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Storia della pedagogia Giuseppe Catalfamo - Volume II - Capitolo II

Il rinnovamento umanistico della filosofia

1. Genesi ed essenza dell’umanesimo

Nel XIV secolo, a causa della separazione sempre più netta tra il dominio della fede e il dominio della ragione, è andata dissolvendosi la Filosofia scolastica, termine con il quale si definisce la filosofia cristiana medievale, in cui si sviluppò quella scuola di pensiero detta anche scolasticismo.

Il carattere fondamentale della filosofia scolastica consisteva nell’illustrare e difendere la verità di fede con l’uso della ragione, verso la quale si nutriva un atteggiamento positivo. A tal fine, essi privilegiarono la sistematizzazione del sapere già esistente rispetto all’elaborazione di nuove conoscenze.

Fondata sulla convinzione che in ogni mistero della fede vi sia un aspetto razionale, la filosofia scolastica lascia fuori dall’indagine razionale i grandi temi e i contenuti della fede, per applicarsi ai problemi offerti dall’esperienza e alle questioni di carattere pratico.

Mentre questa tendenza andava a diffondersi, in Italia germoglia un nuovo spirito e si delinea una diversa concezione dell’uomo e della vita. Si tratta di un rinnovato atteggiamento dinanzi alla tradizione. Ma quali eventi hanno reso possibile quello spirito e codesta intenzione? Quale nuova atmosfera li ha consentiti e promossi?

Per rispondere a questi interrogativi, occorre spostarsi di qualche secolo indietro e ripensare al processo di erosione dell’autoritarismo medievale, rappresentato dalla Chiesa e dall’Impero, grazie alla fioritura e al rafforzamento dello spirito di libertà espresso dai comuni.

L’ascesa e il sopravvento della borghesia industriale e mercantile e il suo potere nella vita comunale avevano determinato l’esigenza di un più libero pensiero e con essa il bisogno di un’educazione che esprimesse e realizzasse la conquistata emancipazione politica e sociale della stessa borghesia.

Da qui, la spinta verso una cultura capace di celebrare la libertà e ad attingere nelle forme di un sapere indifferenziato, disinteressato, indifferente e liberale, più precisamente l’essenza più universale dell’umanità. Questa cultura fu l’Umanesimo, che parallelamente al declino della filosofia scolastica, fiorì rigoglioso nel XV secolo, ovvero quando ai Comuni erano succedute le Signorie, le quali identificavano nella promozione della cultura, dell’arte, degli studi, l’insegna della loro distinzione e della loro funzione ideale e politica.

Il periodo storico, nel quale questo avvenimento si verifica è il XIV e la prima metà del XVI secolo, costituendo l’età del Rinascimento.

L’umanesimo è allo stesso tempo il momento iniziale e un aspetto ideale del Rinascimento; come momento iniziale infatti coincide con la richiesta di coltivare i cosiddetti studia humanitatis, ossia gli studi attinenti alla vita, al pensiero, alle creazioni dell’uomo in forma più disinvolta e più libera di quanto non fosse stato durante tutto il Medioevo.

Il contenuto di questi studi sono sempre le grandi opere dell’antichità classica, che vengono ricercate, scoperte, tradotte e ripensate a modello di una nuova produzione letteraria. Di conseguenza, l’Umanesimo ha un carattere prevalentemente filologico: è una ricerca di testi classici, penetrazione delle loro forme stilistiche, studio dei caratteri letterari e linguistici.

Come aspetto ideale invece, l’Umanesimo significa il movimento di pensiero che porta in primo piano la prospettiva dell’uomo, i suoi problemi storici e mondani, ripensando la filosofia classica indipendentemente dalle preoccupazioni dogmatiche o dal timore di tradire l’ortodossia cattolica.

Sotto questo profilo è chiaro che l’umanesimo speculativo fu reso possibile dal dissolvimento della scolastica e da quella separazione tra l’ambito della fede e l’ambito della ricerca razionale, cui erano giunti, come abbiamo accennato, gli ultimi scolastici.

2. L’umanesimo filologico

L’umanesimo speculativo tuttavia è strettamente connesso all’umanesimo filologico. La filosofia dell’uomo che gli umanisti propongono, vuole avere le sue fonti nel pensiero classico, ossia in quello stesso pensiero che era stato oggetto delle elaborazioni dottrinali scolastiche.

Si tratta di una filosofia dell’uomo ancora fondata sulla tradizione ma che va ad arricchirsi di nuovi testi ed è animata da un nuovo spirito interpretativo: codesto arricchimento e questo nuovo spirito sono offerti precisamente dall’umanesimo filologico.

