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Nozioni introduttive

La produzione aggregata

Alla fine della Seconda guerra mondiale molti Paesi europei iniziarono a sviluppare un sistema di contabilità nazionale. La misura della produzione aggregata nella contabilità nazionale è chiamata prodotto interno lordo (Pil). Il Pil è il valore monetario dei beni finali prodotti sul territorio nazionale in un dato periodo di tempo. Nel calcolo non si considerano i beni intermedi. Un bene intermedio è un bene utilizzato nella produzione di un altro bene.

Il Pil può essere definito anche come la somma del valore aggiunto nell’economia in un dato periodo. Il valore aggiunto di un’impresa nel processo produttivo è definito come il valore della sua produzione meno il valore dei beni intermedi utilizzati nella produzione stessa. Questa definizione ci suggerisce un secondo modo di pensare il Pil. Messe insieme le due definizioni implicano che il valore dei beni e servizi finali – la prima definizione di Pil – può essere concepito anche come la somma del valore aggiunto da tutte le imprese lungo la catena produttiva di quei beni finali – la seconda definizione di Pil.

Il Pil può essere osservato:

  • Dal lato della produzione, il Pil è uguale al valore dei beni finali e servizi prodotti nell’economia in un dato periodo di tempo.
  • Sempre dal lato della produzione, il Pil è la somma del valore aggiunto nell’economia in un dato periodo di tempo.
  • Dal lato del reddito, il Pil è la somma dei redditi nell’economia in un dato periodo di tempo.

Pil nominale e Pil reale

Il Pil nominale è la somma delle quantità di beni e servizi finali valutati al loro prezzo corrente. Questa definizione suggerisce che il Pil nominale cresce nel tempo per due ragioni:

  • Primo, perché la produzione di beni e servizi aumenta;
  • Secondo, perché il costo di beni e servizi aumenta.

Per misurare la produzione e le sue variazioni nel tempo, dobbiamo eliminare l’effetto dell’aumento dei prezzi dalla nostra misura del Pil. A questo scopo si costruisce il Pil reale come la somma delle quantità di beni finali valutati a prezzi costanti (invece che correnti). Il Pil reale deve essere quindi definito come una media ponderata della produzione di tutti i beni finali. La misura del Pil reale nel sistema di contabilità europeo usa pesi che riflettono i prezzi relativi e che cambiano nel tempo. Tale misura è chiamata Pil reale con indice a catena.

Il Pil reale misura la dimensione economica di un Paese. Il Pil reale pro capite si ottiene dividendo il Pil reale per la popolazione del Paese. Esso misura il tenore di vita medio del Paese. Per valutare l’andamento di un’economia da un anno all’altro, gli economisti considerano il tasso di crescita del Pil reale, chiamato semplicemente crescita del Pil. I periodi di crescita positiva del Pil sono chiamati espansioni, i periodi di crescita negativa del Pil sono chiamati recessioni.

Calcolo del Pil

Ci sono tre metodi per il calcolo del Pil nominale:

  1. Valore monetario;
  2. Valore aggiunto: invece di focalizzarsi sull’output finale ci si focalizza sui passaggi intermedi. Se si sommano tutti gli input, infatti, non si avrà mai il valore dell’output in quanto c’è la creazione di valore aggiunto;
  3. Valore dei redditi: la restante parte del reddito prodotto (cioè quella dalla quale viene detratto il reddito dei lavoratori) costituisce il reddito del capitale immobilizzato nell’impresa.

Il tasso di disoccupazione

In quanto misura della produzione aggregata, il Pil è chiaramente la variabile economica più importante. Dobbiamo tener conto però anche di altre variabili: la disoccupazione e l’inflazione. L’occupazione è data dal numero di persone che hanno un lavoro. La disoccupazione è costituita dal numero di persone che non hanno un lavoro, ma lo stanno cercando. Le forze di lavoro sono la somma delle persone occupate e quelle disoccupate: forze di lavoro = occupati + disoccupati. Il tasso di disoccupazione è definito come il rapporto tra il numero dei disoccupati e le forze di lavoro: tasso di disoccupazione = disoccupati / forze di lavoro. Quando la disoccupazione è alta, alcune persone senza un lavoro smettono di cercarlo e non sono più considerate disoccupate. Queste persone prendono il nome di lavoratori scoraggiati.

