Crisi dell’ordine politico moderno
Gli ultimi decenni dell’800, però, vedono una grande crisi: nella riflessione di tutte le arti emerge la sensazione che qualcosa non va; forse l’idea di progresso (che aveva contraddistinto il periodo precedente) non corrisponde più a ciò che sta accadendo; forse le arti non sanno più rispondere positivamente alle domande dell’uomo.
Si svela il fatto che tutto è artificiale, si svela la realtà nichilistica che le strutture del pensiero nascondono: mancanza del senso del tutto!
Il tentativo di togliere l’uomo dallo stato di natura fallisce, evidentemente; Weber lo considererà come una gabbia d’acciaio da cui non si può uscire. L’inventore del nichilismo è Dostoevskij.
Il senso del mondo è il Nulla, che ci circonda e ci domina.
Nichilismo (per Jung) = chi non ha sperimentato su di sé il niente e non ne ha subìto la tentazione, non ha vissuto, in breve.
Tra l’800 e il ‘900 questo è ciò che percepisce la coscienza europea. Si comincia a criticare il positivismo, l’idea del progresso, ecc. considerate tutte menzogne.
Nietzsche è il grande filosofo del nichilismo; altre riflessioni su questo sono presenti anche in Schopenhauer e Kierkegaard, pensatori che pongono per primi l’accento sulle dinamiche irrazionali che muovono l’individuo.
Tutto ciò avviene nell’Europa di fine ‘800, che era “a capo del mondo”. Questo accade perché la classe emersa come classe sociale a metà ‘800 (proletariato/classe operaia) sta entrando nello Stato. Il Parlamento e le strutture pensati come rappresentanti della società borghese entrano in crisi perché ricevono forme di rappresentanza diverse: la classe operaia è sempre più grande e fatica a riconoscersi in quelle istituzioni.
Perciò avvengono cose come grandi riforme istituzionali, cambiamenti di governi ecc. Si sta avvicinando la vera svolta: il 1914.
“Urlo” di Munch = immagine del nichilismo di fine ‘800: la libertà è diventata una ricerca disperata.
L’individuo è abbandonato a se stesso; il mondo non ha senso; Dio non parla più; la rivoluzione borghese doveva far sì che l’uomo trovasse il senso di sé, ma non è successo.
Nietzsche
Afferma che la sua è una filosofia col martello = abbatte tutti i valori della filosofia in quanto, secondo lui, falsi e meschini.
Nichilismo = nostra realtà; ma dal tempo dei greci ad adesso ne abbiamo avuto paura e ci siamo inventati delle “cose” per nasconderlo. È la condizione di nullità di senso che si fa strada quando le risposte tradizionali al “perché” della vita perdono la loro forza vincolante, cioè quando diventano “nulla”. Ciò si verifica durante un processo storico segnato dalla progressiva perdita dei valori tradizionali (Dio, Verità, Bene): è la storia della decadenza.
Perciò: realtà = nichilismo.
Com’è stato possibile arrivare a questo punto? Perché l’uomo all’origine ha avuto paura della sua stessa realtà e l’ha nascosta nel caos. A proposito di ciò Nietzsche tematizza la polarità tra il dionisiaco e l’apollineo (tale coppia di opposti rappresenta la chiave interpretativa dello spirito greco):
- Dionisiaco: ebbrezza, vero.
- Apollineo: sogno.
Finché erano in equilibrio conflittuale la civiltà greca fu vitale, tragica.
La tragedia greca “muore” quando Euripide, Socrate e Platone impongono i propri orrori filosofici sullo spirito tragico: la filosofia si è inventata un mondo ideale e trascendente ed è percepita come “gesto difensivo” che oppone strutture e valori stabili al caos della vita. L’uomo ha ucciso il dionisiaco (tale uccisione coincide con la dottrina socratico-platonica dei 2 mondi: ideale e sensibile; quest’ultimo è la realtà umana ed è svalutato perché è una copia del mondo ideale, considerato mondo superiore) e ha preso solo l’apollineo. Da qui è iniziato il nichilismo passivo.
Metafisica, Dio e Stato sono le 3 realtà che giungono a rivelarsi come “nulla”:
- Metafisica deriva da un bisogno di sicurezza di fronte al conflitto tragico; è stata sostituita dal pensiero dialettico.