Dal punto di vista filologico le storie letterarie indicano come precursori dell’umanesimo il Francesco Petrarca, gli scrittori padovani Lovato de Lovati e Albertino Mussato, il vicentino Ferretto de Ferretti, i toscani Coluccio Salutati e Poggio Bracciolini.

Tutti questi scrittori, vissuti tra la fine del XIII e il XIV secolo, rimettono in luce soprattutto le opere latine. Ma la filosofia non ha le sue sorgenti nelle opere degli scrittori romani, bensì in quelle dei greci e fondamentalmente in Platone e Aristotele.

Il Salutati, ad esempio, fece venire l’ambasciatore bizantino Manuele Crisolora a Firenze per insegnare il greco. A egli infatti si deve la prima grammatica greca scritta in Italia intitolata Erotemata.

Ma lo studio e la diffusione del greco trassero impulso e vigore da due notevoli avvenimenti storici: il Concilio per l’unione della Chiesa d’Occidente con quella d’Oriente del 1439 svoltosi a Ferrara e a Firenze, e soprattutto, la caduta dell’Impero d’Oriente del 1453.

In seguito a questi avvenimenti numerosi, molti greci affluirono in Italia, portando con sé non solo la loro dottrina, ma anche testi ignorati, edizioni più autentiche di opere e soprattutto lo spirito della tradizione filosofica greca originale.

Tra i dotti venuti in Italia che diffusero i testi greci è sufficiente ricordare Giorgio da Trebisonda, che in Italia divenne cardinale cattolico e lasciò poi a Venezia i manoscritti portati con sé. Giovanni Argiroplo, Costantino Lascaris, Demetrio Calcondila e soprattutto Giorgio Gemisto, che per il culto che professava verso Platone, volle chiamarsi Pleto­ne.

Quest’ultimo scrisse, alcuni anni dopo, un saggio polemico “Sulla differenza tra la filosofia platonica e l’aristotelica”, al quale fece seguito uno scritto antiplatonico di Giorgio da Trebisonda (Comparatio Platonis et Aristotelis). A difendere energicamente Platone invece, ci pensò il cardinale Bessarione (In calumniatorem Platonis).

Si accese così ancora una volta il contrasto tra platonismo e aristotelismo, dal quale prese vita un nuovo ripensamento dei due filosofi dell’antica Grecia.

3. I filosofi dell’Umanesimo

La filosofia dell’Umanesimo si svolge dunque ancora all’insegna del pensiero di Platone e Aristotele. Firenze diventa il centro di studi platonici, mentre Aristotele rivive nell’università di Padova.

Marsilio Ficino

La più notevole personalità dei platonici è Marsilio Ficino.

Vita: figlio di un medico, ebbe la protezione di Cosimo dei Medici, il quale gli consentì di fondare un’Accademia Platonica, detta anche Careggiana, e di riunire una nutrita schiera di dotti in tutte le discipline come suoi confilosofi. Il Ficino studiò il greco, tradusse dapprima Platone e lo commentò e in seguito anche le Enneadi di Plotino.

La concezione teologica: il Ficino, che nel 1473 si fece prete, volle costruire un sistema platonico-cristiano, che in realtà si caratterizzò come una filosofia ispirata soprattutto a Plotino. Dio è concepito come l’Uno semplice e ineffabile, che unisce nella propria essenza la molteplicità ideale delle cose esistenti.

Da questo Dio prendono forma e si propagano la Mente, l’Anima, la Natura, nelle quali Dio vive e si manifesta. Per questa presenza divina, la Natura è concepita come armonia e bellezza, quale unico essere vivente (Macrocosmo) dotato di un’anima che rappresenta la vera connessione dell’universo e quindi la copula mundi (definizione con la quale Ficino indica l’uomo, appunto, come termine medio tra il divino e il terreno).

Il mondo esistente è diviso per gerarchie in cinque parti: al vertice c'è Dio, poi vengono gli angeli, quindi l'anima dell'uomo, la qualità, e per ultimo il corpo. Quindi l'anima dell'uomo è il centro del mondo, il termine medio – copula –, l'entità per mezzo della quale divino e terreno si incontrano.

L'uomo ha la libertà di decidere se aspirare all'alto o perdersi nel basso. In sostanza, una posizione di privilegio data dalla coscienza e dall'intuito umano, il quale permette di percepire sia le cose divine che vivere le cose terrene.

