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Dagli angioini agli Aragonesi, instabilità politica e crisi socio-economica

Capitolo I - La lunga lotta di successione

A metà 300 la Calabria era sotto la dinastia angioina ed era amministrativamente divisa in due parti: Val di Catri e Terra Giordana, a nord, e Calabria propriamente detta a sud. In seguito, la parte settentrionale, Cosenza, assunse la denominazione di Calabria Citra o Citerione, mentre la meridionale fu detta Calabria Ultra o Ulteriore1. Ciascuna delle due sezioni avrebbe costituito una delle dodici provincie del Regno di Napoli.

Nel 1343 re Roberto d’Angiò morì lasciando come sua erede al trono napoletano la nipote Giovanna I, che non ebbe figlie e quando nel 1382 morì Giovanna I a contendersi la corona napoletana furono Luigi I di Provenza e Carlo III di Durazzo e quindi, i rispettivi discendenti, Luigi II e Ladislao.

Poco dopo la morte di Luigi II, si inserì abilmente Alfonso V d’Aragona, detto il Magnanimo. L’impazienza del Magnanimo, che contrariamente ai patti cominciò ad assumere iniziative tali da limitare il potere della regina Giovanna II, indusse quest’ultima ad accogliere i suggerimenti della fazione filoangioina e revocare nel 1423 l’adozione del Magnanimo e indicare come successore Luigi II.

All’inizio degli anni 30 del 400, il Magnanimo ritornò prepotentemente contro Luigi III d’Angiò e nel 1442 Alfonso il Magnanimo si impadronì definitivamente del Regno di Napoli.

Nel corso della pluridecennale lotta alla successione alla corona napoletana, la Calabria fu teatro di continue operazioni militari. Per la posizione geografica della Calabria, gli scontri armati si intensificarono nell’ultimo decennio quando il Magnanimo cercò di aprirsi varchi nell’estrema regione meridionale del Regno di Napoli.

Un sostegno decisivo al trono fu dato dalla nobiltà feudale; i feudatari calabresi erano soliti schierarsi a favore dei belligeranti. Vi erano poi dei casati, come quello dei Ruffo di Calabria che avevano l’obiettivo di conservare comunque alla famiglia il possesso dei feudi, che confiscati al ramo pretendente vittorioso, da quest’ultimo sarebbero poi stati concessi ad altri membri del casato dei suoi seguaci.

Nei conflitti di successione il sostegno della feudalità calabrese era così importante e il suo potere contrattuale talmente forte che essa riusciva a stipulare vere e proprie convenzioni con gli aspiranti al trono, come Alfonso il Magnanimo, che nel 1432 concesse una serie di privilegi a Carlo Ruffo, conte di Sinopoli.

Il conte Carlo partecipando però con maggiore solerzia alle operazioni belliche divenne capo della casata, che si compattò attorno all’Aragonese, del quale si intravedeva ormai l’imminente vittoria. A sancire il passaggio definitivo nella fila aragonesi dei Ruffo vi fu nel 1439 una serie di patti nuziali tra esponenti della loro famiglia e quella del Magnanimo, Antonio Celles.

Questi sposò Enrichetta Ruffo, contessa di Catanzaro e marchesa di Crotone acconsentì il matrimonio delle tre sorelle con i Ruffo di Sinopoli e di Brancaleone-Palizzi.

Calo demografico e recessione produttiva

I decenni successivi videro la Calabria attraversata dagli eserciti dei pretendenti al trono di Napoli e dei feudatari alleati, il ciclo negativo, era tuttavia di più ampio raggio, iniziato dagli inizi del 300, quando una serie di negativi raccolti aveva provocato una diffusa carestia seguita da una tremenda epidemia, di cui è rimasta famosa traccia nelle novelle del Decamerone di Boccaccio.

In Calabria agli effetti esiziali delle calamità naturali furono accentuati dalle scorrerie delle truppe; nel 1276, durante il regno di Carlo d’Angiò la Calabria risulta la regione con 393 agglomerati urbani, suddivisi in città (con cinta muraria e sede vescovile), terre (centri popolosi e autonomi) e casali (piccoli agglomerati dipendenti dalle prime).

