Origini del volgare tra Cinquecento e latinità
Ci sono molti mutamenti nel passaggio tra il 476 e i secoli VIII e IX, quando compaiono le prime attestazioni di italiano volgare, anche se il latino è comunque il nucleo della cultura scrittoria e le due lingue convivono, in una progressiva canonizzazione del volgare come lingua a sé diversa dal latino. I primi testi poetici in volgare compaiono tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo e testimoniano l’alto statuto del sistema linguistico volgare ormai articolato. Naturalmente ci sono cambiamenti: il latino e il volgare sono prossimi lessicalmente (vd. bonus e buono), ma le mutazioni sono tipologicamente enormi.
Mutazioni tipologiche tra latino e italiano
Sono state evidenziate 8 differenze tipologiche tra latino e italiano:
- In italiano la lunghezza/durata delle vocali non ha valore distintivo (il che è collegato alla perdita dei casi), e viene soppiantata dalla forma timbrica (aperta/chiusa), che comincia ad avere un valore man mano crescente anche nel latino tardo. Es.: lat. persica > it. pesca (-e- breve aperta); lat. pĭscare > it. pescare, con apertura della –i- breve (-e- chiusa); o/e aperte in sillaba aperta (libera) in toscano dittongano.
- In italiano scompaiono le consonanti finali, soprattutto nasali (lat. rosam > it. rosa), pronunciate già in latino come appendici nasali delle vocali, e la -t (lat. amat > it. ama). La consonante più duratura è la -s, che lascia tracce nelle lingue romanze occidentali.
- In italiano insorgono costruzioni analitiche al posto dei casi, più sintetici, tramite preposizioni e articoli. Già nel latino tardo c’era solo il nominativo e un altro caso “tuttofare”, l’accusativo, poi rimane solo il nominativo. L’italiano prende dall’accusativo: che non prende il nominativo lo si capisce dai sostantivi della terza declinazione, e che non prende gli altri casi dai neutri della terza declinazione, tipo flumen.
- Crisi dell’ordine delle parole nella frase: in italiano non è indifferente per la comprensione, è più rigido del latino ed è solitamente SVO; in latino è SOV a meno di focalizzazioni particolari.
- In italiano anche il verbo è analitico, presenta gli ausiliari (vd. il sistema del passivo).
- In italiano si formano articoli determinativi e indeterminativi. Es.: lat. illum > *lum > *lu > it. lo. In antico “lo” è forma prevalente rispetto a “il”: ora l’alternanza dipende dalla parola che segue, tranne che in forme sclerotizzate come “perlomeno”. Se la parola precedente finiva in vocale “lo” diventava “ ’l ”, che poi sviluppa la vocale i- diventando “il”.
- Le parole derivano dall’accusativo (ragionamento astratto suffragato dalle fonti storiche testuali).
- Genere: scomparsa del neutro (semplificazione), confluito per la maggior parte nel maschile, fenomeno già comune in latino (due forme di plurale, mantenute anche in italiano, spesso con lievi differenze di significato). I plurali in –a vengono trattati come femminili, perché la -a ne è la vocale tipica in italiano (vd. “uovo”, da ovum, maschile al singolare e trattato come femminile al plurale, “le uova”): alcuni studiosi lo chiamano “genere alternante” (canonizzato in rumeno), che sosterrebbe la sopravvivenza del neutro (nei dialetti esiste anche un “neutro-massa” che indica il materiale). Casi ancora diversi sono i plurali in –a reinterpretati come femminili singolari (es. da folium e pl. folia abbiamo in italiano “foglio”, pl. “fogli” e “foglia”; pecus, pecora, “bestiame”, ma “pecora”).
Il latino parlato all'origine delle lingue romanze
Il latino parlato nelle varie aree dell’impero è alla base delle lingue romanze: il latino è parlato in modo diverso a seconda del sostrato del parlante; con questo latino parlato entrano in contatto i barbari. Di questo ci danno notizia la morfologia e fonetica, ma anche il lessico, anche se è la parte più superficiale di una lingua. Es.: nelle aree laterali estreme (Bartoli, aree laterali più conservative) della Romania per dire “bello” ci si affida ai continuatori di formosus (rumeno, spagnolo e portoghese), mentre nel resto delle lingue romanze si ha un prosecutore di bellus.