L’anima umana, a sua volta, costituisce un Microcosmo, perché anch’essa raduna in sé tutte le cose, in quanto, sebbene collocata tra il temporale e l’eterno, è partecipe della natura divina. I suoi caratteri distintivi sono la libertà e l’amore, un amore che si realizza come un’infinita tendenza ad innalzarsi a Dio e a signoreggiare il mondo.

La filosofia del Ficino, che vuole essere cristiana, svolge in verità un cristianesimo sui generis, nel quale il principio cristiano della creazione si confonde con quello neoplatonico dell’emanazione.

La concezione della natura, caratterizzata dall’animismo cosmico, allontana inoltre il Ficino dal Cristianesimo ortodosso, portandolo verso l’astrologia e la magia, che peraltro coltivò con passione fino a essere accusato di negromanzia.

Il piano della divinità, inoltre, è accostato a quello dell’umanità, in virtù del concetto che la trascendenza di Dio non ha senso e valore senza la sua imminenza, che è appunto la sua presenza nella natura e nell’uomo. Da qui l’affermazione della positività della natura e dell’eccellenza dell’uomo, che rompe decisamente con la tradizione scolastica medievale.

L’eccellenza dell’uomo viene esaltata da Giovanni Pico della Mirandola, un umanista irrequieto e intraprendente, che è rimasto celebre per la prodigiosità della memoria e la versatilità dell’ingegno. La sua dottrina religiosa era proiettata a vedute astrologiche e cabalistiche e decisamente proiettata verso una concezione panteistica della natura.

Gli umanisti aristotelici che ebbero il loro centro nell’università di Padova, erano, a loro volta, divisi in seguaci di Aristotele nello spirito dell’averroismo (dottrina del filosofo e scienziato arabo di Spagna Averroè e dei suoi seguaci. Più in particolare corrente della filosofia scolastica che, dalla seconda metà del XIII secolo a tutto il XVI secolo, si rifà alla dottrina aristotelica secondo l’interpretazione di Averroè, sostenendo l’eternità e necessità del mondo, la dottrina della doppia verità, cioè di una verità di ragione e di una verità di fede, ecc.) e in seguaci di Aristotele nello spirito dell’interpretazione di Alessandro di Afrodisia.

  • Tra i primi sono da ricordare Nicoletto Vernia, Alessandro Achillini bolognese e Agostino Nifo.
  • Tra i secondi Ermolao Barbaro, Pietro Pomponazzi, Gasparo Contarini, Simone Porta e Giulio Cesare Scaligero.

Pietro Pomponazzi

Di questi la personalità più notevole è quella del Pomponazzi.

Vita: nato a Mantova nel 1462, dopo aver insegnato a Padova, Ferrara e Bologna, in quest’ultima morì nel 1525.

Pensiero: il Pomponazzi rifiuta l’Aristotele degli scolastici e nello stesso tempo prende posizione contro il platonismo e l’averroismo. Egli interpreta Aristotele tramite i commentatori greci, tra i quali Alessandro d’Afrodisia.

L’ambito della fede è da lui nettamente separato dall’ambito della ragione, della quale afferma la piena autonomia. La sua opera più importante è il trattato De immortalitate animae, con la quale il Pomponazzi riprende il grande problema che aveva travagliato tutti i commentatori di Aristotele, il problema, cioè, dell’intelletto e delle sue forme.

Egli rifiuta sostanzialmente tanto la tesi averroistica dell’intelletto unico separato, quanto quella tomistica dell’intelletto agente individuale, sostenendo una dottrina dei gradi dell’intelletto (speculativo, pratico, fattivo).

L’anima umana può partecipare all’intelletto speculativo, che è separato, ma la sua essenzialità consiste nell’intelletto pratico e fattivo che è legato al corpo. Essa di conseguenza è mortale e dunque i valori attinti dall’intelletto pratico, i valori morali, sono fini a se stessi, ossia indipendenti dall’attesa di un premio o dal timore di un castigo ultraterreni.

È questa, per il Pomponazzi, la verità della ragione, di contro alla quale sta la verità della fede che asserisce l’immortalità dell’anima. Di qui il principio della doppia verità, nel quale il Pomponazzi, per non smentire la dottrina cristiana, è costretto a rifugiarsi.

Il fervore di rivivere la filosofia greca che caratterizza l’Umanesimo rese anche possibili ispirazioni filosofiche indipendenti dal platonismo e dall’aristotelismo. All’epicureismo ritorna, infatti, Lorenzo Valla, nato a Roma nel 1405. La sua opera maggiore è un dialogo in tre libri, nella quale identifica il sommo bene con il piacere, a servizio del quale sta la virtù.

