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L’Italia di fronte ai cambiamenti del secondo Novecento

Nella seconda metà del Novecento viene completato il processo di industrializzazione e riduzione delle distanze dai paesi più avanzati.

In questi anni l’economia mondiale è attraversata da importanti cambiamenti: affermazione della società dei consumi di massa e rivoluzione elettronica che hanno creato un ambiente economico diverso. Così, mentre il nostro paese rendeva competitivi i suoi prodotti industriali sui mercati internazionali, la sfida si spostava su altri fronti.

La competizione economica globale andava spostandosi sulla capacità innovativa, sull’ammontare di risorse investite in R&S e sulla ricchezza di capitale umano e sociale. L’Italia, seppur non priva di questi elementi, oggi si classifica al di sotto della media dell’Unione europea a livello di investimenti e a livello di scolarizzazione secondaria e superiore.

La società dei servizi

La crescita dei servizi era iniziata durante la rivoluzione industriale successivamente aveva mostrato un andamento simile all’industria. Alla fine del Novecento essi emersero come l’unico comparto ancora in grado di assorbire nuova occupazione. L’Italia ha vissuto il passaggio dall’industria ai servizi con diversi anni di ritardo rispetto agli altri paesi ricchi e quando gli altri paesi avviarono la rivoluzione dei servizi, in Italia era ancora in corso il completamento della precedente dall’agricoltura all’industria.

Nel ’71 l’industria riduceva il suo peso sul PIL nazionale e ciò segnò l’ingresso nell’epoca dei servizi ma questa trasformazione settoriale non venne accompagnata dalla creazione di una nuova cultura di riferimento che si incaricasse di promuovere i percorsi di crescita. Comunque l’evoluzione fu simile a quella di altri paesi: negli anni Cinquanta e Sessanta la componente più dinamica fu quella dei servizi alla persona mentre negli anni Settanta toccò ai servizi alle imprese.

L’affermarsi della società dei servizi è stata determinata sia dall’aumento della domanda di salute e di attività ricreative e culturali, che dalla trasformazione dei sistemi di produzione delle manifatture.

L’evoluzione della produttività dei servizi è diventata determinante per il successo dell’economia dei paesi.

Dal consumo di massa al consumo postmoderno

Uno dei grandi cambiamenti che hanno caratterizzato la seconda metà del Novecento è stata l’affermazione dei consumi sulla scena economica e sociale dei paesi industrializzati.

La storia dei consumi è da distinguere in due fasi:

  • Tra il Cinquecento e il Settecento con l’emergere nelle classi sociali più elevate del desiderio di consumare che va oltre al desiderio di consumare per sopravvivere;
  • Dalla metà dell’Ottocento ai giorni nostri quando questo desiderio si estende agli altri ceti e coinvolge anche nuove sfere sociali.

Questa seconda fase fu caratterizzata anche da un cambiamento nelle strategie delle imprese che ricorsero per la prima volta al marketing e alla pubblicità.

In America

Nell’Ottocento nacquero le cooperative di consumo che fissavano come obiettivo l’interesse dei consumatori e centrale divenne il tema della qualità dei prodotti e della purezza e salubrità degli alimenti. Negli anni Venti e Trenta si affermò un modello che metteva a disposizione dei consumatori specifiche competenze e che si occupava dei beni di consumo in quanto tali. Dopo la seconda guerra mondiale si svilupparono le associazioni impegnate nel garantire il rispetto dei diritti dei consumatori.

In Europa

La formazione di una rappresentanza economica dei consumatori è proceduta più lentamente e alle cooperative di consumo si affiancarono associazioni create dai movimenti di liberazione della donna.

Negli anni Venti e Trenta il movimento dei consumatori conobbe una battuta di arresto e bisognerà aspettare la fine della seconda guerra mondiale per registrarne una vera diffusione.

Unione europea

Si mosse lentamente su questi temi e solo nei primi anni Settanta venne approvata la Carta europea di protezione dei consumatori. In seguito, sulla base dello scontro tra associazioni di consumatori e lobbies industriali, si affermarono i diversi modelli di tutela dei consumatori.

Italia

Le prime associazioni furono il frutto dell’impegno individuale di alcuni precursori e solo negli anni Settanta emersero numerose organizzazioni, prima l’economia italiana trovò i suoi equilibri senza dovere interagire con gli interessi organizzati dei consumatori. Dagli anni Ottanta le richieste di tutela della salute da parte dei consumatori influenzarono le strategie di mercato delle aziende di produzione e distribuzione.