Il tasso di inflazione

L’inflazione rappresenta un aumento sostenuto del livello dei prezzi. Il tasso di inflazione è il tasso a cui il livello dei prezzi aumenta nel tempo. In modo simmetrico, la deflazione è una riduzione del livello dei prezzi; corrisponde a un tasso di inflazione negativo. Si considerano due indicatori o indici dei prezzi: il deflatore del Pil e l’indice dei prezzi al consumo.

Deflatore del Pil

Un aumento del Pil nominale può derivare da un aumento del Pil reale o da un aumento dei prezzi. Se il Pil nominale aumenta più velocemente del Pil reale, la differenza deve provenire necessariamente da un aumento dei prezzi. Il deflatore del Pil è definito come il rapporto tra il Pil nominale e il Pil reale nell’anno t. Il deflatore del Pil è un numero indice.

Il Pil nominale è uguale al Pil reale moltiplicato per il deflatore del Pil. Oppure, in termini di tassi di variazione: il tasso di crescita del Pil nominale è uguale al tasso di inflazione più il tasso di crescita del Pil reale. Il deflatore del Pil contiene un’informazione in merito al prezzo medio della produzione, cioè dei beni finali prodotti nell’economia. Tuttavia, i consumatori sono interessati al prezzo medio dei beni che consumano. Per misurare il prezzo medio del consumo, o il cosiddetto costo della vita, si individua un altro indice: l’indice dei prezzi al consumo (Ipc).

I problemi dell’inflazione

Se un’elevata inflazione significasse semplicemente un incremento proporzionale di tutti i prezzi e salari – un fenomeno noto come inflazione pura – essa non sarebbe altro che un piccolo inconveniente per i consumatori, dal momento che i prezzi relativi non ne sarebbero affatto influenzati. Durante le fasi inflattive, non tutti i prezzi e i salari aumentano proporzionalmente. L’inflazione influenza, pertanto, la distribuzione del reddito. Le variazioni dei prezzi relativi generano un clima di incertezza, rendendo più difficile per le imprese prendere decisioni sul futuro, come quelle sugli investimenti produttivi. Molti economisti credono che il miglior tasso di inflazione sia basso e stabile tra l’1% e il 3%.

Il breve periodo

Breve periodo (12-18 mesi)

Mercato dei beni: prodotto aggregato Y. Politica fiscale messa in campo dal governo ha la possibilità di intervenire alternativamente o congiuntamente sulla spesa pubblica (G) o sulla tassazione (T).

Mercati finanziari: tasso di interesse nominale i. Politica monetaria attuata da una Banca Centrale per manovrare o l’offerta di moneta (M) o indirettamente il tasso di interesse nominale.

Obiettivi strumenti di politica economica:

  • Favorire la crescita del Pil intervento su T;
  • Stabilità dei prezzi contenere il tasso di inflazione;
  • Risanamento (aggiustamento dei conti pubblici) AVANZO DEL BILANCIO: ENTRATE > SPESE (segnala che i consumatori avrebbero potuto investire quel denaro diversamente);
  • Pareggio: il Governo è più ininfluente;
  • Disavanzo: la somma dei disavanzi prende il nome di debito pubblico;
  • Bilancia commerciale: uno dei conti dello Stato in cui vengono conteggiate importazione ed esportazioni AVANZO: ESPORTAZIONI > IMPORTAZIONI DISAVANZO: IMPORTAZIONI > ESPORTAZIONI (indebitamento dello Stato con l’estero).

Modello IS-LM per valutare la determinazione congiunta di produzione e tassi di interesse. In questo modo si valuta l’efficacia delle politiche economiche. Il breve periodo è considerato come gli interventi di politica economica dal lato della domanda. Nel breve periodo da un punto di vista economico si ha:

REDDITO = PRODUZIONE

Il medio periodo (10 anni)

  • Mercato del lavoro:
  • Livello dei prezzi (P)
  • Tasso di disoccupazione (n)
  • Salario reale (W/P)
  • Modello AD-AS (Y,P)

È considerato come la politica economica del lato dell’offerta.

Lungo periodo

  • Modello di crescita economica

Il mercato dei beni

La composizione del Pil

Per capire che cosa determina la domanda dei beni, ha senso scomporre la produzione aggregata dal punto di vista dei vari beni prodotti e dal punto di vista dei gruppi di acquirenti di tali beni.

