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Capitolo III

Goring (1919) e la ricerca clinica in criminologia

Goring (1919) con ricerca su un campione di detenuti e su campioni di controllo dimostrò che: “I delinquenti non possedevano, in misura superiore agli altri individui, le caratteristiche fisiche e biologiche segnalate da Lombroso”.

Le ricerche sulla personalità del criminale rappresentano il principale campo di indagine della criminologia clinica: dopo Lombroso anche altri autori hanno affermato l’importanza dei fattori bio-antropologici nello studio del criminale.

  • Studio delle cause del crimine.
  • Prevenzione e trattamento della delinquenza.

Lo studio clinico dopo Lombroso si è notevolmente evoluto. Molte ricerche hanno dimostrato una correlazione tra criminalità dei genitori e quella dei figli.

Problemi e critiche che mettono in dubbio la criminologia clinica

→ Teorie criminologiche classiche: la delinquenza come il risultato di condizioni sfavorevoli, individuali o ambientali, qualitativamente e quantitativamente accertabili anche con metodologie cliniche.

→ Teorie sociologiche: hanno superato la visione patologica e considerato la delinquenza e la devianza come “il risultato della trasmissione di particolari modelli” presenti in alcune aree, oppure come diretta conseguenza dell’organizzazione sociale, rendendo meno utilizzabile l’approccio clinico tradizionale.

→ Effetto ancora più dirompente è stato causato da alcune correnti criminologiche che hanno messo in discussione il concetto stesso di delinquenza, partendo dalla premessa che le norme e la loro applicazione non costituiscano una realtà oggettiva e neutrale ma una forma di controllo culturalmente e socialmente determinata.

Molti criminologi continuano comunque ad approfondire gli studi clinici e i programmi per la prevenzione e il trattamento.

I principali interrogativi della ricerca clinica

  • Esistono fattori biologici che possono influire su delinquenza e criminalità?
  • Esistono caratteristiche di personalità che differenziano significativamente delinquenti e non delinquenti, siano esse alla base del comportamento criminale o siano solo la conseguenza di particolari cammini psicosociali?
  • Esistono situazioni famigliari o ambientali relative ai primi anni di vita che mettono l’individuo “a rischio” di futuri comportamenti criminali?

Le indagini sulla “personalità criminale”

Le basi biologiche della “personalità criminale”

La criminologia clinica è iniziata con l’opera di Lombroso (1876) e si è posta l’obiettivo di individuare gli elementi specifici della personalità del criminale. Lombroso tentò di verificare le sue ipotesi mediante l’osservazione di innumerevoli casi clinici, la raccolta puntigliosa di reperti collegati con il mondo criminale, l’analitica descrizione di comportamenti e di situazioni particolari.

Lombroso scoprì, durante l’autopsia del brigante Vilella, una fossetta alla base del cranio che pensò fosse una spiegazione decisiva delle cause della delinquenza.

Lombroso costruì una Teoria globale del crimine di tipo bioantropologico secondo cui i delinquenti sarebbero caratterizzati da particolari anomalie somatiche o costituzionali.

Influenzato dal pensiero di Darwin, egli affermò che il delinquente “nato” presenta caratteristiche ataviche o degenerative tipiche di uno stadio evolutivo primitivo della razza umana, che renderebbe difficile l’adattamento alla società moderna.

Lombroso e i tipi criminali

  • Tipo biologico: delinquente “fin dal grembo materno”, il delinquente nato.
    • Epilettico.
    • Pazzo morale.
  • Delinquente d’occasione: comprende i mattoidi, ha tratti patologici attenuati, può evolvere in:
    • Delinquente d’abitudine.
    • Delinquente per passione: offuscamento momentaneo del senso morale.
  • Matti delinquenti: autori di reato malati di mente, sono una varietà del delinquente nato.

Lombroso in seguito considerò marginalmente un certo numero di fattori psicologici e sociali.

Aspramente criticate le indagini di Lombroso a causa di:

  • Assenza dei gruppi di controllo.
  • Errata costituzione di tali gruppi.
  • Grossolanità delle correlazioni statistiche.
  • Assenza di un esame critico delle fonti dei dati.

Robins (1966): il comportamento criminale del padre come uno dei migliori predittori del comportamento antisociale nel figlio.

Robins, West e Herjanic (1975): i bambini con entrambi i genitori delinquenti presentano il rischio più elevato di diventare delinquenti.

Loeber e Dishion (1983) e Loeber (1990): criminalità dei genitori fondamentale fattore predittivo di un futuro delinquenziale, rilevabile già all’età di 10 anni.

La maggior parte di studi su famiglie non consente distinzione tra incidenza dei fattori genetici rispetto a quella dei fattori ambientali.