- Religione anch’essa è espressione della paura di fronte al tragico conflitto dell’essere e della vita. In particolare Nietzsche individua il Cristianesimo come religione del risentimento dei deboli verso i forti. Tale risentimento si traduce nel tentativo di sottomettere i forti con una tavola di valori opposti a quelli vitali; tale religione insegna all’uomo a dire di “no” alla vita, a comportarsi come un gregge: ai valori vitali di forza ed eroismo sostituisce quelli della sottomissione, imponendo la c.d. morale degli schiavi. Rovescia la tesi di Hegel (la storia è storia dei servi): egli pone in evidenza, invece, la morte di Dio.
- Stato nasce da una violenza ipocrita, insicura di sé, che si deve mascherare col diritto e con valori “alti” per dare forma alla sua immoralità organizzata.
Un ulteriore mascheramento della realtà viene dalle ideologie della sua epoca. Ideologie = falsità che sottraggono l’uomo alla sua vita reale (sono, ad es., democrazia, anarchismo, nazionalismo, sciovinismo, socialismo, ecc.). Esse coprono la realtà, cioè che potere = violenza: il potere sovrano è violento perché gli abbiamo dato tutto pensando si comportasse come fossimo noi. E invece.. ciccia = D!!
Le ideologie, per Nietzsche, sono i valori del mondo occidentale che stanno dimostrando la loro vera natura.
Secondo Nietzsche, però, ci troviamo in un nichilismo incompleto poiché è ancora dominato da un gran bisogno di verità, tradotto nella credenza in nuove verità ideali che sostituiscono quelle tradizionali.
In particolare la democrazia è sinonimo di mediocrità, conformismo di massa, spirito di risentimento.
Democrazia = dominio delle forme di vita più basse, esito ultimo della distruzione di tutto. Date tali caratteristiche della democrazia, per Nietzsche tutte le forme di governo della sua epoca sono egualmente democratiche; ma anche le democrazie stesse sono costrette a sottomettersi al conformismo di massa, al progressivo appiattimento dell’esperienza.
Nichilismo incompleto = emergere della crisi finale della ragione occidentale, dell’evidenza del suo essere nulla. Tale evidenza può però essere vista anche come potenza, cioè come un disincantato “sì” alla radicale assenza di senso della vita.
Il nichilismo può, dunque, essere indice di forza o di debolezza:
- Di forza: nichilismo passivo, cioè sinonimo di declino e regresso dello spirito perché si limita a prendere atto del declino dei valori;
- Di debolezza: nichilismo attivo, segnale delle ricresciuta potenza dello spirito che si manifesta il fatto nel promuovere e accelerare il processo di distruzione; esso liquida ogni credenza in verità metafisiche.
È nell’attivo che si manifesta il riconoscimento della volontà di potenza = intima essenza dell’essere.
La realtà nichilistica può essere trovata solo dal genealogista che scava in profondità senza fermarsi all’apparenza. E sotto cmq non trova nulla.
L’origine è il nulla, non c’è nessun principio primo nella morale.
Tutto è stato costruito dall’uomo per i suoi interessi privati legati agli istinti più bassi, cioè i valori borghesi di tranquillità, serenità, ecc.
Ciò che fa il genealogista è appunto tornare in basso, rifiutando i valori superiori di un mondo soprasensibile.
Chi compie ciò è l’uomo reattivo, cioè colui che ha avuto paura, l’uomo debole governato dal senso di inadeguatezza, incapace di gesti eroici, che per sopravvivere a tutto ciò ha fondato un mondo sull’ipocrisia: perciò l’uomo ha dovuto portare il mondo al proprio livello di “merdosità”.
L’annuncio della morte di Dio da parte del folle uomo è l’ultimo atto del nichilismo passivo, operato dall’uomo reattivo: il folle uomo dice che è l’uomo ad aver ucciso Dio. Quando Dio muore la luce nel mondo è spenta (“È notte, sempre più notte”) ed è proprio questa la situazione in cui, secondo Nietzsche, viviamo.
Siamo noi, per Nietzsche, gli uomini reattivi, gli uomini peggiori, che uccidono Dio e ridacchiano: questa è la meschinità del nichilismo.
