Cap. 1 fenomeni subatomici
Una delle principali implicazioni della teoria di Einstein fu che massa ed energia si equivalgono, lo stesso corpo umano è in realtà un concentrato di energia.
Ogni relazione ha una sua unicità, poiché è alimentata da una serie infinita di elementi che, interagendo tra loro, la rendono diversa da tutte le altre; ma per poter immaginare quella relazione, per parlare di essa, per “rappresentarla ai nostri occhi”, dobbiamo in qualche modo classificarla, definirla.
Ed è qui il nodo cruciale di Simmel: la vita è un fluire incessante, che si cristallizza in forme, le quali hanno una durata relativa, il fluire stesso della vita preme per travalicarle e spazzarle via.
La società secondo Simmel non esiste se non nelle vicendevoli interazioni tra gli esseri umani.
[brano della Litizzetto sul matrimonio]
Sociologia delle forme e rituali
Un sociologo di scuola funzionalista – la corrente teorica che spiega i fenomeni in base al contributo positivo che danno al funzionamento della società – affermerebbe che il rito matrimoniale serve per dire chiaramente alla società “cosa siamo”.
Oggetto della sociologia è quindi lo studio delle forme via via assunte da queste relazioni reciproche tra le persone.
Il secondo termine fa riferimento al processo di sociazione attraverso il quale una determinata forma di azioni reciproche si consolida nel tempo.
Un esponente della teoria del conflitto, più interessato alle dimensioni della disuguaglianza e del potere, direbbe probabilmente che la società ci fornisce la forma entro cui “ingabbiare” la relazione e prescrive il tipo di azione rituale da compiere per dare ad essa quella determinata forma.
In tale concezione della realtà, le forme di reciprocità fra individui che danno vita ai gruppi e alle società, sono azioni rituali, le quali esprimono la realtà sociale e al tempo stesso tendono a cristallizzarla in rappresentazioni simboliche.
Tali rappresentazioni simboliche rappresentano la cultura del popolo, delle istituzioni e delle società. L’identità collettiva o individuale è dunque anch’essa una forma che viene continuamente riprodotta nell’azione rituale.
L’identità deve dunque fare i conti con due ordini di problemi, uno di tipo sincronico, e uno diacronico.
Sincronico → gestire la tensione tra separazione e aggregazione.
Diacronico → tensione tra persistenza e mutamento.
La coesione interna e la continuità delle forme sociali di vita – siano esse individuali o collettive – vengono mantenute attraverso azioni di tipo rituale, che permettono di conservare o mutare la struttura interna e i confini del “sé” e del “noi”.
Simmel: Wechselwirkung e Vergesellschaftung
Simmel: la sua sociologia delle forme può essere illustrata a partire da due concetti, Wechselwirkung e Vergesellschaftung.
Il primo termine significa “effetto di reciprocità” e indica che tutti gli elementi che compongono la realtà sono in costante relazione gli uni con gli altri, e si influenzano perciò vicendevolmente.
Una prima conseguenza di tale posizione è la riluttanza a individuare rapporti di causa-effetto di tipo lineare, in quanto le correlazioni tra gli elementi sono di tipo reciproco e quindi circolare.
Una seconda conseguenza consiste nel mettere in dubbio la stessa esistenza di elementi e nel considerare il mondo come costituito non da enti, cose, persone ma da movimenti e relazioni.
In quegli stessi anni: Einstein – teoria della relatività ristretta: dimostrava come l’unificazione di spazio e tempo siano strettamente connesse con l’aspetto dinamico dei fenomeni subatomici.
Durkheim e le forme elementari della vita religiosa
Durkheim, le forme elementari della vita religiosa: 1912 – il rituale consiste innanzitutto nel raduno, nel raggruppamento (in un medesimo luogo) di più persone.
L’eccitazione causata da questa presenza reciproca fornisce una potenziale carica emozionale, che si rafforza progressivamente se le persone riunite cominciano ad agire in maniera coordinata e sincronizzata.
Secondo Durkheim, i riti creano l’effervescenza collettiva che ravviva il legame tra gli individui riuniti, caricandolo di energia.
La sensazione di essere a contatto con qualcosa di “sacro” che essi stessi contribuiscono a creare.
Collins ci fa notare che chi si trova al centro del rituale diventa “polo” di questa “batteria sociale”.
