Riforma dell'elezione pontificia

Un concilio convocato a Roma nel 1059 da Niccolò IIpapa di origine francese – riformò la procedura dell’elezione pontificia: rispettando formalmente il principio dell’elezione episcopale «da parte del clero e del popolo» (anche il papa era pur sempre un vescovo, quello di Roma), il nuovo regolamento in sostanza riservava il diritto di voto ai titolari delle principali chiese romane, detti cardinali; al resto del clero e del popolo romano era lasciato un ruolo residuale, di acclamazione dell’eletto prima che questi prendesse possesso della carica. Nulla si diceva, ecco il punto della discordia, a proposito del giuramento di fedeltà all’imperatore, contrariamente a quanto stabilito ai tempi di Ottone I con il cosiddetto Privilegium Othonis. Era segnale evidente dell'insofferenza del papato verso la tutela imperiale.

Gregorio VII e la sua visione

Lo scontro esplose nella forma più drammatica dopo l’elevazione a papa dell’italico Ildebrando di Soana con il nome di Gregorio VII (1073). Questi era stato un fidato collaboratore dei precedenti pontefici riformatori, ma si distingueva per l’intransigenza delle posizioni. L’intransigenza di Gregorio VII e la rottura con l’imperatore Gregorio VII ispirò la sua azione di governo a una visione della Chiesa secondo un modello “monarchico”, centralizzata su Roma e fondata su un ordinamento verticistico rigidamente gerarchico, con la preminenza del clero, celibe, sui laici. La centralità del papato costituiva in questa visione anche il fulcro della cristianità, che di fatto andava a coincidere con l’intera società.

Misure centralizzatrici di Gregorio VII

Il suo disegno centralizzatore si espresse attraverso alcune misure tese a sospendere vescovi corrotti e in genere volte a conferire al papa il potere di intervenire sulle decisioni dei singoli vescovi. L’episcopato, soprattutto in Germania e in Italia, oppose resistenza alla linea di Gregorio, che reagì non di rado con provvedimenti disciplinari e persino con la scomunica. Si trattava di un interventismo inedito del vescovo di Roma nella vita delle Chiese locali.

Divieto dell'investitura laica

La reazione pontificia ai dissensi alzò il livello dello scontro. Gregorio VII fece decretare, da un concilio riunito a Roma, il divieto dell’investitura dei vescovi per mano dei laici (1075). Era cioè proibito alle autorità laiche, dall’imperatore in giù, di consegnare i simboli del potere episcopale (l’anello e il pastorale) e del potere politico (lo scettro) a un vescovo appena eletto «dal clero e dal popolo», prima ancora che il legittimo superiore ecclesiastico (l’arcivescovo) lo consacrasse o comunque ne confermasse l’elezione.

L’investitura laica era un’usanza particolarmente diffusa in Germania, dal momento che i poteri pubblici esercitati dai vescovi rendevano l’elezione episcopale un affare di grande rilievo politico; significava, di fatto, la nomina regia dei vescovi, i quali ovviamente garantivano, a chi li aveva designati, la loro fedeltà. L’affondo di Gregorio VII faceva saltare gli equilibri, trattando i vescovi così investiti quasi alla stregua di simoniaci. Il messaggio politico era chiaro: l'ambito spirituale era superiore all'ambito temporale e il primato del papa ne era l'espressione suprema.

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