Lezione “P” del 08/04/2005 – Lipari
Abbiamo introdotto la prima, triplice, classificazione di questi contenuti sintattici, che era di:
- Sintattica preliminare: lo dice lo stesso termine, viene un po’ prima perché ci dà gli strumenti elementari per potere affrontare e mettere assieme le nostre proposizioni, o comunque i segni che vengono proposti dalla semantica.
- Sintattica centrale: viene dopo “cronologicamente”, però è al centro perché affronta le questioni centrali della nostra disciplina, che sono la significazione, la rappresentazione e la comunicazione dei segni che esprimono i nostri oggetti; essi sono risorse, nel senso più lato, come le risorse economiche e le risorse amministrate.
Abbiamo rincontrato i concetti, centrali, di fondi e di flussi e abbiamo individuato tre tipologie, fondamentali, di approccio al problema:
- Composizione: perché cerchiamo di vedere quali sono le diverse parti che vanno a comporre il “tutto” dei nostri oggetti; tutto che è percepibile, in qualche modo, immaginabile, soltanto a dimensione della sua esistenza come abbiamo visto, su altro piano, col “principio di unità aziendale”. Però sappiamo che il “tutto” intanto è inconoscibile, perché, forse, non esiste, e perché noi, sicuramente, non siamo in grado di conoscerlo. In ogni caso, noi non saremmo in grado di conoscerlo, sarebbe, così generico, consentirci un’adeguata “conoscenza delle parti”. E quindi per raggiungere queste, nella logica più critica del principio di “unitarietà aziendale”, sul piano della conoscenza, operiamo delle:
- Scomposizioni: del “tutto” in “parti”; scomposizioni, un po’ per modulazioni interne, quindi li abbiamo chiamate, “articolazioni”; quando la stessa grandezza viene allargata, nei suoi componenti “elementari”; e, invece, parliamo di “disarticolazione”, con riferimento alla circostanza che le singole componenti di questo tutto, o comunque le componenti che noi prendiamo in considerazioni, vengono disarticolate, in qualche modo (perché non si potrebbe), cioè vengono disgiunte dal resto, comunque assumono una forte “autonomia”, che mai e poi mai potrebbe essere resa come “indipendenza”.
Cioè tutti i fondi e tutti i flussi, quando diventano singolarmente, o congiuntamente, purché la congiunzione non li riguardi tutti (perché, a quel punto, è chiaro ricorriamo all’unità), alla fine consentano di disarticolarli.
- Ricomposizione: (la terza possibilità), particolarmente importante perché, in qualche modo, chiude il cerchio, cioè riconduce, o meglio, tende a ricondurre, verso la dimensione del tutto, cioè le parti articolate e/o disarticolate attraverso il compattamento o il consolidamento ritornano ad essere un’insieme, e quindi, naturalmente, il cerchio si chiude, evidentemente, sul piano della conoscenza, dove questo tutto è diverso da quello di partenza, perché questo è sul piano della conoscenza, l’altro è sul piano dell’esistenza.
- Sintattica conclusiva: come dice un po’ la parola stessa, “viene alla fine”, essa è quella che “conclude”, ed opera, per altro una cosa, molto importante per i nostri studi, perché può rimanere, in noi, la sensazione di dire: “Questa semiotica amministrativa scritturale”, quando comincia?, ed è proprio questo il punto critico del nostro ragionamento; cioè non possiamo porci prima un problema di scritture, se non sappiamo, prima, che cosa dobbiamo scrivere. (Non è un esercizio grafico, evidentemente.)
Allora il momento conclusivo, per noi, è proprio quello in cui la sensazione dei contenuti sintattici diventano scritturali con linguaggi, specificatamente, nostri.
Con la sintattica conclusiva, dobbiamo fare precipitare tutte le cose che fin qui abbiamo detto, su fatti, appunto scritturali, che utilizzino, in prevalenza, linguaggi nostri.
All’interno del quale assume, particolare, rilievo quel linguaggio “contabile”, cioè uno dei linguaggi, più specifici, nostri, che utilizzano strumenti sintattici, sia che lo mettiamo “a sezioni accostate”, sia che lo mettiamo a “sezioni sovrapposte”, sia che lo esprimiamo a “forma scalare”, tutto sommato, comunque danno una rappresentazione di segni, che sono, tipicamente ma non esclusivamente, segni quantitativi.