La società della conoscenza

La competizione globale è destinata a giocarsi sulla capacità innovativa e su elevati livelli di investimento in ricerca e sviluppo. Quest’ultima è un’attività costosa in termini sia di capitale umano impiegato sia di capitale finanziario e imprenditoriale.

Storicamente i paesi leader nella conoscenza hanno creato nuove basi tecnologiche. Tuttavia, a fianco della capacità di creare conoscenza endogena, è importante la capacità di appropriarsi nuova tecnologia attraverso gli effetti di spillover garantiti dal commercio, dalla vicinanza geografica e da flussi brevettuali.

  • Un paese sulla frontiera tecnologica tende a realizzare innovazioni incrementali nel segmento più elevato della conoscenza, i paesi dietro la frontiera tecnologica si limitano a importare tecnologie che sono state sviluppate altrove.
  • L’Italia si è avvicinata solo in alcuni periodi alla frontiera tecnologica e i motivi furono: ridotta disponibilità di fondi da destinare alla ricerca scientifica, struttura industriale caratterizzata dalla piccola dimensione e dalla specializzazione nei settori tradizionali.

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Inoltre l’Italia non ha colto le possibilità offerte dal nuovo paradigma tecnologico basato sull’elettronica e sulla tecnologia dell’informazione. L’Europa ha perso il treno della rivoluzione elettronica e tra gli anni Sessanta e Settanta il mercato europeo è caduto in mano agli americani e ai giapponesi.

Nell’alta tecnologia gli europei conservano un primato nella chimica e nella farmaceutica.

Gli anni del miracolo economico furono caratterizzati da una forte crescita delle spese in ricerca nei settori della frontiera tecnologica, crebbero tra il 1960 e il 1970 e fecero un balzo in avanti nei primi anni Novanta.

Tuttavia, l’Italia è ancora lontana dal livello medio di spesa in R&S sul PIL dell’Unione europea, sia dal fatidico 3% indicato dalla Ue come soglia ideale, solo Svezia e Finlandia la oltrepassano.

La maggior parte delle risorse che l’Italia investe in R&S vanno alla ricerca applicata, allo sviluppo sperimentale e alla ricerca di base.

Una spiegazione dello scarso investimento va ricercata nella struttura dell’industria italiana, assente nelle filiere produttive più innovative e potenzialmente competitive (informazione, comunicazione, biotecnologie):

  • Il settore trainante dell’economia italiana è la meccanica, che privilegia forme di innovazione tecnologica non basate solo sulla scienza e in cui R&S è importante ma non essenziale;
  • La domanda di innovazione è sempre stata carente, lo stato e le grandi imprese hanno svolto un ruolo poco stimolante a livello innovativo.

L’Italia possiede poche grandi imprese, le uniche che possono permettersi laboratori di ricerca, il contributo totale alla spesa per creazione di innovazione non potrà essere che più limitato rispetto a realtà in cui prevale la grande impresa.

Questo vantaggio risiede nelle economie di scala, nella ripartizione dei rischi dell’attività di ricerca, nella difendibilità dell’innovazione da fenomeni imitativi e nella possibilità di immagazzinare il profitto attraverso l’innovazione.

Il problema italiano sta nel fatto che le piccole e medie imprese che operano nell’alta tecnologia sono un numero limitato e la struttura dimensionale e la tipologia produttiva di queste ha rallentato la propensione all’innovazione e l’attività di brevettazione, penalizzando la capacità innovativa del sistema paese.

La centralità del capitale umano e del capitale sociale

Alla base del cambiamento tecnologico e della crescita economica si trova l’accumulazione endogena di capitale umano. La capacità di una nazione di dotarsi di nuova tecnologia è direttamente proporzionale allo “stock” di capitale umano posseduto. Lo human capital advantage influenza la crescita della produttività totale dei fattori attraverso l’aumento del tasso di innovazioni tecnologiche e della velocità di adozione di tecnologia dall’estero. L’istruzione secondaria diventa al centro dello sviluppo economico e inoltre il reddito personale aumenta con l’aumentare del grado di istruzione.

