Storia contemporanea online (con Loreto): capitolo 1: le origini dell'età contemporanea
Stati-nazione e imperi in Europa
Il Risorgimento e il Regno d'Italia
Gli albori del Risorgimento: L'Italia nacque nel 1861, al culmine di un’intensa stagione, il Risorgimento, iniziato sul finire del Settecento e caratterizzato da un ampio movimento culturale e politico che aveva come obiettivo l’unificazione nazionale della penisola attraverso la costruzione di un nuovo Stato. L'artefice principale dell'unità d'Italia fu il Regno di Sardegna, guidato all'epoca dal re Vittorio Emanuele II di Savoia e da una classe dirigente liberale, il cui leader era Camillo Benso conte di Cavour.
Dopo la Rivoluzione francese, la campagna militare di Napoleone in Italia durante il cosiddetto “Triennio repubblicano” (1796-1799) (compare il tricolore italiano, repubblica cisalpina) suscitò molto entusiasmo tra i primi patrioti. L’idea che esistesse (anche) una “Nazione italiana”, già narrata da una ricca e secolare tradizione letteraria, iniziò così a diffondersi nella penisola. Durante l’età napoleonica, tuttavia, nonostante alcune efficaci innovazioni legislative, le speranze si trasformarono presto in illusioni: il percorso di unificazione, infatti, non era un processo né rapido né agevole. Ciò divenne ancora più evidente quando la Restaurazione cancellò i principi rivoluzionari della Rivoluzione francese sui diritti dei cittadini, sulla divisione dei poteri e sulla sovranità popolare.
La Restaurazione e i primi moti patriottici
Nella penisola la Restaurazione, simboleggiata dal ritorno dei Borboni nel Meridione, fu dominata dagli Austriaci che, direttamente o indirettamente, controllavano buona parte del territorio. A Roma, inoltre, continuava a resistere il potere temporale del papato. Tali equilibri, tuttavia, cominciarono a essere contrastati da alcune sette segrete, come la Carboneria, che sognavano la costituzione di un nuovo Stato-Nazione e che vennero duramente represse dalle autorità. Proprio in tali ambienti furono progettati e avviati i primi tentativi rivoluzionari.
- Il primo moto patriottico si ebbe nel 1820-21; partito dalla Spagna, esso si sviluppò presto anche in Italia, a Napoli e a Palermo, dove scoppiarono tumulti contro i Borboni (Spagna), e quindi in Piemonte, dove iniziò una guerra contro gli austriaci, i quali tuttavia s’imposero rapidamente. Il fallimento dei moti portò alle prime condanne ed esecuzioni, e all'esilio.
- Il secondo moto avvenne nel 1831 ed ebbe come epicentro soprattutto i piccoli ducati delle regioni centrali, compreso lo Stato pontificio. Anche tale moto fu facilmente represso dagli austriaci. (Ciro Menotti a Modena, giustiziato).
Il sentimento nazionale si diffonde: artisti, musicisti e scrittori
Nonostante i bruschi tracolli dei primi moti, tra gli anni Venti e Quaranta il movimento risorgimentale crebbe: sia in quantità, come numero di aderenti; sia in qualità, con il coinvolgimento di artisti, scrittori e musicisti come Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni (con i Promessi Sposi alimenta la lotta per la libertà nazionale contro gli austriaci e i Borbone, scrivendo del Seicento e del dominio spagnolo) e Giuseppe Verdi, i quali seppero alimentare il sentimento nazionale contro l’oppressione straniera.
Le correnti politiche del Risorgimento: democratici e moderati
Le correnti politiche principali furono due: i democratici e i moderati.
- I democratici furono inizialmente guidati da Giuseppe Mazzini, un patriota genovese, carbonaro, arrestato nel 1830 e poi costretto all’esilio, dove fondò la “Giovine Italia”, un’associazione (prima forma embrionale di partito politico) che propagandava apertamente un programma radicale, centrato sull’unificazione dell’Italia e sull’adozione di una forma di governo repubblicana. Il progetto mazziniano prevedeva il coinvolgimento del popolo, sollecitato a mobilitarsi attraverso continui tentativi insurrezionali. Nonostante il numero crescente di adesioni, ottenute soprattutto nelle città del Nord tra i ceti borghesi e i giovani studenti, tali tentativi, bollati come terroristici dalle autorità e per questo duramente repressi tra anni Trenta e Quaranta, non ebbero successo. Costretto nuovamente a riparare all’estero (come Giuseppe Garibaldi, inizialmente partecipe del movimento, divenuto poi l'esponente di spicco della corrente democratica risorgimentale), Mazzini non abbandonò le sue idee rivoluzionarie (ad esempio costituendo la “Giovine Europa”, impegnata per l’autodeterminazione delle comunità nazionali soggiogate dal potere arbitrario di sovrani stranieri), mentre si appassionò sempre di più ai temi e ai problemi della nascente “questione sociale”.
