Studi culturali: rapporto tra cultura e società
Origini e sviluppo del significato di "cultura" in Occidente
Cultura nello Zingarelli:
- Complesso di cognizioni, tradizioni, procedimenti tecnici, tipi di comportamento trasmessi e usati sistematicamente, caratteristico di un dato gruppo sociale, di un popolo, di un gruppo di popoli o dell'intera umanità; sin. civiltà.
- Patrimonio di conoscenze di chi è colto.
Due diversi significati, con due diverse genesi:
Concezione umanistica o classica
Attributo della persona colta, che ha cioè seguito un percorso di formazione ed educazione individuale. Assume una concezione di particolare sobrietà, affinamento interiore e concezione mentale. È la concezione più antica, nasce nella cultura classica e latina. La parola "cultura" ha origine latina, dal verbo colere, ovvero coltivare, ed è usata sia in senso proprio per indicare il lavoro della terra, sia in senso metaforico: rimanda al fatto che l'uomo è come un campo che può essere coltivato, ovvero educato.
Con l'educazione e la filosofia si può agire sull'animo umano, raffinandolo, nutrendolo, trasformandolo da incolto a colto proprio come si fa con i campi. È in questo senso figurato che il termine "cultura" ha contribuito a formare la concezione umanistica che si impone e si diffonde nel Settecento, quando entra a far parte del vocabolario illuministico.
La cultura appartiene all'uomo, senza distinzioni, ed è quindi associata all'idea del progresso, in particolare alla fiducia che l'educazione possa migliorare e raffinare l'animo umano. Nell'Ottocento, numerosi intellettuali si fanno ancora paladini di questo ideale universale di cultura. Ad esempio, Arnold sostiene che la cultura rappresenta "quanto di meglio è stato pensato e conosciuto" nell'arte, nella letteratura e nella filosofia, sinonimo di cultura alta, pregiata, ovvero quello che viene meglio valutato all'interno della società.
Questa nozione di cultura si avvicina strettamente a quella di civiltà e civilizzazione. Questa concezione di cultura viene presentata come desiderabile da tutti, come se fosse universale e valida per tutti, si costruisce un'idea di cultura astratta, non contestualizzata storicamente e socialmente, e una concezione singolare, mentre si dovrebbe parlare di culture, in quanto varie e diversificate.
Concezione antropologica o moderna
Usiamo questa concezione di cultura quando ci riferiamo, ad esempio, alle feste popolari, agli abbigliamenti tradizionali, alla cucina tipica del luogo, agli strumenti della vita quotidiana o ai vecchi manufatti, al dialetto o alla lingua, ovvero a quell'insieme di costumi, procedimenti tecnici e tradizioni che chiamiamo cultura regionale, nazionale o sovranazionale.
La concezione antropologica di cultura si afferma alla fine dell'Ottocento, ma la sua origine è rintracciabile già nel secolo precedente, quando alcuni pensatori tedeschi hanno contrapposto all'universalismo astratto dei Lumi la particolarità, la varietà e la concretezza della cultura di ogni singolo popolo. Nella sua polemica contro il razionalismo illuminista, Herder afferma che la storia non consiste nell'avvento di una ragione astratta e identica ovunque, ma nell'intreccio e nel contrasto tra diverse individualità culturali.
Nel corso dell'800, i pensatori romantici tedeschi legano in maniera sempre più stretta la cultura all'idea di nazione: la cultura è descritta come un insieme omogeneo di tradizioni, disposizioni morali e conquiste intellettuali che esprimono lo spirito più profondo e autentico di un popolo. Non è quindi una ragione intellettuale astratta, bensì è interiorizzata e incorporata nell'animo umano.
Si parla quindi di culture al plurale: ci sono tanti e diversi popoli, quindi tante e diverse culture. Questa concezione deriva anche dall'antropologia, scienza sociale che si occupa della cultura in maniera scientifica e pensa alla cultura in maniera affine ai romantici tedeschi. L'antropologia studia prevalentemente le culture primitive, evidenza empirica delle varietà delle culture. Studiando la molteplicità delle culture primitive non può che riconoscere la cultura come qualcosa di plurale, ovvero come un sistema di patrimoni molto variegato, di conoscenze astratte e pratiche, di valori e credenze, diverse da un popolo all'altro.