L’etichetta di “latino volgare” (= latino parlato) è stata data da due studiosi, Ugo Schuchardt (1842-1927), tedesco che ha lavorato a lungo in Austria, specialista di lingue creole, cioè miste, e Veikko Väänänen (1905-1997; scrive Introduzione al latino volgare): non è tardo perché è parlato per lungo tempo (anche Cicerone dice di parlarlo), e non è popolare perché non è parlato solo dal popolo, è soltanto una parlata informale.
La scuola imperiale e la persistenza del latino scritto
Anche dopo la caduta dell’Impero d’Occidente (476), sopravvive la scuola imperiale, che riesce ad avere una funzione di repressione dell’affiorare del latino parlato nella scrittura: dopo pochi anni però la scuola scompare e il latino grammaticale dello scritto canonico si sgretola. Nel 568 arrivano i Longobardi e hanno un impatto decisivo, dopo la guerra greco-gotica (535-553): divisione della penisola in nord longobardo con ordini monastici (es. Benedettini) e area costiera ancora bizantina. Sempre maggiore contrazione dei commerci e calo del livello di alfabetizzazione, che era invece alta in età classica e imperiale, il che si può evincere dai graffiti pompeiani, attestazioni di lingua sulle mura di Pompei di slogan elettorali, nomi di negozi, comunicazioni pubbliche, versi poetici…
Questione del latino volgare e la riforma del latino
Questione del latino volgare: il latino copre una realtà linguistica molto differenziata. C’è ragione per credere che il latino in diglossia non fosse utilizzato solo nello scritto, ma anche in situazioni di oralità, come la liturgia, l’università, o come lingua franca degli uomini di cultura. A un certo punto questa diglossia si spezza e il momento di cesura in cui il latino cessa di essere non solo usato ma anche compreso sarebbe la rinascita carolina (VIII-IX secolo): Carlo Magno volle una riforma del latino tale da riportarlo alla sua correttezza razionale e renderlo ancora più lontano dal parlato. Protagonista di questa riforma alla corte di Carlo Magno è Alcuino di York. Il clero viene educato dunque a questo latino più classico e si ha uno stacco definitivo formalizzato dal Concilio di Tours, in cui si prescrive che, mentre tutto il rito va fatto in latino, l’omelia va invece fatta o in “teotisca lingua”, cioè in lingua tedesca, o in “rustica romana lingua”, in modo che il popolo la capisca; c’è dunque una cesura: il latino non è più compreso e fare la predica in latino ne comprometterebbe l’efficacia.
Cesure storiche e la diffusione del Cristianesimo
Cesure forti: caduta dell’Impero e conseguente arrivo dei barbari e dei Longobardi. L’alfabetizzazione diventa rara anche nelle classi alte, rimane solo nel clero, fino più o meno alla rinascita carolingia o all’anno 1000. Un fattore unificante è il Cristianesimo, diventato religione di Stato nel IV secolo e che esercitava fascino sui barbari perché garantiva l’accesso alla cittadinanza: il monachesimo dunque arriva addirittura in territori che l’impero romano non aveva conquistato, come in Irlanda nel V secolo. Larga diffusione ha la Vulgata della Bibbia di San Girolamo, scritta tra il 385 e il 404, che sostituì l’edizione Vetus: latino semplice ma estremamente corretto; il latino diventa la lingua del rito cattolico, non più tuttavia né la lingua dell’officiante, né dei fedeli. Si origina una sorta di diglossia in cui il latino è utilizzato per funzioni religiose, ma anche amministrative e giuridiche come lingua delle istituzioni.
L’influsso dei barbari sulla lingua è forte, soprattutto a livello lessicale: gli stessi Longobardi scrivono le leggi in latino, ma le riempiono di termini tecnici germanici, spiegati in glossari che accompagnano i codici (vd. caso di guerra).
Grammatica di Castellani e l’influsso germanico
Grammatica di Castellani, studioso di pieno Novecento specialista di glottologia antica toscana: vd. saggio sull’influsso germanico sull’italiano: si parla dei nomi per definire la casa, come steinberg, divenuto “stamberga”, dispregiativo, con scadimento semantico, “balcone”, con significato inizialmente incerto tra “finestra” e “piano balaustrato” (il significato attuale), “scuro” per “imposta”, “panca”, “scranna”, o “scaffale”.
Tra VII e VIII secolo si ha anche l’invasione islamica, che determina la divisione del bacino del Mediterraneo in due mondi che comunicano a fatica, e che invece comunicavano sotto l’impero.