- I moderati, maggiormente presenti nelle file della borghesia elitaria e dell’aristocrazia illuminata, furono inizialmente guidati da Vincenzo Gioberti, un sacerdote piemontese, il cui programma mirava a realizzare anch’esso (come Mazzini) l’unificazione nazionale e il passaggio a un regime di tipo costituzionale, mantenendo tuttavia la forma monarchica. Inoltre, considerando la religione cattolica come il fattore concreto che da secoli unificava il popolo italiano, il ruolo di sovrano, a capo di un nuovo Stato di tipo federale, doveva essere affidato al Papa. Per questo motivo tale corrente prese l’appellativo di “neoguelfa”. Presto, però, prese a formarsi un ulteriore orientamento (ben rappresentato dalla figura e dall’opera di Cesare Balbo), che considerava l’Austria, potenza cattolica per eccellenza, il principale ostacolo per l’unità della nazione italiana. Così, mentre l’ipotesi neoguelfa iniziava a declinare, alla vigilia del 1848 si rafforzò la componente liberale, destinata ad assumere con la Prima guerra d’indipendenza l’egemonia del movimento risorgimentale.
La Prima guerra d'Indipendenza (1848-49)
In questo clima si arrivò alla Prima guerra d’indipendenza, scoppiata all’interno del contesto rivoluzionario europeo del 1848. Il processo insurrezionale partì ancora una volta dal Sud, per espandersi poi al resto della penisola. La guida fu presto assunta dal Piemonte, dove il nuovo re Carlo Alberto (succeduto a Carlo Felice) concesse la Costituzione, lo Statuto albertino, che riconosceva alcuni diritti fondamentali ai cittadini e affidava il potere legislativo anche al Parlamento.
I momenti più salienti si registrarono:
- A Milano, con le “cinque giornate” (18-22 marzo 1948) di rivolta contro gli Austriaci;
- A Venezia, dove si arrivò a proclamare una Repubblica indipendente dagli Austriaci;
- E nel Piemonte, inizialmente vittorioso contro l’Austria.
Dall’estate del 1848, tuttavia, gli equilibri mutarono e si consumò la nuova sconfitta militare dei Savoia, replicata poi nel marzo 1849; così, i vecchi sovrani poterono restaurare progressivamente il loro potere. Un’appendice rivoluzionaria significativa si ebbe a Roma, dove una rivolta democratica portò alla fuga del Papa Pio IX e alla proclamazione della Repubblica; questa, tuttavia, durò poche settimane, poiché l’intervento dei francesi ripristinò il potere temporale della Chiesa. Stessa sorte toccò a Venezia, costretta a capitolare di fronte all’offensiva austriaca.
Il ruolo guida del Piemonte di Cavour
La sconfitta nella Prima guerra d’indipendenza mostrò la superiorità degli eserciti stranieri e le divisioni nel campo nazionale. Ciononostante, l’esempio di molti volontari, rappresentati a livello più alto dalla figura di Giuseppe Garibaldi, mostrava che il sentimento nazionale, nonostante la repressione dura delle autorità, era tutt’altro che debole. Inoltre, il Piemonte mantenne un ruolo egemone, anche perché si trattava dell’unico Stato in grado di competere militarmente con gli eserciti stranieri. Nel Regno di Sardegna la Costituzione rimase in vigore, mentre nuove leggi (ad esempio quelle Siccardi) chiarirono i rapporti tra lo Stato e la Chiesa, a vantaggio del primo.
Nello stesso tempo Cavour, astro nascente della politica piemontese, seppe introdurre importanti novità:
- Innanzitutto, egli varò misure economiche efficaci, con una chiara impronta liberale.
- Quindi, riuscì a imporre sul piano istituzionale un modello sempre più parlamentare, nel quale il Governo doveva ricevere la fiducia da parte dell’assemblea elettiva.
- Infine, con l’invio di un piccolo contingente militare nella guerra di Crimea, Cavour avviò una politica estera spregiudicata, grazie alla quale, in breve tempo, la “questione italiana” fu inserita nell’agenda delle cancellerie europee; inoltre, con gli accordi di Plombières del 1858 (tra Camillo Benso e l’imperatore Napoleone III, stabilivano il futuro assetto italiano), il Regno di Sardegna strinse un legame con la Francia in chiave antiaustriaca.