Perché l’ipotesi nichilistica si compia è necessario, però, pensare il nichilismo come esistenza senza senso e senza scopo, ma inevitabilmente ritornante: l’eterno ritorno. Dunque la forma estrema del nichilismo è il nulla (la “mancanza di senso”) eterno. Tale dottrina riprende la concezione arcaica del tempo ciclico, in contrapposizione alla rappresentazione cristiana di uno sviluppo lineare del tempo, con un inizio e una fine. Ma il significato prevalente della dottrina dell’eterno ritorno è legato alla sua dimensione di scelta: decidere l’eterno ritorno significa che solo ciò che ha sufficiente potenza affermativa merita di ripetersi. Con l’eterno ritorno Nietzsche indica il passaggio tra l’uomo che dice “no” alla vita e l’uomo che ha imparato a dire “sì”, a volere che il tempo sia un presente che eternamente ritorna.
Morte di Dio: esigenza di trovarne un sostituto; esso deve essere un individuo moderno, che si è inventato il proprio mondo, i propri valori, ecc. L’individuo moderno è reale, massificato, gregge, incapace di azione, incapace di gesti eroici, che si accontenta delle comodità, non vuole più fare fatica. Tale uomo è capace solo di gesti nichilistici (come l’uccisione di Dio: gesto insensato perché spegnendo Dio l’uomo spegne se stesso). Il Dio di Nietzsche è il principio superiore, non è il Dio cristiano.
Dunque, colui che è in grado di dire “sì” alla vita è l’oltre-uomo (Übermensch) = un nuovo tipo di uomo che ha “superato” l’uomo tradizionale perché ne ha abbandonato gli atteggiamenti, le credenze e i valori. È l’eccezione superiore che si oppone al “gregge” degli inferiori.
Volontà di potenza = volontà redentrice. Si identifica col modo di essere dell’oltre-uomo e con l’essenza dell’eterno ritorno. Vita = volontà di potenza, perché è il continuo, necessario superamento di se stessa.
La sua è un’analisi impolitica della politica: rifiuta il “valore” stesso della politica, così come rifiuta quello della religione o della metafisica. Ma nonostante ciò, Nietzsche è di decisiva importanza per il pensiero filosofico-politico del ‘900 grazie alle idee di: decisionismo, pensiero dell’impolitico, potenza e libertà, critica della modernità e della ragione strumentale, critica dell’individualismo e delle masse, tensione ad una nuova umanità.
Freud
(pg. 116 “Potere”)
Nel 1913 scrive “Totem e tabù” dove racconta da dove viene l’uomo.
La storia racconta del padre dell’orda selvaggia e originaria, il quale aveva per sé tutte le donne. I suoi figli, spinti dalla pulsione libidica del desiderio d’“amore”, lo uccidono perché, appunto, volevano tutte le donne per sé: in ciò Freud rinviene molte caratteristiche del pot. pol. moderno: quando il padre viene ucciso, i figli non hanno più un’autorità che li governi e perdono il loro fondamento, cioè l’origine. Tale uccisione rappresenta la legittimità di ciò che i figli faranno in seguito. Il potere del sovrano non deriva da nulla: la legittimità sta nell’assenza dell’origine. Tale c.d. pasto totemico (dei figli verso il padre, visto che se lo mangiano) segna l’inizio dell’organizzazione della società, della religione, ecc. Dimostra che il potere è collegato alle pulsioni originarie: eros e thanatos.
Ambivalenza nel pot. pol. moderno:
- Tendenza all’unione (i fratelli si coalizzano VS il padre) ma c’è il rischio che se non ci crediamo più, tale unione fallisce;
- Tendenza alla separazione (dopo l’uccisione del padre, con la quale perdono il fondamento).
I 2 tabù del totemismo sono: risparmio dell’animale totemico e divieto d’incesto. Il primo “unisce” i fratelli, nel senso che essi si erano uniti per uccidere il padre ma erano poi anche tutti d’accordo nel dichiarare proibita l’uccisione del sostituto paterno (totem); il secondo, invece, non unisce i fratelli, ma, in quanto maschi, li divide, poiché ognuno si reputa rivale dell’altro rispetto alle donne. Tale divieto fu eretto perché, non essendoci più alcuna autorità per i fratelli (padre), così tutti rinunciavano alle donne.
Potere moderno è aggressivo; allo stesso tempo introietta la scienza come senso di colpa, ma ormai i fratelli non ci possono più far niente: liberandosi del padre che aveva tutte le donne tale “comando” viene talmente introiettato che si trasforma in un tabù, quello dell’incesto.