Il conto è uno strumento sintattico, se ci pensiamo, intanto nasce per esprimere più valori, più segni, potrebbe restarne anche uno solo, non è vietato, ma anche quando resta con uno solo potremmo anche determinare un “saldo”, –A 0 = A sono sempre due segni, sono addirittura tre segni, quindi c’è sempre questa esigenza, almeno il conto, inteso come prospetto, quindi, prospetto nel quale riversiamo, non il prospetto del conto che è quello che indichiamo come “conteggio”.
All’interno di questi linguaggi scritturali incontriamo anche il linguaggio contabile, naturalmente, anche quelli, che contabili non sono, che solitamente chiamano extracontabili (detti anche liberi); ma la centralità del concetto di fondo è la “dualità”, cioè del fatto che gli oggetti che si prendono in considerazione, e i segni che li rappresentano sono ordinabili dualmente, non necessariamente devono essere di segno algebrico diverso, ma di segno contabile opposto.
Complessivamente, i linguaggi quantitativi, qualitativi, quantitativi contabili, non contabili, liberi, grafici, si possono, finalmente, compendiare, nel termine (“storico”, per noi), che è quello di rilevazione.
Non possiamo, certamente, identificare la Ragioneria alla rilevazione, perché comprendiamo benissimo che la Rilevazione è una parte di una parte della Ragioneria, cioè una parte che riguarda la sintattica “conclusiva”, la quale, a sua volta la sintattica, fa parte dei contenuti specifici, il che significa che è vietato parlare della Ragioneria come rilevazione, tanto vietato no, è improprio, specie se vi è una forte consapevolezza porta a confondere, come si dice, “la parte” con il “tutto”; quindi dobbiamo avere una forte consapevolezza che usiamo una figurazione particolare (fare 2 passi, se ne faccio 4 sempre per 2 passi si intende) e se così non è rischiamo appunto di ridurre la disciplina, in “termini riduttivi”, soltanto agli aspetti scritturali.
“Termini riduttivi”, riduttivi perché, parziali, in ogni caso la rilevazione può essere intesa, in un senso più stretto, cioè di proiezione sul piano scritturale delle sintattiche precedenti, cioè, in sostanza, quando noi poniamo: FNN, FL, FN, j, k, e così via, sono, ovviamente concettualizzazioni astratte, ci deve essere un momento in cui queste cose vengono trasferite, su documenti finalizzati, che abbiano per oggetto i “dati” relativi a quegli “oggetti”.
Gli oggetti sono i fondi ed i flussi, i dati sono le grandezze che li esprimono.
Il passaggio è critico, nel senso buono della parola, perché da qui in poi, possiamo, direttamente avere a disposizione, dati che possiamo avere più grezzi, più elaborati, più finalizzati, a seconda del grado di trattamento, che siano orientati, sempre di più, a rappresentare, insieme questi segni, e poi, evidentemente, preparare i segni stessi alla pragmatica, cioè all’informazione, verso i portatori di interesse (interni, esterni, alti bassi, e così via).
La rilevazione, in senso stretto, è una rilevazione, per così dire puntuale, circoscritta, alla sintattica conclusiva, e che esprime dei dati, + o - grezzi, + o - elaborati, + o - finalizzati, a seconda del grado di elaborazione (es.: un dato di fattura, evidentemente, è più grezzo, rispetto ad un dato di prima nota, e il dato di prima nota, è evidentemente, più grezzo rispetto, ad uno contabile, e quindi uno sarà grezzo, l’altro sarà elaborato, l’altro sarà finalizzato!) (un qualunque documento che rileva il valore di uno scambio sarà, presumibilmente, un documento che esprime un dato grezzo, se questo valore di uno scambio, viene inserito, già in un processo finalizzato di determinazioni di qualche altra grandezza, quindi via via andrà, “grossato” fino ad arrivare alla fase ultima, del “dato finalizzato”; ultimo, però, della sintattica, perché, poi, da quel momento in poi, c’è, diciamo, la finalizzazione ultima che è quella della “finalizzazione ai soggetti destinatari”, per cui, un medesimo Reddito, un medesimo Patrimonio, o qualunque altra Grandezza, potrà essere presentato, in un modo, piuttosto che in un altro, a seconda che il “famoso famigerato” “Bilancio d’esercizio” sia destinato a pubblicazioni, oppure sia destinato in sede di dichiarazione dei Redditi; ogni circostanza, necessariamente, poi, non dirà “100”, ma intanto, mostrerà, come si arriverà a quel “100”, ma appunto, dovrà utilizzare, strumenti di comunicazione, differenziati a seconda cui si rivolge.