In questo modo l’autorevolezza di Cavour finì per ridimensionare il campo democratico, dove la stella di Mazzini iniziò a declinare, soprattutto a causa dei continui fallimenti dei tentativi insurrezionali da lui ispirati, da Belfiore a Sapri.
La Seconda guerra d'Indipendenza (1859)
La Seconda guerra d’indipendenza scoppiò nella primavera del 1859. Cavour, grazie all’aiuto decisivo di Garibaldi e dei suoi volontari, fu abile nel provocare l’Austria, il cui ultimatum contro il Regno di Sardegna spinse la Francia a intervenire a suo sostegno. Questa volta la vittoria militare, grazie soprattutto alle battaglie di Solferino e San Martino, arrise ai piemontesi. Nonostante il ritiro delle truppe francesi, i successi bellici furono accompagnati da numerose sollevazioni popolari, culminate in plebisciti che sancirono l’unificazione delle regioni settentrionali (ad eccezione del Veneto, rimasto in mano austriaca). Quanto al Meridione, la svolta decisiva si ebbe nella primavera del 1860 con la spedizione dei Mille di Garibaldi, proseguita con le vittorie militari ai danni dei Borboni e con nuovi plebisciti per l’annessione.
L'unità d'Italia (1861)
All’inizio del 1861 si tennero le elezioni del primo Parlamento italiano: il 17 marzo, Vittorio Emanuele II (1861-78, seguito da Umberto I 1878-1900, Vittorio Emanuele III 1900-1946) fu proclamato re d’Italia. Una settimana dopo entrava in carica il primo Governo, presieduto da Cavour. Lo Statuto Albertino fu esteso al resto d’Italia. La capitale del nuovo Regno fu stabilita inizialmente a Torino; nel 1864, però, venne trasferita a Firenze, in attesa di risolvere il problema di Roma. Il percorso di unificazione, dunque, poteva dirsi parzialmente concluso: oltre al Veneto, infatti, mancava il territorio laziale, dove continuava a esistere lo Stato della Chiesa.
La presa di Roma e la fine del Risorgimento (fine 700-1870)
Il Risorgimento si concluse pochi anni dopo, tra il 1866 e il 1870. Nel 1866, approfittando della guerra tra Austria e Prussia, l’Italia riuscì a prendersi il Veneto. Il 20 settembre 1870, sfruttando il conflitto tra Francia e Prussia, i bersaglieri entrarono a Roma, attraverso la breccia di Porta Pia, ponendo fine al potere temporale della Chiesa. Roma divenne così la capitale del Regno d’Italia. Al di là di Trento e Trieste, terre cosiddette “irredente”, ancora in mano austriaca, l’unità d’Italia era completa. Il Risorgimento era finito.
L'unificazione tedesca e il Secondo Reich
Il processo di unificazione tedesca
Nel processo di unificazione tedesca il ruolo di Stato-guida (per l’Italia: Regno di Sardegna) toccò alla Prussia, il cui re era Guglielmo I di Hohenzollern, salito al trono nel 1861. Ma il vero protagonista politico dell’operazione fu Otto von Bismarck, un politico conservatore divenuto cancelliere (capo del governo) nel 1862. La Prussia rappresentava da tempo il fulcro di un’alleanza tra numerosi Stati tedeschi: in una prima fase si trattò semplicemente di un’unione doganale (Zollverein), solo in un secondo momento essa riuscì ad aumentare la sua influenza politica in funzione antiaustriaca. La questione dell’unificazione tedesca, dunque, si presentava con alcune analogie, ma anche con evidenti differenze, rispetto al caso italiano. Infatti, comune era la volontà di unificare tanti singoli Stati, i quali erano legati da elementi importanti quali la lingua, la cultura e le tradizioni; a differenza dell’Italia, tuttavia, nel caso tedesco mancava la dominazione da parte straniera, poiché gli austriaci, i quali presiedettero a lungo una lega di Stati tedeschi, denominata Confederazione germanica, non potevano essere considerati tali.
Due diverse visioni dell'"unità" tedesca
Nel mondo tedesco erano emerse in modo chiaro due posizioni distinte.
- La prima era favorevole all’unificazione nazionale estesa anche all’Austria, la cui presenza però rischiava di risultare particolarmente ingombrante; tale ipotesi, peraltro, avrebbe portato a inglobare anche le tante nazionalità che vivevano all’interno dell’Impero asburgico.
- La seconda posizione, invece, ambiva a realizzare l’unità tedesca facendo a meno dell’Austria; in questo modo sarebbero state escluse anche le numerose nazionalità che popolavano l’Europa centrale.