  • La prima componente del Pil è il consumo (C). Si tratta di beni acquistati dai consumatori. Il consumo è di gran lunga la componente più importante del Pil.
  • La seconda componente è l’investimento (I). L’investimento è la somma dell’investimento non residenziale e dell’investimento residenziale.
  • La terza componente del Pil è la spesa pubblica in beni e servizi (G).
  • La somma delle prime tre voci rappresenta la spesa in beni e servizi da parte dei residenti. Per ottenere la spesa nazionale bisogna innanzitutto escludere le importazioni (IM). Questo perché il consumo dei beni stranieri viene conteggiato all’interno di C e G, ma non occorre alla formazione della produzione nazionale. Bisogna includere le esportazioni (X), cioè gli acquisti di beni e servizi nazionali da parte del resto del mondo. La differenza tra esportazioni e importazioni (X-IM), è chiamata esportazioni nette (NX) o saldo commerciale.

La domanda di beni

Indichiamo la domanda di beni con Z. = C + I + G + X - IM. Questa equazione è un’identità. Per capire quali siano i fattori determinanti, assumeremo una serie di semplificazioni.

  • Tutte le imprese producono uno stesso bene. Così facendo analizzeremo un solo mercato.
  • Le imprese sono disposte a fornire una qualsiasi quantità di un bene a un determinato prezzo, P. questa ipotesi permette di concentrarsi esclusivamente sul ruolo della domanda nella determinazione della produzione aggregata.
  • L’economia è chiusa: sia le esportazioni che le importazioni sono nulle. In questo modo avremo che la funzione di domanda è: Z = C + I + G.

Consumo (C)

Le decisioni di consumo dipendono da molti fattori, primo fra tutti il reddito disponibile (YD) – ossia ciò che rimane del reddito percepito dopo aver pagato le imposte. Quando il reddito disponibile aumenta, le persone comprano di più; quando il reddito disponibile diminuisce, esse riducono i loro consumi. C = C(YD). Si afferma così che il consumo C è una funzione del reddito disponibile YD. Tale funzione è chiamata funzione del consumo. Quando il reddito disponibile aumenta anche il consumo aumenta. Questa è un’equazione di comportamento.

La relazione tra consumo e reddito disponibile è: C = c0 + c1YD. La funzione lineare del consumo è caratterizzata da due parametri:

  • Il parametro c1 è chiamato propensione marginale al consumo. Esso esprime l’effetto sul consumo di un euro aggiuntivo di reddito disponibile. Se c1 è 0,6, un euro di più di reddito disponibile aumenta il consumo di 60 centesimi. 0 < c1 < 1: è un numero positivo, in quanto un aumento del reddito disponibile fa aumentare il consumo; è minore di 1 perché è probabile che gli individui vogliano consumare solo una parte del loro incremento di reddito e risparmiare il resto, ci consente di osservare degli incrementi di domanda, reddito e produzione via via più piccoli, fino ad essere trascurabili.
  • Il parametro c0 rappresenta il consumo considerato in corrispondenza di un reddito disponibile nullo. Un’altra restrizione naturale è che se il reddito disponibile corrente fosse pari a zero, il consumo sarebbe comunque positivo. Ciò implica che c0 sia anch’esso positivo.
  • Il parametro c0 ha un’ulteriore interpretazione. Cambiamenti in c0 riflettono cambiamenti nelle preferenze di consumo per un dato livello di reddito disponibile. Un aumento in c0 riflette un desiderio di consumare maggiormente dato un certo reddito, mentre una diminuzione in c0 riflette un desiderio di consumare di meno.

Poiché c1 è minore di 1, essa è più piatta di 45°. Il reddito disponibile è dato da: YD = Y - T. Quindi: C = c0 + c1(Y - T). L’equazione ci dice che il consumo C è una funzione del reddito Y al netto di T. Un reddito più alto fa aumentare il consumo, ma non in maniera unitaria. Imposte più elevate fanno diminuire il consumo, ma anche in questo caso, non in maniera unitaria.

Investimento (I)

L’investimento è una variabile esogena. Nel nostro caso l’investimento sarà preso per dato: I = I̅.

Spesa pubblica (G)

Insieme alle imposte T, G descrive la politica fiscale del governo – cioè le scelte relative alle entrate e alle uscite del settore pubblico. G e T sono variabili esogene.