L’Italia mostra un lento processo di accumulazione del grado di istruzione: oggi 2/3 della popolazione giovanile raggiunge il diploma ma, rispetto al resto d’Europa, l’Italia ha una percentuale inferiore alla media sia di diplomati che di laureati. La scarsa propensione a raggiungere un titolo di studio superiore è condizionata dal rendimento scolastico ma anche dal percorso scelto dopo la scuola media. C’è quindi un’incapacità del sistema scolastico italiano di aprirsi a una scolarizzazione di massa a tutti i livelli, dato che questo continua ad avere una funzione di riproduzione sociale e di immobilizzatore sociale. In secondo luogo si rinuncia all’istruzione universitaria per motivi economici.

La scarsa dotazione di capitale umano rischia di rallentare il processo di adozione di servizi ad alto contenuto di conoscenza, delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, delle biotecnologie e nanotecnologie.

Queste tecnologie skill-intensive richiedono una forza di lavoro altamente qualificata, con un elevato tasso di scolarizzazione e in grado di mettere in pratica le conquiste scientifiche.

Il capitale sociale

La ricchezza di vita associativa è sinonimo di civiltà, libertà e democrazia e spinge gli individui a cooperare tra loro e ad interagire per raggiungere piccoli e grandi obiettivi comuni. Queste sono le basi del capitale sociale, un concetto impalpabile che è stato ridotto in maniera semplicistica al concetto di fiducia. In Italia il livello di fiducia interpersonale è particolarmente basso in quanto per “altre persone” si considerano coloro che sono esterni all’ambito familiare.

Un altro modo per valutare uno degli elementi che formano il capitale sociale è analizzare la fiducia nel settore pubblico attraverso l’indice di percezione della corruzione che può variare tra 10 (estrema limpidezza) e 0 (forte corruzione). L’Italia ha un indice di 4.3.

L’Italia nei confronti internazionali denota basso indice di fiducia sociale e un elevato invece di fiducia interpersonale considerando il ristretto cerchio familiare. È quindi manca la trasformazione della fiducia personale in fiducia sociale.

Le norme che sorreggono quest’ultima abbassano i costi operativi e facilitano la cooperazione, si fondano sulla reciprocità e si diffondono attraverso le reti di impegno civico.

  • Tanto più una società è dotata di senso civico, tanto migliore è il suo governo.

Nel caso italiano, i cittadini delle regioni con forti tradizioni civiche hanno istituzioni più efficaci e sono pronti ad agire collettivamente; nelle regioni meno civiche del Sud la popolazione “accetta un rapporto di tipo verticale in cui si rafforzano le reti di familismo morale”.

La maggior capacità di governo locale delle regioni del nord va attribuita alle interrelazioni di reciprocità consolidate nei secoli tra amministrazioni pubbliche e società civile che ha le sue radici nel medioevo, all’interno delle città-stato. Al Sud, la differenza e la lontananza tra stato e società civile discendono dal governo autocratico dei Normanni, che fondeva una cultura basata sul timore e sul sospetto reciproco.

La mancanza di accumulazione del capitale sociale nel Mezzogiorno può diventare un esempio di quel che diverranno i paesi con tradizioni civiche deboli.

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Dalla convergenza alla divergenza di redditi: la questione meridionale

Le politiche per il superamento degli squilibri regionali richiedono tempo, ingenti fondi e buona amministrazione. Tra il 1861 e il 1945 gli interventi a favore del Mezzogiorno non riuscirono a colmare il divario di sviluppo con il resto della penisola. Tra gli anni Cinquanta e Settanta iniziò a ridursi ma negli anni ’70 questa convergenza si arresta e il sud ricomincia a perdere terreno. La fine del miracolo economico ha segnato una cesura, dato che la disuguaglianza è tornata ad aumentare. I buoni risultati raggiunti negli anni della Golden age sono da attribuirsi anche all’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno.

Nascita e sviluppi della Cassa per il Mezzogiorno

Nel 1946 nasce l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno che aveva il compito di approfondire indagini tecniche al fine di trovare soluzioni al problema del “risollevamento dell’area depressa del Mezzogiorno”.

Nel 1950 nacque la Cassa per il Mezzogiorno alla quale venne assicurato un finanziamento in eurolire da investire in bonifiche, opere per migliorare le infrastrutture e la viabilità. Questi vennero spesi per interventi a favore dell’industria, delle opere pubbliche e dell’agricoltura.