→ Ambiente familiare: variabile sociale piuttosto che genetica, la riproduzione della criminalità nelle generazioni future può essere dovuta alle difficoltà dei genitori delinquenti nel predisporre un ambiente favorevole allo sviluppo dei figli (Raine, 1993).

→ Fattore ereditario: introdotte tecniche d’indagine su ricerca di anomalie cromosomiche in soggetti <<antisociali>>. Il <<cromosoma Y soprannumerario>> sembrava legato a comportamenti aggressivi, psicopatia e tendenza al delitto.

Witkin e coll. (1977) realizzarono un amplissimo studio di coorte su 31.436 uomini nati a Copenagen tra il 1944 e il 1947, sottoponendo ad analisi cromosomica 4.139 soggetti con più di 184 cm di altezza. Gli autori hanno rilevato un maggior coinvolgimento nella criminalità tra i soggetti XYY non spiegabile solo tramite il livello intellettivo inferiore.

Chi sostiene la Teoria cromosomica del delitto non è riuscito a trovare una percentuale di soggetti XYY superiore al 2-4%, l’eventuale effetto criminogeno riguarderebbe un N. limitatissimo di casi.

È stato osservato che l’eventuale maggiore percentuale di soggetti XYY tra i delinquenti, potrebbe dipendere dal fatto che chi ha tale anomalia cromosomica risulta di statura molto superiore alla media e di intelligenza inferiore alla norma.

La possibile influenza di fattori ereditari su comportamento è stata indagata anche attraverso studi sui gemelli, tramite il confronto tra gemelli monozigoti e eterozigoti.

È stato indagato se i gemelli monozigoti, stesso patrimonio genetico, hanno concordanza maggiore nel comportamento deviante rispetto a concordanza dei gemelli eterozigoti.

→ Lange (1929), psichiatra tedesco: a lui si deve il primo studio su criminalità nei gemelli. Ha affermato che l’ereditarietà era un’importante causa della criminalità.

In seguito altri ricercatori hanno confermato tale tesi.

Tali studi sono stati oggetto di radicali critiche a causa di:

  • Ridotta ampiezza del campione.
  • Errori metodologici nella selezione dei partecipanti alla ricerca.

→ Christiansen (1977): ottenne risultati interessanti da studio su 3.586 gemelli in Danimarca tra il 1881 e il 1910, egli concluse la sua analisi affermando di potere fornire utili informazioni sui rapporti tra eredità e ambiente, ma di non poter fornire prove su cause genetiche della delinquenza.

→ Daalgard e Kringlen (1976): studio su 85 coppie di gemelli norvegesi ottennero risultati analoghi a Christiansen in Danimarca. I fattori ereditari non hanno un’importanza significativa nell’eziologia della criminalità comune, anche perché i gemelli monozigoti sono cresciuti in un ambiente familiare e sociale che rinforza loro condizione di somiglianza, (Allen, 1976).

Per distinguere il ruolo dei fattori ambientali da quello dei fattori ereditari sono stati condotti studi su gemelli monozigoti cresciuti in ambienti diversi.

Altre ricerche condotte con strumenti metodologici più raffinati hanno ridotto l’importanza dei risultati ottenuti da questi primi studi.

→ Gottesman, Carey e Hanson (1983): differenza tra gemelli monozigoti e eterozigoti era significativa solo per la criminalità adulta e minore per la delinquenza giovanile.

Hanno riscontrato:

  • Maggiore rilevanza dei fattori ambientali su comportamenti devianti in età giovanile.
  • Maggiore rilevanza dei fattori genetici su criminalità in età adulta.

→ Lyons (1995): ricerca su 3.226 coppie gemelli maschi nati tra il 1939 e il 1957 che hanno svolto il servizio militare nel periodo della guerra del Vietnam, maggio 1965 – agosto 1967, ha riscontrato un’elevata concordanza in delinquenza giovanile autorilevata in coppie di gemelli monozigoti e eterozigoti, contrapposta ad una maggiore differenza in comportamento criminale tra i gemelli monozigoti e quelli eterozigoti in età adulta.

La possibile influenza dei fattori ereditari sul comportamento deviante è stata verificata anche attraverso studi su bambini adottati.

Studi sull’adozione tramite due tecniche differenti:

  • Confronto tra eventuale criminalità dei figli adottivi i cui genitori naturali sono delinquenti e quello dei figli adottivi i cui genitori naturali non lo sono.
  • Cross fostering analysis: confronto incrociato tra la criminalità dei figli adottati e quella dei loro genitori naturali ed adottivi (Blackburn 1993).