Quindi la rilevazione è considerata in senso stretto perché è circoscritta a questa fase conclusiva.
L’altra accezione, più lata, di rilevazione che, in qualche modo, darebbe, parziale, ragione a coloro che identificano “rilevazione con Ragioneria”, è il fatto che, per essere conclusiva, questa sintattica, e non separata rispetto a quella preliminare ed a quella centrale, ma in progressione, quindi, in qualche modo, “cumulativa a cascata”, chi viene per ultimo paga il conto, solitamente si dice, ciò vuol dire che si scaricano sul momento della “sintattica conclusiva”, anche, molte, se non tutte, delle problematicità che abbiamo, anche in quella centrale ed in quella preliminare.
Quindi non è prima “A”, poi “B”, poi “C”, è A, A+B, A+B+C, in qualche modo, quindi chi arriva per ultimo, paga il conto per tutti, nel senso che si riporta dietro il conto di tutte le Ricchezze, di tutte le elaborazioni, ma anche le difficoltà, le problematicità e quindi anche la Ricchezza disciplinare.
Se la fase conclusiva, quindi la sintattica conclusiva, viene intesa, in questa accezione, che per altro è la più premiante, o la più corretta, la rilevazione stessa può essere intesa non soltanto come il fatto “meramente scritturale” del tradurre, in documenti a noi funzionali, ma un po’ in tutto questo, quindi l’aspetto sintattico, tutto in questo caso parliamo di rilevazione in senso ampio, perché la problematicità, a questo punto, del dato della Rilevazione, non è la singola cosa, ma è quello di costruire tutta la catena logica, e quindi si riempie di maggiori contenuti.
Un’ultima classificazione può far riferimento a una sintattica o a contenuti sintattici, che chiameremo primarie e secondarie.
- Primarie: quando, questi contenuti sintattici, dal punto di vista della loro natura, affrontano i problemi dal punto di vista categoriale, mentre dal punto di vista della destinazione riguardano “tutte le classi d’azienda”; primarie, perché, stanno prima di tutte le altre, non necessariamente perché siano più importanti; primarie perché si pongono in principio, in qualche modo, anche quando in fatto noi non le “facciamo”. Se ci poniamo il problema categoriale astratto, della natura dei problemi, che noi affrontiamo e questi li riferiamo a tutte le classi di azienda, perché i fondi e flussi esistono nelle bancarie, nelle assicurative, nelle mercantili, allora questo tipo di sintassi la chiamiamo primaria, se non altro perché quando parliamo dei fattori primi, se non ci sono questi, non possiamo andare avanti, ma non perché i fattori secondi siano meno importanti, che ce ne facciamo dei primi se non abbiamo i secondi, però i secondi non possono esistere se non esistessero i primi (per definizione); quindi primario perché costituisce il nucleo, teorico, astratto, irrinunciabile, che vale per tutte le classi di azienda.
- Secondarie: perché, la loro natura è di tipo “modale”, cioè si articolano secondo il “come”, che via via riferibile alle classi di azienda che via via la disciplina, nostra, va affrontando.
La sintattica centrale dei fondi e dei flussi aziendali
(Per questa lezione vedere schema P)
Partiamo, da una considerazione dei fondi, perché almeno nella nostra dimensione aziendale, in principio sono Fondi; in cui l’azienda viene costituita.
Assumiamo che, al tempo “0”, ci sia un qualche riferimento, ad una materia di fondi, quale che vi sia la provenienza, allora ci poniamo il primo “problema conoscitivo”, quello di vedere la consistenza del “Fondo netto” al Tempo k, cioè un tempo intermedio, genericamente inteso.