A distanza di 169 anni nel 1443 venne effettuata un'altra numerazione fiscale, su disposizione di Alfonso il Magnanimo che ne fece la base per la tripartizione delle imposte dirette tra le singole università2. Vennero perciò censiti i fuochi3, presenti nei singoli centri abitati, e in base al numero delle famiglie residenti fu assegnato un contributo fiscale da versare alle casse regie.

In Calabria i registri fiscali aragonesi di metà 400 risultarono presenti 245 centri abitati, 148 in meno rispetto a prima. Il decremento demografico che fu generale, colpì tuttavia in misura maggiore le aree costiere e parallelamente al complessivo declino della popolazione vi fu una forte flessione della forza lavoro e della produzione agricola che in età preindustriale è strettamente dipendente dalla superficie di terreno coltivato e dalla disposizione di manodopera rurale.

Vaste plaghe già pioniere furono abbandonate e divennero sempre più estese nelle pianure litoranee e in prossimità delle fiumare. Con la contemporanea contrazione degli abitanti e della produzione rurale, il commercio attraversò una lunga crisi, si limitarono notevolmente i contatti con l’esterno e la vita quotidiana finì per ridursi in ristretti spazi autarchici. Le condizioni di degrado della popolazione calabrese aumentarono.

I signori feudali e enti ecclesiastici per far fronte alla carenza di braccia da lavoro optarono per la conduzione indiretta dei loro fondi, e cercarono perciò di attrarvi gli operatori agricoli con l’offerta di patti vantaggiosi per ciò che riguardava la durata e il canone di affitto e le modalità di ripartizione dei prodotti.

Fu un esempio quello dell’abbazia di sant’Angelo de Frigillo, in cui i monaci al fine di rendere fruttiferi i terreni incolti assegnarono in affitto a lungo termine e in canone ridotto. I conduttori a loro volta furono costretti a garantire un migliore tenore di vita ai contadini e tra la fine del 300 e inizi del 400 in Calabria cominciò a scomparire il secolare fenomeno della servitù della gleba e i lavoratori rurali vennero così ad acquisire la libertà personale e la possibilità di spostarsi da un luogo all’altro, nonostante i reiterati tentativi dei feudatari ed enti ecclesiastici di ricondurli sotto il sistema del servaggio o villanaggio, che sarebbe invece durato per secoli in altre parti d’Europa.

Documenti

  • Regesto dei privilegi e capitoli di sovrani alla città di Reggio 1345-1409.
  • Giustizieri: funzionari regi con giurisdizione provinciale sull’amministrazione giudiziaria e l’ordine pubblico.
  • Mastridatti: ufficiali giudiziari locali.
  • Grana: moneta pari a 1/100 di ducato.
  • Sindacato: controllo contabile dell’amministrazione finanziaria.
  • Mastrogiurato: ufficiale dell’università posto a capo delle guardie cittadine.
  • Baiuli: ufficiali locali con compiti giudiziari e fiscali.
  • Gabella: imposta diretta, tassa sui beni di consumo.
  • Regesto di dispacci di Luigi III riguardanti la Calabria.
  • Burgensatici: beni privati, di piena proprietà.
  • Bagliva: circoscrizione giudiziaria e fiscale.
  • Relievo: tributo di successione feudale, pari a metà della rendita annua netta.
  • Scannaggio: imposta sulla macellazione del bestiame.
  • Convenzione tra Alfonso il Magnanimo e Carlo Ruffo conte di Sinopoli.
  • Dotario: contributo del futuro sposo al sostentamento familiare, corrispondente a una porzione del valore della dote.
  • Contratto agrario di locazione ventinovennale.
  • Contratto di bonifica agraria e divisione a metà. 1390.

1 Citra e Ultra, cioè al di qua e al di là, rispetto al fiume Neto, secondo il punto di osservazione di Napoli.

2 Università: comunità cittadine simili per molti aspetti agli attuali comuni.

3 Fuochi: nuclei familiari soggetti a tassazione.

Capitolo II

L’età aragonese: rivolte e declino politico-militare del baronaggio, speranze e delusioni delle comunità

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

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