La determinazione della produzione di equilibrio

Assumendo che esportazioni e importazioni siano entrambe nulle, la domanda di beni è: Z = C + I + G. Sostituendo C e I con le loro espressioni, si ha: Z = c0 + c1(Y - T) + I̅ + G. La domanda di beni Z dipende dal reddito Y e dalle imposte T, dall’investimento I e dalla spesa pubblica G. L’equilibrio nel mercato dei beni richiede che la produzione sia uguale alla domanda: Y = Z. Sostituendo: Y = c0 + c1(Y - T) + I̅ + G. In equilibrio, la produzione Y è uguale alla domanda. A sua volta la domanda dipende dal reddito Y, che è uguale alla produzione.

Risolvere l’equilibrio

Riprendendo: Y = c0 + c1(Y - T) + I̅ + G. Spostando c1Y sul lato sinistro e riordinando i termini del lato destro otteniamo: Y(1 - c1) = c0 + I̅ + G - c1T. Dividiamo entrambi i lati per (1-c1): Y = (c0 + I̅ + G - c1T) / (1 - c1). L’equazione descrive la produzione di equilibrio, ossia il livello di produzione che eguaglia la domanda.

  • Il termine (c0 + I̅ + G - c1T) rappresenta la componente della domanda di beni che non dipende dal livello della produzione. Per questo è chiamata spesa autonoma. c0 e I sono positivi. E G-c1T? supponiamo che un governo abbia un bilancio in pareggio, cioè che le imposte siano uguali alla spesa pubblica. Se T=G e se la propensione marginale al consumo è minore di 1, allora G-c1T è positivo e quindi lo è anche la domanda autonoma. Solo se il governo presentasse un grosso avanzo di bilancio la spesa autonoma sarebbe negativa.
  • Consideriamo ora il primo fattore 1/(1-c1). Poiché la propensione marginale al consumo è compresa tra 0 e 1, allora 1/(1-c1) è un numero maggiore di 1. Questo numero, che moltiplica l’effetto della spesa autonoma, è chiamato moltiplicatore. Quanto più c1 si avvicina a 1, tanto maggiore sarà il moltiplicatore.

Qual è il significato del moltiplicatore? Supponiamo che al livello iniziale i consumatori decidano di consumare di più. Più precisamente, assumiamo che c0 aumenti di 1 mld. L’equazione ci dice che la produzione aumenterà in misura superiore a 1 mld per effetto del moltiplicatore.

Ma da cosa deriva l’effetto del moltiplicatore? Un incremento di c0 fa aumentare la domanda, che a sua volta fa aumentare la produzione. L’aumento della produzione genera un incremento del reddito dello stesso ammontare. La crescita del reddito, a sua volta, fa aumentare ulteriormente il consumo che a sua volta genera un aumento della domanda e così via.

Graficamente: riprendendo la funzione: Z = c0 + c1(Y - T) + I̅ + G. La domanda dipende dalla spesa autonoma e dal reddito, attraverso il suo effetto sul consumo. La relazione tra domanda e reddito è rappresentata dalla linea ZZ. L’intercetta sull’asse verticale è pari alla spesa autonoma. La pendenza della retta è data dalla propensione al consumo c1. Sotto l’ipotesi che c1 sia positivo e minore di 1, la retta è inclinata positivamente, ma con pendenza minore di 1.

  • In equilibrio, la produzione è uguale alla domanda. Pertanto, la produzione in equilibrio si trova nel punto di intersezione della retta a 45° con la curva di domanda nel punto A. alla sinistra di A, la domanda eccede la produzione; alla destra di A la produzione eccede la domanda.

Supponiamo che l’economia si trovi inizialmente in equilibrio, rappresentato dal punto A nel grafico con una produzione pari a Y. Supponiamo ora che c0 aumenti di 1 mld di euro. Se c0 è più alto di 1 mld di euro, la domanda è più alta di 1 mld di euro. La curva di domanda ZZ trasla verso l’alto in misura pari a 1 mld. La produzione di equilibrio aumenta da Y a Y’. È chiaro che l’incremento di produzione è maggiore dell’aumento iniziale di 1 mld.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher carlottalicci9 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Macroeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università del Salento o del prof Grassi Emanuele.
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