La repressione della “primavera dei popoli” (moti del ’48) accantonò per il momento la disputa. La reazione delle autorità colpì soprattutto le componenti democratiche e limitò notevolmente le possibilità degli istituti parlamentari di incidere su un sistema di potere molto accentrato ed elitario: in Prussia (e poi in Germania) tutti i ruoli di rilievo ricoperti in ambito politico e militare erano ricoperti dagli Junker (aristocrazia terriera).
La politica estera prussiana: l'offensiva contro l'Austria
Gli equilibri geopolitici iniziarono a mutare negli anni Sessanta, quando Guglielmo I e Bismarck decisero di accelerare sul terreno dell’unificazione tedesca, innescando lo scontro tra Prussia e Austria. Il governo prussiano avviò una politica estera sempre più aggressiva. Nel 1866 la situazione peggiorò: la Prussia mosse guerra all’Austria, sconfiggendola duramente nella battaglia di Sadowa. Gli Stati tedeschi del Nord si unirono alla Prussia, mentre quelli del Sud (es. Baviera, di religione cattolica) mantennero, per il momento, un profilo autonomo.
La vittoria sulla Francia e l'unificazione tedesca
Pochi anni dopo, nel 1870, la stessa sorte dell’Austria toccò alla Francia, l’altra potenza egemone nel continente europeo, duramente sconfitta nella battaglia di Sedan. Il Paese transalpino fu costretto così a cedere le due regioni di confine dell’Alsazia e della Lorena, abitate per buona parte da tedeschi. Nel gennaio 1871, poi, la Francia venne ulteriormente umiliata, con la proclamazione nella reggia di Versailles dell’Impero tedesco. Il Secondo Reich (1871-1918, il primo 962-1806), guidato dall’Imperatore (Kaiser) venne esteso anche agli Stati del Sud.
Il sistema politico del Secondo Reich
La Germania divenne così il Paese più potente del continente, secondo in Europa soltanto al Regno Unito. Essa, però, si segnalò da subito come un’anomalia tra gli Stati-Nazione, a causa di un sistema monarchico costituzionale autoritario e accentrato, per quanto mitigato dalla forma di Stato federale, che lasciava spazi di autonomia alle diverse regioni che lo componevano. Il governo tedesco, espressione dei poteri forti dell’esercito e dell’economia, doveva avere la fiducia dell’Imperatore e non del Parlamento (che pure veniva eletto a suffragio universale maschile). A livello parlamentare i liberali nazionali di Bismarck ebbero facilmente la meglio sia sullo Zentrum, il partito cattolico, sia sul Partito socialdemocratico (Spd, fondato nel 1875). Nel caso tedesco, dunque, il concetto di Nazione risultava molto distante dall’idea rivoluzionaria francese, basata su una cittadinanza universale, libera e volontaria, finalizzata allo sviluppo della democrazia; al contrario, in Germania la Nazione indicava per lo più una comunità organica, legata da vincoli di sangue e di razza, omogenea, pronta a lottare contro altre etnie. (NAZIONALISMO). Con la guerra franco-prussiana del 1870 iniziava così un lungo conflitto franco-tedesco, culturale e politico oltre che militare, destinato a pesare sui destini dell’Europa e del mondo fino alla metà del Novecento.
La politica estera del Reich
Quando l’Impero tedesco s’impose al centro della scena europea, le relazioni internazionali subirono una torsione notevole; infatti, con il drastico ridimensionamento di Austria e Francia ebbe termine il “concerto europeo” stabilito al congresso di Vienna. Per circa due decenni, Bismarck fu abile a mediare tra le diverse potenze continentali, riuscendo a tutelare gli interessi tedeschi:
- Dapprima, egli favorì la nascita nel 1873 della Lega dei tre Imperatori (tedesco, austriaco e russo).
- Quindi, con il congresso di Berlino del 1878 mediò tra russi, inglesi e austriaci per la sistemazione dei Balcani, di fronte a un Impero ottomano sempre più in crisi a causa delle rivolte indipendentiste bulgare e serbe, nonché a causa delle pressioni zariste per accrescere l’influenza russa in quella regione strategica.
- Nel 1879 Bismarck firmò la Duplice Alleanza con l’Austria, sanando così la ferita del 1866. Questa si trasformò in Triplice Alleanza nel 1882, con l’ingresso dell’Italia, entrata in rotta di collisione con la Francia per le comuni mire colonialistiche sulla Tunisia.
Il "nuovo corso" di Guglielmo II
La politica tedesca, come & ...
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