare al di là di Ulisse e questa sua volontà ci sia in tutte le cose, questa volontà di inserirsi in una classicità come la conosce lui non con la perizia filologica con cui la conosciamo noi.

Nella classicità che lui riconosce come superiore, queste leggende antiche che gli vengono dai greci e dai latini, anche solo attraverso Virgilio o Aristotele latino che lui conosce, anche soltanto attraverso Ovidio, che i poeti del Medioevo conoscono, Orazio, Cicerone. Il de Consolazione di Cicerone è l'opera che tira fuori Dante dalla prima depressione che ci racconta nel Convivio, che gli viene dopo l'esilio.

La tradizione classica

Dante consapevolmente digerisce la tradizione classica che lui conosce e la assorbe a tal punto da farla diventare una nuova tradizione, cioè mette insieme i classici, i miti classici e miti cristiani. Fa una sorta di umanesimo cristiano ed è legittimo trovare in questo poema sia il Parnaso, sia la montagna del Purgatorio, sia il paradiso terrestre, il Parnaso e il paradiso terrestre. Dante cerca un punto d’incontro attraverso il quale riappropriarsi della tradizione antica e reimmetterla nel suo tempo come ancora vitale.

Perciò l'Ulisse di Dante è ancora quell’eroe che aveva girato il Mediterraneo però fa una cosa nuova dei tempi nuovi e viene punito non perché sfida gli dei falsi e bugiardi ma perché sfida il nuovo mondo, il nuovo modello di dei, sfida la montagna del Purgatorio, vuole andare nell'aldilà senza essere autorizzato. Per vedere i mondi dell'aldilà non basta essere il più grande degli eroi classici (Ulisse), la volontà di conoscenza, bisogna essere investiti della Grazia. È una cosa che ce l'ha persino il pius Aeneas, così lo definisce sempre Virgilio, Enea lo è perché non fa nulla che sia contro la religione dei padri, questo sentimento di religione dei padri vale per chiunque.

La religione dei padri vuol dire mettersi al centro del discorso generazionale, di volta in volta e assumere ruolo che ci spetta nella cornice delle generazioni. Quando sei piccolo o quando sei vecchio c'è la generazione intermedia che ti porta per mano o sulle spalle. L'immagine del pius Aeneas è riassunta nell'accettazione che le divinità gli rapiscono la moglie, non la trova più, sparisce nell’ombra e lui si carica sulle spalle il vecchio padre Anchise e prende per mano il figlioletto Ascanio.

Questa è l'immagine del ricambio generazionale perciò è pius Aeneas perché si porta nel petto i Lari e i Penati. Come Mulan, guerriera che va a pregare nel Tempio degli antenati che sono degli spiritelli, l'antenato lei se lo porta appresso. I Lari e i Penati sono i nomi tutelari della casa e in verità sono gli antenati, sotto forma di statuette, sono quei nomi che ognuno romano conserva nella sua casa. Tutt’ora si sono i lumini sacri dinanzi alle foto di chi non c’è più. La foto come eredità moderna e contemporanea delle vecchie statuette che si tramandavano di generazione in generazione. Enea c'ha i Lari e i Penati nel suo petto e ha sulle spalle il padre e per mano il figlio. Al figlio toccherà di proseguire le generazioni a cui toccherà poi un giorno di portare Enea sulla spalla, questo è il senso della pietas di Enea.

L'eroe di riferimento non è Ulisse che vuole andare nell'aldilà senza l'autorizzazione, in realtà l’eroe di riferimento per Dante e lo capiamo dal fatto che ci sia Virgilio che lo conduce, è proprio il pius Enea perché Enea è così pio che può andare negli inferi. Infatti nel sesto libro dell'Eneide, c’è il viaggio che Enea fa negli inferi perché Enea va a Cuma, nella Sibilla Cumana che lo autorizza ad entrare nell'antro da cui si passa dal mondo dei vivi al mondo dei morti e lì incontra i suoi antenati, quello che c'è dietro e quello che c'è avanti.