È quindi così che la cultura non si applica più all'individuo ma concerne una collettività e che la diversità dei costumi e degli stili di vita, particolari e legate a una specifica comunità, formano il nuovo concetto di cultura.
Debate tra cultura alta e cultura popolare
Queste due concezioni le ritroveremo nel dibattito tra le categorie di cultura alta e cultura popolare (non del popolo ma del ceto popolare), che con la seconda concezione di cultura ha in comune il fatto di intenderla nella sua totalità.
Elias distingue due idee: la Kultur tedesca e la civilizzazione francese, due idee in competizione tra loro perché visioni della cultura differenti, prodotte da differenti posizioni sociali e diverse nazioni. Elias sostiene che nella storia queste due idee sono diventate oggetto di competizione tra la borghesia intellettuale tedesca, che ha una propria visione della cultura, coerente con le proprie caratteristiche di gruppo sociale, e la società di corte francese.
La Kultur è infatti espressione di valori e stili di vita della borghesia intellettuale tedesca, rappresenta l'autenticità e la profondità delle prestazioni spirituali, scientifiche e artistiche, e sostiene la sincerità e la franchezza come tratti del carattere tedesco. La borghesia intellettuale tedesca ridefinisce quindi il mondo dal suo punto di vista e lo afferma in competizione con altri gruppi sociali, svalutando il punto di vista altrui, degli altri gruppi sociali. Infatti, oppone i propri valori a quelli francesi e li propone come migliori rispetto alla superficialità e della convenzionalità della vita di corte dell'aristocrazia francese.
Prima definizione antropologica di cultura
Tylor: "La cultura è quell'insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall'uomo come membro della società."
Questa definizione dimostra come si elimina la dimensione normativa, non si esprimono giudizi, si comprende la cultura analiticamente. Quest'idea di cultura porta dentro tutto, non solo l'arte, anche gli aspetti ordinari e quotidiani della vita. Rappresenta una dimensione collettiva: è nella società che si crea collettivamente la cultura.
Da questa prima definizione si può dedurre che la cultura è fatta di tre componenti: ciò che gli uomini pensano, ciò che fanno e ciò che producono.
- Ciò che gli uomini pensano: le norme, le credenze, le religioni, il diritto.
- Ciò che gli uomini fanno: costumi, abitudini, tradizioni, le azioni ordinarie che l'individuo compie nella vita quotidiana.
- Ciò che gli uomini producono: artefatti, cultura materiale, oggetti di culto e di uso quotidiano.
Dalla concezione antropologica di cultura di Tylor ne deriva che la cultura è appresa. Tylor inoltre non distingue tra cultura e società bensì pensa alla cultura come un tutto integrato che include anche le istituzioni, e non analizza le differenze interne alla cultura: Tylor studia i mondi primitivi che erano molto omogenei, con sistemi di valori e credenze uniformi, mentre invece nella cultura vi sono variazioni intraculturali. Nelle società contemporanee c'è infatti molta disomogeneità, una distribuzione non omogenea delle credenze, dei valori e delle norme, anche a causa dell'espansione dei contatti mediatici.
Prospettiva sociologica sulla cultura
Aspetti per cui la sociologia si discosta dalla concezione di cultura dell'antropologia:
- Distinzione analitica tra società e cultura: vengono analizzati i rapporti tra cultura e società, la relazione tra posizione sociale e cultura, e la distinzione tra cultura e istituzioni (es.: la concezione di cosa è la famiglia è cultura, la dimensione strutturale oggettiva del matrimonio è società).
- Enfasi sulla differenziazione interna alla cultura: ci si interessa alle diversità interne a una cultura, composta di varie classi sociali, generi diversi, età differenti. Assume importanza anche la dimensione storica e temporale dei fenomeni culturali: la cultura può cambiare, è mutevole, e quindi le culture non sono intese come fisse e tendenti a autoriprodursi. Al contrario, se ne mette in luce la flessibilità e il cambiamento.
- Viene sottolineata la capacità creatrice e innovatrice della cultura: esistendo contraddizioni e incoerenze nelle culture contemporanee, emergono nuovi movimenti per contrastare o sostituire una dottrina, per rompere con la tradizione precedente.