L’armonizzazione dei gesti, ossia la loro progressiva sincronizzazione ritmica, trasforma i sentimenti individuali in sentimenti collettivi e fa sì che i membri del gruppo riuniti si sentano parte di una comunità morale.
L’effervescenza collettiva alimentata dall’azione rituale “scalda” i partecipanti, ne rende meno strutturate e più “plasmabili” le identità personali, e le “fonde” insieme a formare un’identità collettiva.
L’energia e la forza del gruppo riuniti ricarica i partecipanti e ne rinnova la fiducia, generando in loro un senso più intenso delle proprie capacità e il sentimento di essere virtuosi. (Collins)
L’analisi di Durkheim pone un forte accento sull’estrema differenza che separa l’esperienza rituale, in cui i partecipanti si percepiscono come “fusi insieme” in un’unica collettività, da quella della routine quotidiana, in cui ciascuno si percepisce come individuo a sé stante.
Elementi del rituale secondo Collins
Seguendo Collins possiamo dunque delineare un modello analitico che ci permette di riconoscere un rituale quando riscontriamo la presenza dei seguenti elementi:
- La riunione fisica di un gruppo di persone;
- La loro condivisione del medesimo focus di attenzione e la reciproca consapevolezza di ciò;
- Una tonalità emozionale comune;
- Oggetti sacri: simboli che rappresentano l’appartenenza al gruppo;
- Aumento della fiducia e dell’energia emozionale degli individui che partecipano al rituale;
- Giusta rabbia e punizione nei confronti di chi non rispetta gli oggetti sacri.
Secondo Durkheim, attraverso i rituali gli uomini dividono il mondo in due sfere distinte: il sacro e il profano.
Gli oggetti sacri verso i quali occorre portare rispetto sono diversi da religione a religione, tali oggetti non sono sacri di per sé: a renderli sacri è il modo in cui il gruppo si comporta nei loro confronti.
Gli oggetti che vengono venerati nel rito non sono sacri di per sé, ma lo diventano in seguito al tipo di atteggiamento che i partecipanti al rito adottano nei loro confronti.
Gli individui riuniti, compiendo determinate azioni, dimostrano rispetto e venerazione verso tali oggetti rendendoli sacri.
Il comune focus di attenzione non deve essere inteso come qualcosa che sta al di fuori rispetto al raggruppamento delle persone che partecipano al rito: il focus è costituito dall’attenzione che i partecipanti pongono nel coordinare e sincronizzare reciprocamente i gesti previsti del repertorio d’azione del rituale.
Tramite queste azioni il gruppo si unisce e rafforza la propria coesione, gli oggetti diventano simboli del gruppo riunito, e da questo deriva il loro carattere di sacralità.
Attraverso i propri simboli i partecipanti al rituale venerano se stessi in quanto gruppo, collettività.
Per Durkheim il sacro è nel legame sociale, in ciò che unisce gli individui e permette la coesione del gruppo.
La concezione durkheimiana del sacro è dunque basata sulla separazione netta tra ciò che è “noi” (sacro) e ciò che è “non noi” (profano).
Da un lato, il sacro è qualcosa che ci trascende, che è più grande di noi e degno di rispetto. Dall’altro, il sacro è anche dentro di noi.
Può essere applicato ai rituali interpersonali con Eving Goffman.
Collins fa notare che è esattamente il rapporto che come individui abbiamo con la società: dipendiamo da essa ma essa ha bisogno della nostra adesione.
Completato la sua trasformazione e ottenere così il nuovo status.
Riti di passaggio
Arnold Van Gennep: 1909 – i riti di passaggio.
Le intuizioni di Van Gennep e le successive elaborazioni di Turner ci permettono di approfondire ulteriormente la comprensione del modo in cui operano i rituali.
Van Gennep concentra la sua attenzione sul modo in cui i rituali ci permettono di rapportarci al mutamento.
A volte il fluire della vita si manifesta assumendo delle forme, le quali però dopo un certo tempo mutano e diventano “qualcosa di diverso” rispetto a prima.
Altre volte la realtà si manifesta come un divenire caotico e informe, e allora siamo noi che abbiamo bisogno di creare le forme che ci permettono di “catturare” questo flusso e di dotarlo di significato.
Sia nel primo caso che nel secondo, può trattarsi di un cambiamento rapido che rende inadeguata la vecchia forma e ne rende necessaria una nuova; oppure di un cambiamento lento e progressivo che “lavora dentro” le forme, e che ad un certo punto emerge in superficie rivelando l’inadeguatezza della vecchia forma e la necessità di sostituirla con una nuova.