Nei primi venti anni ci si concentrò sulle opere pubbliche e sull’agricoltura; alla fine venne realizzato un coerente programma di intervento organico destinato a progetti acquedottistici, irrigui, stradali e di bonifica.

I settori industriali privilegiati furono siderurgia, idrocarburi e chimica primaria, in minor parte andarono ad autostrade e settore telefonico. Si puntò su investimenti in grandi stabilimenti capital-intensive (petrolchimici e siderurgici) che portarono benefici dal punto di vista occupazionale ma non conseguirono i frutti sperati né a livello di efficienza né a livello di competitività.

Le opere di bonifica e irrigazione furono alla base dell’intenso ritmo di sviluppo dell’agricoltura meridionale degli anni Sessanta e Settanta. Ma ad una prima fase di positive realizzazione ne seguì una di crisi operativa che portò al moltiplicarsi di interventi a pioggia, con il risultato di trasformare la politica regionale italiana in uno sperpero di denaro pubblico.

Dal 1976 gli interventi della Cassa andranno alle PMI e in particolare i finanziamenti vennero orientati verso i settori rispondenti a logiche di convenienza politica piuttosto che verso settori e imprese nuovi, più rischiosi, ma con maggiori potenzialità di successo.

Nel 1984 si decise di procedere alla sospensione dell’ente. Dal 1986 la cassa fu sostituita dall’Agenzia per la promozione dello sviluppo del Mezzogiorno, in attività fino al 1993, ma anche questa non portò a sviluppi positivi e il fallimento portò alla cancellazione dell’intervento straordinario.

Mentre alcune aree del Mezzogiorno ristagnano, altre, a partire dagli anni Settanta, sono uscite dalla graduatoria delle 10 regioni dell’Europa meno sviluppate (Umbria, Marche, Abruzzo, Molise), a dimostrazione del fatto che la politica regionale può avere successo. Ciò ha attirato investitori dall’esterno e stimolato l’operosità dell’imprenditoria locale.

In altre aree del Mezzogiorno, invece, il diffondersi della criminalità ha generato diseconomie gravi che hanno scoraggiato i potenziali investitori e impedito il buon funzionamento della politica.

La politica europea di sviluppo regionale

La divergenza tra regioni europee oggi è profonda e in aumento: le cause tendono ad accentuarsi e danno origine ad una crescente polarizzazione. Di conseguenza, si innesca una spirale negativa per cui le regioni povere tendono a rimanere povere, mentre quelle ricche tendono a incrementare il benessere.

L’interventismo adoperato dell’Italia nel secondo dopoguerra per risollevare il Mezzogiorno, e quello dell’Unione Europea verso le aree più arretrate si basano sulla convinzione che le forze di mercato da sole non possono ottenere risultati in materia di processo di convergenza tra regioni e stadi di sviluppo molto differenziati.

Le possibilità di intervento del bilancio europeo sono limitate, tuttavia, l’intervento della Ue si è rivolto verso le regioni con il minor PIL pro capite e il maggior tasso di disoccupazione. Il primo obiettivo era il miglioramento delle infrastrutture di base e l’incentivo degli investimenti delle imprese. I risultati, a partire dagli anni Novanta, sono stati incoraggianti, soprattutto per le regioni più povere nei paesi destinatari del Fondo di coesione (Irlanda, Grecia, Portogallo e Spagna).

L’Italia, benché superiore alla media europea, è rimasta prigioniera di una stasi preoccupante.

La crisi del 2008 ha colpito soprattutto i paesi più deboli e ha messo a dura prova i traguardi precedentemente raggiunti.

La politica europea di sviluppo regionale ha previsto un intervento finanziario crescente attraverso i fondi strutturali e in generale le risorse finanziarie sono state ripartite in modo da realizzare una massiccia concentrazione a favore delle regioni in ritardo di sviluppo. Anche i dieci stati entrati nell’Unione nel 2004 hanno beneficiato della politica di sviluppo regionale poiché questi sono indubbiamente più arretrati dal punto di vista economico rispetto alla media europea.

Per aiutarli e a ridurre il divario che li separa sul piano del reddito dal resto dell’Unione, l’Europa ha varato programmi finanziari su misura.

Tuttavia, non tutte le aree d

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

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