→ Hutchings e Mednick (1975) in Danimarca: campione 286 soggetti adottati, ½ delinquenti e ½ non delinquenti. Trovarono che la contemporanea presenza di un padre biologico delinquente e un padre adottivo delinquente appariva nel 36,2 % dei figli delinquenti, mentre percentuali più basse vi erano quando delinquente era il solo padre biologico (21,4 %) o il solo padre adottivo (11,5 %) o nessuno dei due (10,5 %).

Analoghi risultati sono stati ottenuti nella ricerca di Mednick, Gabrielli e Hutchings (1984). Gli autori sostennero la presenza di un fattore genetico della delinquenza, anche se in riferimento a risultati relativi solo a reati contro la proprietà e non a reati violenti.

→ Svezia Stockholm Adoption Study: studio longitudinale, 913 donne e 862 uomini, nati tra 1930 e 1950, seguiti fino a età adulta, criminalità e abuso alcolici.

→ Bohman (1995), sulla base di tali dati, ha affermato che esiste una correlazione diretta tra la criminalità non violenta del padre naturale e quella del figlio adottato, mentre la criminalità violenta dei figli adottati era correlata a quella violenta dei genitori naturali solo quando genitori naturali e figli erano alcolisti.

→ Walters (1992): meta-analisi su 38 ricerche su basi ereditarie criminalità. Ha trovato una correlazione statisticamente significativa, ma non elevata, tra i vari indici relativi all’eredità e quelli concernenti la criminalità.

Gli studi più recenti e sofisticati offrono minor supporto a tesi della ereditarietà della delinquenza.

Gli studi sulle adozioni, ritenute più attendibili in misurazione di effetto del patrimonio genetico sulla criminalità, mostrano la più bassa correlazione e limitano il ruolo dei fattori biologici a favore di quelli ambientali.

Gli studi biologici sulla criminalità

Gli studi biologici sulla criminalità, in genere incentrati su origine comportamenti violenti piuttosto che su delinquenza come fenomeno generale, hanno avuto un rinnovato impulso con il crescente successo della psichiatria biologica (Rutter, 1997), sostenuto da nuove possibilità offerte dalla biologia molecolare e dalle sofisticate tecniche di neuro-immagine.

Alcuni studi hanno riferito la presenza di anomalie all’EEG in una percentuale elevata in soggetti condannati per reati violenti e in psicopatici (Raine, 1993; Mednick e Volanka, 1980; Blackburn, 1993).

Spesso è stata rapportata l’esecuzione di un omicidio alla presenza di un precedente trauma cranico, spesso a seguito di incidenti stradali (Lewis e coll., 1988).

→ Ricerche attraverso analisi neuroimmagini: notevole interesse ha riscosso lo studio di Raine, Buchsbaum e La Casse (1997) su 47 omicidi detenuti con 41 soggetti di controllo mediante P.E.T. (Positron Emission Tomography) encefalica dove si è dimostrato che nel gruppo dei detenuti il metabolismo del glucosio nella corteccia prefrontale era diminuito, alterando diversi processi encefalici corticali e subcorticali.

Una complessa interpretazione tra substrato biologico e comportamento violento fa riferimento al circuito centrale che regola le emozioni composto da 4 regioni intercorrelate. L’anomalia di una di queste regioni, o della interconnessione, determina un fallimento nella regolazione delle emozioni ed un aumento della tendenza al comportamento impulsivo e violento (Davidson, Putnam e Larson, 2000).

Altri studi hanno esaminato l’attività del sistema nervoso autonomo. Le indagini condotte soprattutto su soggetti psicopatici hanno evidenziato una ridotta capacità degli stessi di rispondere alla stimolazione e di apprendere l’inibizione di risposte antisociali.

Le ricerche che hanno messo in relazione l’attività del S.N.A. e periferico sono giunte a risultati contraddittori e non sempre comparabili tra loro.

Numerosi autori hanno messo in relazione il disturbo da deficit dell’attenzione con iperattività (ADHD) e le disfunzioni cerebrali minime diagnosticate precocemente con il futuro comportamento deviante in età adolescenziale (Farrington, Loeber e Van Kammen, 1990; Moffit, 1990, 1994; Moffitt, Lynam e Silva, 1994).

Molti ricercatori hanno condotto indagini sul ruolo dei neurotrasmettitori ed in particolare della serotonina, nella dinamica del comportamento violento.

Un più basso livello di serotonina nel cervello è stato riscontrato in pazienti aggressivi, in pazienti alcolisti e violenti oppure in soggetti con disturbi della personalità e tendenze suicidiarie.