Si arriva al punto in cui il fluire della vita travalica le forme, e rende necessario passare ad altra forma.
Noi percepiamo il cambiamento come una serie di passaggi da una forma all’altra, cioè da uno stato di relativa stabilità ad un altro.
Ogni cambiamento di forme viene socialmente gestito attraverso i riti di passaggio.
Van Gennep-due tipologie di riti: quelli che segnano il corso di vita dei singoli individui nel passaggio da uno status ad un altro e quelli con cui l’intera collettività celebra i passaggi attraverso le diverse fasi del ciclo naturale o attribuisce senso ad eventi che determinano cambiamenti rilevanti.
Riti di crisi del corso della vita
L’individuo viene privato del suo status precedente e attraverso cerimonie di temporanea degradazione, deve superare una serie di prova per dimostrare di aver completato la sua trasformazione e ottenere così il nuovo status.
Riti stagionali/periodici
Vengono eseguiti in momenti ben precisi del ciclo annuale oppure consistono in riti di passaggio tra stati collettivi: guerre, carestie, ecc.
Secondo Gennep, ogni rito è composto da 3 fasi:
- Fase pre-liminare: di rottura;
- Fare liminale: di sospensione;
- Fase post-liminare: di ri-aggregazione.
Nella fase pre-liminare avviene la rottura rispetto alla forma con cui si viveva precedentemente, avviene la separazione dal passato, con il “sé” che si è stati fino a quel momento.
Nella fase liminale gli individui iniziano la trasformazione, rimanendo sospesi per un certo periodo tra ciò che erano prima e ciò che saranno dopo.
La fase post-liminare consente di celebrare la trasformazione, di sancirne attraverso l’azione del rituale il definitivo compimento.
La struttura interna e i confini delle identità individuali, diventate fluide e indefinite nella fase liminale, si sono ora riaggregate in forma nuova.
Anche la fase post-liminare viene realizzata attraverso i rituali.
La forma che le energie avevano assunto fino alla fase pre-liminare viene disintegrata e gli elementi che costituiscono la persona, la maschera, la forma vengono riportati allo stato primigenio in modo che possano essere riplasmati.
Le persone che si trovano in una fase liminale hanno una condizione ambigua e mettono in discussione le categorie su cui si basa l’ordine sociale, esse vengono spesso confinate in un limbo temporaneo, in attesa che si decidano ad assumere una forma definita.
Come ha mostrato Goffman nel suo lavoro sulle istituzioni totali, la società crea delle strutture apposite in cui confinare i devianti.
Essi stanno compiendo una trasformazione, il passaggio da un passato di devianza ad un futuro di individui in grado di rispettare le regole della vita sociale.
I reclusi vengono spersonalizzati togliendo loro i segni e gli strumenti necessari a mostrare un’identità distinta e unica.
Quella liminale è una fase in cui si è pericolosi, perché si è in una condizione che fa riemergere quel caos primigenio, quello dello stato di natura dal quale la società si era differenziata sottoponendo gli individui alla socializzazione.
Il caso fa capolino rimettendo in discussione l’ordine sociale.
I riti di passaggio non sono scomparsi nelle nostre società moderne, il modo in cui oggi diamo forma al mutamento è diverso rispetto al passato.
La situazione di margine, di sospensione, di indefinitezza è divenuta una condizione esistenziale che caratterizza lunghi periodi delle biografie personali e collettive.
Nei riti di passaggio stagionali a passare da uno stato all’altro non è un singolo individui ma l’intera collettività.
Anche oggi abbiamo rituali collettivi che segnano passaggi con frequenza annuale (capodanno) e altri che invece riguardano passaggi con periodicità diverse (elezioni politiche).
Conservazione o mutamento: rituali e complessità sociale
Nella prospettiva durkheimiana il rito consiste nel passare dalla prevalenza della forma individuale a quella della forma collettiva, per poi tornare alla prevalenza della forma individuale.
Attraverso l’effervescenza collettiva dell’azione rituale gli individui compiono un vero e proprio salto dal mondo del profano a quello del sacro.
Ad essere percepito come sacro non è solo il prodotto finale del rituale ma il processo attraverso cui le energie individuali si de-strutturano e si fondono assieme.
Secondo Van Gennep, tra il mondo sacro e il mondo profano c’è una incompatibilità tale che il passaggio dall’uno all’altro non può avvenire senza uno stadio intermedio.