- La cultura si costruisce sull'interazione sociale: si analizzano i processi di trasmissione culturale e di interazione sociale. La cultura è infatti il risultato di scontri, dialoghi, e non di condizionamento.
Definizione di cultura secondo Peterson e Spiro
Peterson: "La cultura è costituita da quattro tipi di elementi: norme, valori, credenze e simboli espressivi."
Spiro: "Cultura designa un sistema cognitivo, ossia un insieme di proposizioni di tipo sia descrittivo come è la realtà, idee del mondo (ad es.: 'la terra si appoggia sul dorso di una tartaruga'), sia normativo come il mondo dovrebbe essere, orientamento sul comportamento (ad es. 'è sbagliato uccidere') sulla natura, l'uomo e la società che sono incorporate in configurazioni e reti interconnesse di ordine superiore."
Componenti della cultura
Nella cultura rientrano moltissimi aspetti della vita, ma vi sono quattro componenti di base che, nella loro interconnessione, con gradi diversi di integrazione, condivisione e oggettivazione, formano una cultura.
Valori
I valori indicano gli ideali a cui gli esseri umani aspirano e a cui si riferiscono quando devono formulare dei giudizi. Es.: pace, onestà, onore, dignità. Il valore è un criterio di valutazione, ossia il principio generale in base al quale approviamo o disapproviamo un certo modo di agire, pensare e sentire. Ad esempio, quando disapproviamo chi non mantiene la parola data, stiamo facendo riferimento al fatto che viene disatteso un valore fondamentale, quello della lealtà.
Il concetto di valore indica ciò che è desiderabile, dice ciò che dovremmo volere: esso ha quindi una dimensione normativa, ovvero indica un dovere. I valori sono gli ideali a cui tendiamo; se interiorizzati, orientano i nostri comportamenti.
"Un valore è una concezione del desiderabile, esplicita o implicita, distintiva di un individuo o caratteristica di un gruppo, che influenza l'azione con la selezione fra modi, mezzi e fini disponibili."
Si possono riconoscere in questa definizione tre dimensioni fondamentali dei valori:
- Dimensione affettiva (il desiderabile): i valori coinvolgono gli affetti e i sentimenti delle persone. L'attaccamento ai valori significa che conformarsi a essi è ritenuto giusto. La loro efficacia dipende dal fatto che siano stati interiorizzati e sappiano suscitare sensi di colpa e vergogna in chi se ne discosta. Se perseguiamo i valori dettati dalla nostra società ci sentiamo bene.
- Dimensione cognitiva (concezione): rimanda al loro presentarsi sotto forma di enunciati, ad esempio "x è buono" o "y non è giusto", che hanno un senso argomentabile. I valori implicano quindi una consapevolezza e una capacità di argomentazione.
- Dimensione selettiva (selezione): fa riferimento alla capacità dei valori di orientare l'agire sociale, in quanto forniscono le motivazioni dei comportamenti. I valori si realizzano nella scelta tra diversi corsi d'azione.
Le ricerche sociologiche e antropologiche hanno dimostrato che i valori variano nel tempo e nello spazio, in quanto si connettono in vario modo non solo con le altre parti della cultura ma anche con la realtà sociale, l'economia e l'assetto politico di una collettività. Ad esempio, il successo economico e professionale può essere molto importante nelle società industrializzate moderne e non esserlo nella Cina confuciana, in cui il valore principale era la devozione alla famiglia.
Parsons individua quattro dilemmi fondamentali affrontati dalle diverse culture, le cosiddette variabili strutturali:
- Dilemma tra universalismo e particolarismo: decidere di giudicare qualcosa partendo da criteri generali relativi alla sua categoria di appartenenza o considerarlo secondo criteri che si applicano solo a quell'oggetto e a condizioni particolari. (es: giudicare alunno in base alla preparazione non alla simpatia/conoscenza)
- Dilemma tra prestazione e qualità: scegliere se trattare l'oggetto alla luce delle sue realizzazioni, ossia di ciò che fa, o se dare maggiore importanza alle sue qualità, ossia a ciò che è. Il processo di modernizzazione sociale ha portato a dar maggior rilievo al valore della prestazione e del merito, in contrasto ai privilegi che le società precedenti attribuivano a aspetti ascrittivi, come quelli legati al ceto.