Idealmente discepolo del Valla si può considerare l’umanista emiliano Mario Nizzoli detto Nizolius o Nizolio che combatte l’aristotelismo, propugnando una filosofia antimetafisica e nominalistica ed esaltando la retorica come arte della bella forma.

E intanto, man mano che l’Umanesimo sfocia nel Rinascimento, gli atteggiamenti antiaristotelici del pensiero assumono sempre maggiore rilievo, rivivendo posizioni della filosofia greca non aristoteliche e nemmeno platoniche, come lo scetticismo e il naturalismo presocratico.

La filosofia dell’età del Rinascimento sarà caratterizzata da una decisa inclinazione empiristica e naturalistica, che prepara la scienza della natura del pensiero moderno.

4. Il misticismo di Niccolò Cusano

In piena fioritura dell’Umanesimo emerge il pensiero solitario di Niccolò da Cusa (o Nicola Cusano) che si inserisce in modo originale nella tradizione platonico-agostiniana del misticismo speculativo.

Vita: nato a Cues presso Treviri nel 1400/1401, intraprese la carriera ecclesiastica e divenne cardinale nel 1448. Svolse un’intensa attività apostolica e diplomatica tra la Germania e l’Italia e morì a Todi nel 1464. Fu un umanista, ricercatore di manoscritti e di codici e studioso del greco.

Pensiero: amico dell’inventore della stampa Gutenberg, non fu umanista nel pensiero, non solo perché non assecondò la tendenza speculativa dell’umanesimo, ma anche perché combatté in difesa dell’autorità della Chiesa e dell’Impero, che lo spirito dei tempi era decisamente volto a sorpassare.

Dalle molte sue opere la più importante è il De docta ignorantia, scritta nel 1440 durante un viaggio di ritorno da Costantinopoli. La dotta ignoranza è un sapere sovrarazionale, il solo sapere che porta a contatto con l’Uno e col tutto.

In questo sapere non valgono i principi logici della tradizione aristotelica, ma il principio della Coincidentia oppositorum, che si attua nella Vis intuitiva, la quale coglie l’infinito come unità che raduna e concentra tutte le distinzioni ed opposizioni.

La vis intuitiva porta quindi all’estasi, che è un contatto per somiglianza dell’intelletto con Dio.

Capitolo II

Educazione e pedagogia dell’Umanesimo

1. L’educazione umanistica

Dalla volontà di ascesa della borghesia commerciale, industriale, finanziaria, sviluppatasi nell’età dei comuni sulle rovine della società e della nobiltà feudale, abbiamo visto nascere l’Umanesimo e, come suo corollario, l’esigenza di una educazione che realizzasse il predominio politico e sociale della stessa borghesia.

Questa educazione è l’educazione liberale-umanistica. L’educazione professionale che aveva caratterizzato l’istruzione dei figli e dei mercanti viene ora soppiantata da un’educazione essenzialmente disinteressata, che si configura come ornamento e privilegio di una classe che ha conquistato il potere politico.

Si aprono numerose le scuole private, nelle quali affluiscono i figli dei signori per coltivare gli studia humanitatis, ossia quegli studi che consentono di acquistare “fama e gloria”, come si legge nella biografia di un ricco mercante fiorentino Giannozzo Manetti.

La “nuova scuola” è dunque la scuola della borghesia capitalistica, dell’aristocrazia di origine borghese, dei principi e dei signori cittadini. È appunto la scuola delle humanitates che propugna un nuovo senso dell’uomo, colto nella sua storicità e mondanità, quale centro del mondo e signore della sua vita, rivivendo, in forme originali, le lettere e la scienza degli antichi, su quelle opere che vengono riesumate e studiate con fervore.

È una scuola che identifica le sue finalità nei motivi della gloria e della fama, congiunti a quelli del godimento e dell’otium.

Per queste ragioni le scuole degli umanisti sorgono e fioriscono rigogliose presso le corti dei principi e accolgono i figli dei ricchi e dei signori, ai quali la cultura liberale e l’arte oratoria serviranno per esercitare la loro funzione di membri della classe dirigente, in una società contrassegnata da un’intensa attività politica e diplomatica.

A Ferrara nasce la scuola-convitto di Guarino Veronese, alla corte del principe Niccolò d’Este per l’istruzione del figlio Lionello; a Mantova vi

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/02 Storia della pedagogia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Marge893001 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della pedagogia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Agresta Salvatore.
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