Anche nell'Eneide di Virgilio c'è l'idea profetica dei tempi, Virgilio sta narrando una delle leggende di fondazione di Roma, la leggenda più suggestiva per i latini cioè la leggenda che vuole Roma nata dalle ceneri di Troia, cioè della città sconfitta dai Greci. I romani trovano che la civiltà greca sia sicuramente superiore alla loro, ma loro sono gli antichi nemici che sconfiggeranno la Grecia, gli antichi nemici ingannati dai Greci, cioè i troiani di cui Enea diventa il fondatore della città. È la leggenda di fondazione più suggestiva quella che prende Virgilio rispetto a Roma perché la fa discendere dai suoi successori, non direttamente da Enea ma dalla sua stirpe. Arrivato in Italia si sposa con la figlia del re latino, da cui nascerà la stirpe dei romani, cioè Romolo e Remo.

Tutte queste cose Enea le conosce non perché gliel'ha dette qualcuno ma perché le ha apprese dalla viva voce dei suoi antenati, il padre Anchise che nel frattempo è morto che lui ritrova negli inferi perché alle anime dei morti non è impedita la visione del futuro. Le Res Futura, le cose che avverranno perché futuro es fio, il passivo di fare le cose che saranno fatte del futuro. Quindi le cose che avverranno le anime dei morti le conoscono ed Enea che è pio viene ammesso al viaggio dell'aldilà. Per andare nell'aldilà bisogna avere la grazia di qualsiasi divinità.

Il proemio del II canto

Infatti nel II canto ci troviamo di fronte a un premio in cui Dante invoca le Muse, come nella tradizione antica e ci troviamo di fronte a un Dante che a un certo punto si ferma come un bambino e dice a Virgilio mi hai tirato fuori dalla selva ma sei sicuro che posso andare io nell'aldilà, ma chi sono io, io non San Paolo né sono Enea. I due nomi sono accostati in modo stridente. Se fosse un poema religioso avrebbe già subito la scomunica perché mette San Paolo vicino ad Enea. Enea non esiste, è un personaggio immaginario, è un eroe del romano. San Paolo invece esiste, è un santo sennò sarebbe negata tutta la religione cristiana.

Se fosse un testo sacro già sarebbe cancellato ma non è un testo sacro, è un testo che ha la sacralità della poesia e che quindi ci fa capire delle cose sintetizzandole nelle immagini perché la poesia ha questo compito, di sintetizzare in una immagine un sapere, un'idea; se sappiamo leggere la poesia sappiamo anche leggere il mondo di immagini che ci circonda ogni giorno. Al poeta è permesso di mettere insieme Enea e san Paolo e Dante. A Ulisse non gli sarà consentito di superare le colonne d'Ercole ma lui sta per andare in Purgatorio, gli è stato concesso, ha avuto la grazia di vedere i regni dell'aldilà ma per andare in Purgatorio deve fare fino in fondo il percorso dell'Inferno.

Dante si accinge a toccare il dolore eterno che non è solo la punizione eterna, è la dannazione di chi non riesce a distinguere sé dalla vita e dalla passione che l'ha tenuto in vita. La sua dannazione è la sua stessa passione. Ulisse non è all'inferno perché ha violato le colonne d'Ercole ma perché è un traditore, ha rubato un oggetto sacro con l'inganno da Troia, il Palladio che è come se fosse l'ostensorio di Atena Pallade, il tempietto di un oggetto sacro, trafugandole di notte dal tempio di Troia. Invece violare le colonne d'Ercole l'ha fatto semplicemente annegare con tutta la sua flotta.

Il II canto è il proemio della prima cantica, cioè dell'Inferno. Quindi è come se fosse il primo canto dell'In...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giadadileo98 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi della Basilicata o del prof Imbriani Maria Teresa.
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