- Dilemma tra neutralità affettiva e affettività: si sceglie la prima quando si mettono da parte i propri sentimenti. I rapporti di lavoro in generale richiedono una neutralità affettiva, mentre nei contesti amichevoli e familiari l'affettività si esprime più liberamente.
- Dilemma tra specificità e diffusione: ci si può rapportare con gli altri considerandone solo gli aspetti specifici, oppure ci si può orientare agli altri in maniera globale, considerando la persona nel suo complesso. Si orienta in maniera specifica il commesso che si rivolge al cliente o il medico al paziente, mentre si orienta in maniera diffusa la madre con il figlio.
Norme
Le norme sono più specifiche e socialmente imperative dei valori. Possiamo dire che le norme applicano i valori. Inoltre, anche se le norme possono essere altamente interiorizzate allo stesso modo dei valori, risultano formulate in maniera socialmente imperativa, ovvero una norma viene generalmente enunciata sotto forma di obbligo o di un'imposizione.
La sua efficacia sociale dipende soprattutto dalla presenza di una sanzione. A differenza dei valori, la cui efficacia deriva dall'operare escluso di sentimenti interiorizzati, la norma per essere efficace deve essere rinforzata da forme di controllo esterno. La norma che impone, ammette o vieta un certo comportamento prevede quindi una punizione, ovvero una sanzione negativa, per chi non vi si conforma, o un premio in caso di conformità, ovvero una sanzione positiva.
Le norme sociali possono distinguersi in norme costitutive e norme regolative. Le prime costituiscono, ossia definiscono e creano una pratica che, quindi, non esiste prima delle regole che la mettono in essere, mentre le seconde regolano pratiche già esistenti.
Si tende, inoltre, a distinguere le norme in base al contenuto e al grado di formalizzazione. In base al contenuto vi sono molteplici tipi di norme: norme della moda, dell'etichetta, della morale, del diritto...
In base al grado di formalizzazione si possono riconoscere le norme statuite e quelle consuetudinarie. Le prime sono emanate da un'autorità, sono in genere in forma scritta, presuppongono un apparato per la loro applicazione e sono in genere più vincolanti.
Le seconde si sviluppano spontaneamente, non sono in genere in forma scritta, e sono ritenute meno vincolanti. A un massimo grado di formalizzazione troviamo le norme giuridiche, al livello minimo le norme della morale quotidiana o dell'interazione sociale, chiamate microrituali. Il grado di formalizzazione tuttavia non è indicativo dell'importanza delle norme, perché non è detto che la morale quotidiana sia meno influente.
Credenze
Le credenze sono convinzioni espresse da individui e gruppi, basate su dati di fatto o atti di fede. Sono proposizioni descrittive della realtà. Le credenze stabiliscono che cosa è la realtà attorno a noi, affermano quello che la realtà è. Esempi sono l'affermazione che lo stress fa male o che la terra è rotonda.
A volte le credenze possono anche mostrare diversi gradi di contraddittorietà: le credenze possono basarsi su ciò che si sa e sulla logica, oppure sull'accettazione di una certa rappresentazione, il cui significato è vago. Un esempio di quest'ultime è la credenza dei bambini a Babbo Natale: la sua esistenza non è provata, eppure i bambini ci credono. Credenze incoerenti possono dunque sussistere nel senso comune e nella vita quotidiana senza che si abbia contraddizione o paradosso.
Credenze e norme sono strettamente correlate, nel senso che le une implicano le altre. Esempio: in Italia è proibito sposare un cugino di primo grado. Questo implica la credenza, ovvero la conoscenza, di cosa sia un cugino di primo grado.
Simboli
I simboli rientrano nella categoria più vasta dei segni, ma bisogna tenerli ben distinti dai segnali. I segnali hanno un valore informativo, vengono introdotti attraverso una convenzione e sono univocamente interpretabili. I segnali non fanno lavorare la mente, la loro comprensione è istantanea. Esempio sono i segnali stradali, che nascono da convenzioni internazionali con lo scopo di fornire informazioni. I segnali permettono quindi di sintetizzare informazioni attraverso icone e immagini stilizzate, come le icone della barra degli strumenti.
I simboli, a differenza dei segnali, hanno un carattere intersoggettivo, ossia sono condivisi da un gruppo sociale, e fanno parte della dimensione implicita.
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