Per i soggetti prepuberali due ricerche hanno portato a risultati opposti, vale a dire ad una associazione positiva tra indici di attività serotoninergica centrale e aggressività (Castellanos e coll., 1994; Halperin e coll., 1994), in ragazzi caratterizzati da DDAI. Ciò potrebbe essere dovuto alla risposta del sistema serotoninergico ad avverse condizioni di allevamento (Pine e coll., 1997).

→ Moffitt e coll., (1937): ad un alto livello della serotonina nel sangue ne corrisponde uno basso a livello centrale. In soggetti maschili con comportamento violento si è riscontrato un elevato livello serotoninico nel sangue, ma tale legame era influenzato dai fattori ambientali, situazione famigliare caratterizzata da conflitti e scarsa coesione.

→ Ruolo di elevato livello di testosterone nell’uomo: prime ricerche hanno rilevato correlazione positiva tra il livello del testosterone e la criminalità violenta. Attraverso uno studio sui detenuti (Kreuz e Rose, 1972) hanno evidenziato che gli autori di reati violenti presentavano un tasso di testosterone più elevato rispetto agli autori di reati non violenti.

In seguito altri studi hanno condotto a risultati contrastanti. È illuminante lo studio longitudinale di Tremblay e coll., (1997) in cui si è dimostrato che il livello di testosterone dei soggetti aggressivi era più basso della norma a 13 anni e più alto a 16 anni. Non è chiaro quindi in che modo e a quali condizioni il livello del testosterone possa incidere sul comportamento aggressivo oppure se e in che modo il comportamento aggressivo possa incidere sul livello di testosterone.

Un’altra correlazione tra criminalità e assetto ormonale è stata ipotizzata relativamente al cambiamento durante il ciclo mestruale e in particolare in periodo premestruale.

Sintomi della <<sindrome premestruale>>: umore depresso, irritabilità, affaticabilità, tensione muscolare e cefalea.

Dalton (1961) intervistando 156 donne arrestate ha rilevato che il 46% di esse aveva commesso il reato contestato nei 4 gg precedenti il ciclo mestruale o durante lo stesso, ha ipotizzato che la sindrome premestruale possa rendere le donne più proclivi al comportamento deviante. Tale conclusione è stata successivamente smentita da altri autori che hanno invertito l’ordine causale degli eventi.

Altra indicazione su fattore biologico sotteso a comportamenti violenti deriva da recenti studi che dimostrano come l’aggressione fisica si esprima al suo massimo in età molto precoci, intorno ai due anni, e come gli adolescenti aggressivi siano sempre stati dei bambini aggressivi (Tremblay e coll., 1996) anche se non tutti i bambini aggressivi diventano adolescenti aggressivi.

In campo genetico nuove prospettive sono state aperte dalla genetica molecolare, ad es.: il punto di mutazione dell’ottavo exon del gene strutturale MAOA che causa un deficit dell’attività enzimatica del MAOA e induce un disturbo nella regolazione dell’aggressività (Brunner e coll. 1993).

Dinamica omicidio utilitaristico

1° fase Consenso mitigato: possono emergere segnali e messaggi anticipatori dell’evento, importanti per prevenzione.

2° fase Assenso formulato: comportamenti offensivi di tipo indiretto.

3° fase Periodo di crisi: il soggetto constata la necessità di passare all’atto e inizia lo Stato pericoloso, sfocia nel delitto tramite il passaggio all’atto.

Dinamica omicidio passionale

1° fase Consenso mitigato.

2° fase Assenso formulato.

3° fase Periodo di crisi.

Stato pericoloso.

Passaggio all’atto.

4° fase Processo di riduzione della vittima ad astrazione come responsabile della situazione disperata dell’autore.

5° fase Processo suicidio, significa disimpegno, rottura, ritiro, disinteresse delle conseguenze, solo nei casi gravi si arriva al suicidio reale.

Per compiere l’omicidio passionale il soggetto deve diventare indifferente al proprio avvenire, alla propria sorte e spesso commette l’atto senza più interessarsi di quanto avverrà, senza prendere precauzioni. Spesso a scatenare l’autore bastano un insulto in più, una parola di troppo, un’allusione che ferisce.

In conclusione

Il rinnovato interesse per la ricerca dei rapporti fra i fattori biologici e il comportamento criminale non ha in realtà prodotto un importante contributo allo studio delle cause dell

Nel campo della criminogenesi De Greeff sviluppò il concetto di <<personalità criminale>>.

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Scienze politiche e sociali SPS/12 Sociologia giuridica, della devianza e mutamento sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher BalboFonseca di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della devianza e analisi dei corsi di vita e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Piemonte Orientale Amedeo Avogadro - Unipmn o del prof Scarscelli Daniele.
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