Maggiore e testi delle origini
Come si è passati da una lingua unitaria di dimensioni enormi come il latino alla grande frammentazione della Romania? In realtà occorre tener presente che nemmeno il latino era una compagine così unitaria, oltre che sul piano diacronico, anche su quello diastratico e diatopico. Certamente le lingue romanze sono continuatrici del latino volgare o parlato, con non pochi tentativi di correzione (vd. Appendix Probi di V secolo, con circa 200 errori e corrispondenti forme corrette): tuttavia questa spinta correttiva è stata alquanto inefficace, dal momento che molte delle forme vietate dall’Appendix (come i diminutivi) hanno avuto effettivamente continuatori nelle lingue romanze.
Graffito pompeiano
Lo scrittore scrive come parla, quindi rende conto dei mutamenti: la -t finale non è più pronunciata, la “e” si palatalizza in “i” oppure labializza in “o”.
valia > vaglia con laterale palatale, forma antica e regionale del nostro “valga” con occlusiva velare sonora.
peria > perisca con estensione tematica (vd. Grammatica di Rohlfs (tedesco vissuto anche sotto il Nazismo, raccoglitore per l’Atlante Italo-Svizzero, diventato poi specialista in dialetti dell’Italia meridionale e soprattutto delle varianti derivate dal greco) pubblicata in Germania negli anni ’50 e tradotta in italiano negli anni ’60). Il suffisso incoativo –isco è usato per le forme rizotoniche, per modellarle sulle altre che hanno l’accento sulla desinenza (le prime due persone plurali, che quindi non hanno il suffisso incoativo). Questo suffisso è esteso per analogia anche al congiuntivo.
La desinenza della prima plurale del presente -imo è diventata -iamo sul modello del congiuntivo. I verbi in -go hanno una spiegazione di tipo analogico.
Appendix Probi
Serie di trattati grammaticali più antichi contenuti in un codice di VII-VIII secolo attribuiti a Probo: c’è una serie di indicazioni di vario tipo contenenti molti errori di latino per cui prescrive le forme corrette. Frequente il fenomeno delle parole di tre o più sillabe accentate sulla terzultima o sulla quartultima che perdono la vocale atona centrale con eventuali assimilazioni. In oricla si vede la fortuna dei diminutivi nel latino parlato (deriva da auriculam), con monottongamento.
Peregrinatio Egeriae (o Eteriae)
Racconto di un pellegrinaggio in Terra Santa compiuto nella seconda metà del IV secolo da una nobildonna che scrive in un latino pieno di volgarismi e tratti tardi (vd. voce “latino e italiano” Treccani). L’accusativo si estende ai soggetti, che vorrebbero il nominativo.
Atto notarile di Lucca
Tutto in latino parlato con dichiarazioni in volgare, molto vicino a una registrazione del parlato: non c’è più il caso, ma un generico –o tuttofare. Ciò che colpisce è che le parti istituzionali, protocollari, fisse, sono in latino, mentre le dichiarazioni sono in volgare, molto vicine alle lingue romanze: si è avanzata la possibilità molto discussa che ci fosse una convenzione generale per trascrivere il parlato.
scaphilo e congia sono unità di misura e pulmentario è il companatico, panìco è grano.
Breve de inquisitione
Indagine del 715 di un messo del re longobardo Liutprando che deve dirimere una contesa tra il vescovo di Arezzo e quello di Siena relativamente al possesso di alcune diocesi (portatrici di beni e tasse): vengono registrate le dichiarazioni di due sacerdoti senesi, che non è chiaro da che parte stiano. Si va perdendo la costanza delle declinazioni: l’aggettivo non ha la stessa desinenza del sostantivo, ed essa è messa soltanto nella parte nominale, la più importante; manca anche la desinenza del verbo (habui per habuit), o c’è ma è errata (es. nomini genitivo al posto del corretto nominis). Oltre a queste sgrammaticature, c’è l’affiorare di tratti volgari: generico caso in -o che sostituisce il caso, sostituzioni con forme romanze, volgarismi (te al posto di tibi; potit al posto del potest; domni al posto di domini, che poi si assimilerà in donno, “don”), sonorizzazioni (sagravit al posto di sacravit), futuro perifrastico (infinito del verbo lessicale + verbo avere, che diventa desinenza del nostro verbo) con sfumatura ancora deontica, che indica dovere, che si aggiunge al semplice futuro (dicere habeo > *dicere abeo > *dicerao > it. dirò).