Il pasto totemico fu forse la prima festa dell’umanità; sottolinea l’importanza delle celebrazioni, dei rituali, per rinsaldare il legame col potere politico: ruolo del totem: ricordare tutti i suoi comandi e costruire, di conseguenza, i vari tabù. Il diritto ha un forte legame con la moralità.
Tra il 1921 e il 1922 scrive “Disagio della civiltà”: dal potere dell’origine non ci si libera mai del tutto.
La genesi di quel potere non è razionale, ma deriva da un parricidio. Tutte le organizzazioni sociali, di conseguenza, non hanno funzionamento razionale: potere = fatto simbolico (v. totem = ricordo del padre ucciso).
Violenza e senso di colpa = pulsioni che dominano la vita moderna. Ma è una situazione da cui non si esce.
Benjamin
È un tedesco ebreo che vive negli stessi anni di Freud. Appartiene alla Scuola di Francoforte.
Con l’avvento del nazismo sarà costretto all’esilio; prima va a Parigi poi gli arriva il visto per gli USA; tenta di andare verso la Spagna ma ha la Gestapo che lo segue e, più che finire in un lager, si suicida.
Egli insiste sul tema dell’immediatezza della Redenzione = mobilitazione creativa e distruttiva in grado di far saltare le gerarchie di potere tra vincitori e vinti.
La violenza ha il ruolo dominante non solo per istituire il potere, ma anche per stabilire/garantire il diritto: origine del diritto è violenta, non un accordo pacifico. La violenza, presentandosi come diritto, attribuisce ruoli e gerarchie a vincitori e vinti: violenza = al diritto.
(pg. 120 “Potere”)
Il diritto, nonostante l’origine violenta, serve a pacificare in quanto conserva il ricordo della violenza originaria.
Potere = convertitore della violenza in diritto, è il principio di ogni diritto mitico. La prima cosa che fa quando si costituisce è fissare i confini (dentro gli amici no violenza; fuori i nemici violenza).
La sua è una filosofia della storia della violenza. La violenza della storia è stata la rivolta umana VS la originaria violenza divina: la creazione del mondo.
Contro questa violenza, il pensiero ebraico secolarizza al problema che Adamo si è staccato da Dio. C’è la continua colpa che Dio non è ancora venuto a sanare: hybris di Adamo.
Per Benjamin, per arrestare tale corso della filosofia della storia della violenza ci vuole un altro atto di violenza divina: una rivoluzione. La sua è l’utopia di una rivoluzione anarchica capace di distruggere il presente e trovare un’immediatezza politica teologicamente fondata, capace di opporsi al decisionismo “ingiusto” che Benjamin scorge all’origine della politica.
Il suo tentativo è di far emergere la tradizione dei vinti, dando Giustizia alle loro ragioni.
Lettura Benjamin ≠ Lettura Hegel:
- Hegel: storia = tribunale del mondo;
- Benjamin: non è la storia a giudicare il mondo ma uomini = giudici della storia.
Il problema di Benjamin è sovvertire la storia (attraverso una rivoluzione): secolarizzazione della venuta del Messia.
La potenza rivoluzionaria può sprigionare dai vinti (massacrati da tale violenza) in ogni momento.
Concezione del tempo: discontinuità (per sovvertire la concezione della storia). Storia e politica sono segnate dal dominio.
Canetti
“Massa e Potere”: problemi del ‘900 legati ai totalitarismi + democrazie di massa.
Potere = potere omicida, è qualcosa che stabilisce un nesso originario con la morte (v. Nietzsche: l’uomo è diverso dagli animali perché sa che deve morire).
Tutti rispettano colui che detiene il potere perché appare come un sopravvissuto dalla strage fatta dalla morte. Chi vince è colui che sopravvive.
Il potere, dunque, non è solo esercizio della forza ma ha un plusvalore simbolico, dimostrato nel rapporto tra gatto e topo: il gatto prima “gioca” col topo, lo uccide dopo. Quando il gatto afferra il topo, il topo non può più scappare. Questo è ciò che fa il potere con chi gli è sottoposto; poi alla fine glielo mette in culo! Il plusvalore simbolico, dunque, è
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Storia delle dottrine politiche
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