L’obbligatorietà dei riti studiati da Durkheim riguarda due aspetti:
- 1. Obbligo a partecipare;
- 2. Obbligo a rispettare la liturgia.
La dimensione collettiva sembra diventare predominante rispetto a quella individuale.
I rituali non lasciano spazio all’innovazione e al cambiamento ma obbligherebbero i partecipanti a riprodurre lo status quo.
Questi riti erano fortemente coercitivi, nel senso che, si era obbligati a parteciparvi ma anche che nel partecipare si era obbligati ad assumere comportamenti e atteggiamenti adeguati.
In seguito al processo di differenziazione sociale ciascun individuo si trova ad appartenere contemporaneamente a più gruppi e a più cerchie sociali, lo sviluppo dei trasporti e delle comunicazioni di massa ha enormemente accelerato tale evoluzione.
Simmel ha evidenziato che un importante effetto è che il grado e l’intensità con cui ci lasciamo coinvolgere in ciascun gruppo e cerchia sociale sono diventati più sfumati.
Uno dei modi con cui reagiamo alla pluralità di stimoli provenienti dalla crescente complessità sociale è quello di sviluppare un atteggiamento di tipo blasé, volto a limitare l’intensità con cui ci lasciamo coinvolgere emotivamente nell’interazione con il mondo.
Questi aspetti diminuiscono il grado di coercitività dei rituali odierni, per quanto riguarda l’obbligato di parteciparvi, oggi pochi rituali sono obbligatori nel senso che tutti sentono il dovere di partecipare.
La seconda questione riguarda il fatto che dalla differenziazione nascono anche le gerarchie interne ai gruppi, ciò rende rilevanti le dimensioni del potere e della stratificazione.
Nell’opera di Van Gennep, quando osserva i riti di iniziazione, egli studia le pratiche collettive con cui un gruppo celebra il passaggio di un membro ad un nuovo status, ad una nuova identità sociale.
Questa teoria sarà poi ripresa da Bourdieu per evidenziare come i riti istitutivi creino le disuguaglianze sociali e ne sanciscano la legittimità, delegando ad uno o pochi individui il capitale simbolico del gruppo e l’autorità che ne deriva.
Molti riti sono espressione di rappresentazioni e interessi dominanti, si tratta di rituali che non servono ad unire la comunità ma a rafforzare i gruppi dominanti.
Altre volte invece si realizzano rituali la cui effervescenza collettiva rafforza gruppi sociali subordinati impegnati a sfidare l’ordine sociale esistente al fine di modificarlo.
Terza considerazione: ogni rituale riguarda un gruppo che è sempre parte di una collettività più ampia, composta anche da altri individui, i quali non partecipando a quello specifico rituale possono diventarne spettatori.
Potremmo perciò dividere i rituali in due gruppi:
- 1. Riti che non alterano la struttura sociale, ma hanno l’effetto di rigenerarla e confermarla;
- 2. Riti che determinano un vero e proprio cambiamento della struttura interna, che può andare dal semplice mutamento alla trasformazione radicale.
Donare
Lo scambio dei doni è un importante esempio di interazione rituale.
Ogni volta che gli individui si scambiano dei doni essi confermano reciprocamente il proprio coinvolgimento nel rapporto e rigenerano – rafforzano il legame che li unisce.
L’altra faccia, relativa quindi alla costrizione, alla dipendenza e al potere, è prevalente nel potlatch, un rituale tipico di alcune tribù di nativi nordamericani.
Si tratta di una serie di scambi competitivi di doni in cui ciascun rivale cerca di dimostrare la propria superiorità umiliando l’altro attraverso doni via via più grandi, fino a quando uno dei contendenti non è più in grado di contraccambiare.
Il dono stabilisce una gerarchia e dà forma alla struttura sociale.
L’integrazione sociale si basa sull’accettazione delle “regole del gioco".
Anche oggi questa struttura è rimasta inalterata: ci sono occasioni in cui sentiamo che non possiamo non fare un regalo a determinate persone.
Strutture, gerarchie, potere
L’integrazione avviene anche in presenza di stratificazione, tensione, conflitto.
La struttura di una società prende forma dal modo in cui il potere è distribuito tra gli individui e i gruppi che la compongono, ossia è espressione delle diverse posizioni che essi occupano nella gerarchia sociale.
La nascita dello stato moderno determinò un cambiamento radicale nelle modalità con cui si real
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.