Indovinello veronese
L’indovinello fu scoperto da un importantissimo paleografo, Schiaparelli, torinese, nel 1924, e inizialmente era interpretato come frammento di un canto popolare di un contadino: tuttavia già nel 1927, quando veniva presentato a lezione di filologia romanza, una studentessa, Liana Calza, di Fidenza, gli disse che questo indovinello era ancora esistente e che non si trattava di un canto epico. Riconosciuto come prima testimonianza di volgare: si trova appuntato in cima di una carta di guardia (foglio messo in un codice o in un libro per proteggere il contenuto del testo), spesso di un materiale più forte del codice stesso (pergamena se il codice era cartaceo) che contiene note del proprietario, prove di penna (scritte estemporanee), testi precedenti… Si trova a Verona in una raccolta di preghiere cristiane di area araba, scritto in Spagna, passato per la Sardegna, per Pisa ed è arrivato a Verona, dove non si sa se è stato anche scritto. Questo foglio di guardia contiene anche una rosa dei venti, sotto l’indovinello c’è un’ulteriore riga, scritta in perfetto latino (entrambe sono precedute dal signum crucis, quindi non è una prova di penna o comunque uno scritto estemporaneo). La scritta in latino è fatta con abbreviature, mentre quella in volgare ha abbreviato solo et: il copista è di grande raffinatezza, perché usa una grafia ormai fuorimoda, corsiva (che permette una scrittura più veloce perché unisce tutte le lettere) anticheggiante, non la minuscola carolina, essendo raffinato gli errori di latino non sono da attribuire al copista, ma a un copista precedente. La seconda scritta è evidentemente di una scrittura diversa: si è ipotizzato che si facesse una gara di scrittura, ha scatenato la curiosità di molti studiosi.
TRAD. “Aggiogava/spingeva davanti a sé dei buoi//Sembravano dei buoi (vd. Patota 66), arava prati bianchi, teneva un bianco aratro e seminava un seme nero”
La lineetta tra semen e seminaba determina un a capo. L’indovinello allude alla scrittura: buoi = dita, prati bianchi = foglio, aratro bianco = piuma d’oca, seme nero = inchiostro. I verbi sono tutti privi di -t (presente invece nella scrittura sottostante, a piene lettere) o di -nt plurale, caduta frequente nel volgare e per di più a Verona, dove non si distinguono le terze singolari dalle terze plurali; è invece conservativa la -b- della desinenza. L’unico che presenta il caso “tuttogenere” è “albo versorio”, che sarebbe accusativo maschile, negro è ormai completamente volgare, sia nella desinenza, sia nella –e-; tuttavia il sostantivo semen si mantiene perché il neutro sparisce più lentamente (vd. anche alba prataria, non trattato come un femminile ma ancora come un neutro plurale); boves mantiene la desinenza del latino. Il testo dunque non è in corretto latino, ma neppure pienamente volgare.
Si nota un intento simmetrico: si è discusso se si tratti di una metrica accentuativa ritmica di tipo latino o già siano ottonari volgari; certamente c’è una ricerca di rima e identità nell’ordine aggettivo-sostantivo-verbo. C’è anche una certa ricerca di adynata: è impossibile arare prati bianchi, innevati, e l’aratro non può essere bianco. Le interpretazioni tradizionali del se sono:
- Dativo di vantaggio (= sibi) con pareba metaplastico (con passaggio dalla prima declinazione alla seconda) da paraba, tipico del veneto; “si spingeva davanti”;
- Forma accusativa del riflessivo latino unito al verbo parere nel senso di “apparire”, ma così avremmo un uso mediale del riflessivo con mancato rispetto della Tobler-Mussafia; “si mostravano”;
- Forma di sic, “ecco”, ma di nuovo ci sarebbe un problema di Tobler-Mussafia perché sic diventa se atono.
Problema del se in prima posizione:
- Pronome atono: non viene allora rispettata la distribuzione delle particelle atone nelle lingue romanze secondo la legge Tobler-Mussafia (due studiosi che l’hanno riconosciuta, il primo svizzero che lavorava a Berlino, il secondo di Spalato che lavorava in Austria; Tobler l’ha riconosciuta per il francese antico, Mussafia per l’italiano antico), realizzazione spontanea di una distribuzione delle parole: a inizio assoluto della frase, oppure dopo congiunzioni “e”, “ma” e “o”, oppure a inizio principale dopo una subordinata (le tre condizioni decadono in ordine a partire da quest’ultima), non si trova mai un clitico, che dovrà andare in enclisi;
- Pronome tonico: Braccini, studioso di cultura latina tarda, ha pubblicato un saggio nel 2011 sul...
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Storia della lingua italiana
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