Questo fondo netto può essere idealmente distinto in due componenti fondamentali:
- Di origine diretta: cioè derivante dalle modificazione c.s. (“extragestione”) e le altre.
- Di origine indirette: quelle delle modificazioni di gestione che sono state viste, a proposito, della semantica.
Nel primo caso abbiamo “Modificazioni dirette +”, “Modificazioni dirette –” che data la costituzione “0”, a quello di riferimento, tutte le modificazioni che sono intervenute di tipo diretto + o – (aumentative o diminutive).
Per cui al tempo k, il Fondo netto di origine diretta non può che essere la somma algebrica delle modificazioni dirette.
L’altra linea che si compendia nella seconda formula, è invece sull’“indiretto”, e riprende le stesse cose, solo che naturalmente fa riferimento all’indiretto, dal tempo “0” di costituzione al tempo “k” di riferimento, quindi l’insieme delle modificazioni indirette o gestionali, che sono avvenute, purché, sono confluite sul “fondo”.
Poniamo i Redditi di esercizio, in quanto tali, sarebbero “flussi”, ma quei Redditi di esercizio che vengono aggirati al Capitale, o alle riserve, per cui, diventano “Fondi”, in qualche modo.
Quindi modificazioni indirette, che vengono cumulate, nella consistenza del fondo, e in questo momento, assumiamo che tutte vengono cumulate nella consistenza del fondo.
Infatti facciamo modificazioni indirette, senza dire 1°, 2°, quelle che vanno, quelle che non vanno.
“Modificazioni dirette”.
Se non vanno bene la 1 e la 2, va bene la 3, dove questa non è che la somma dei primi membri, FNN che è uguale al primo membro della 1 più il primo membro della 2.
Se va bene per i primi due membri, andrà bene anche per i secondi.
Quindi, la 4, non dice altro che il “Fondo netto al tempo k”, è la sommatoria dei secondi membri della 1 e della 2; senza “ind.” o “dir.”, cioè che le tenga tutte, e le modificazioni positive + le modificazioni negative, quindi sostanzialmente, l’insieme del “Fondo netto al tempo k”.
Da qui in poi, vediamo sottolineato (evidenziato), soltanto tutto quello che riguarda i flussi.
Vediamo che, “I flussi patrimoniali gestionali”, ricordiamo che sono “Fondi patrimoniali”, quindi non sono Fondi, non patrimoniali, che come ricorderemo, non sono quelli, solo in proprietà, ma anche quelli non in proprietà, quindi in questo senso, l’accezione, più lata possibile di “patrimonio”.
Quando parliamo di “flussi patrimoniali gestionali”, evidentemente, intendiamo le variazioni che intervengono nei “fondi”, per effetto della gestione o quelle indirette, tanto è vero che, anticipiamo “ind”, nel senso che, ci riprendiamo le modificazioni indirette.
“2’ (prima)” “3’ (prima)”, evidentemente, sono la seconda, la tre, e la quattro, riespresse nello schema.
Vediamo la “2”, Fondo netto di origine indiretta al tempo k, che è quasi sinonimo, di gestionale; è data dalle Variazioni, che il “Fondo netto di origine indiretta”, ha ricevuto nel periodo, (0, k); anche prima parlavamo, di (0, k), ma qui abbiamo “elasticità” perché vogliamo cogliere “l’aspetto del delta” di variazione.
Qui, le vogliamo cogliere più espressamente, l’idea di movimento, e quindi, abbiamo il delta, nel primo membro, VFNN ind k, e questa volta però k, per dare la variazione all’interno dell’intervallo.
Nella “3”, il primo membro è uguale, il secondo membro riporta un primo termine, ancora uguale, il secondo membro, viene espresso, ancora una volta, come variazione, non come consistenza di origine indiretta k, che evidentemente danno luogo alla “consistenza k”.
La quarta variante, può essere espressa, come ancora i livelli sono, FNN, i livelli, noi li ripetiamo, 2, 3, 4 in 2’, 3’, 4’, uguali, in i secondi membri, dove è possibile, introduciamo gli elementi di diversità, quindi la quarta è una possibilità di “esprimere”, modificazioni dirette da “0” a “k”, le dirette non ci interessano, perché stiamo parlando di flussi, invece, ci serve esprimere le variazioni dei fondi come detto da “0” a “k”
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