Sciascia
Vita e opere
Leonardo Sciascia, personaggio di spicco della sfera politica e letteraria italiana, insegnante di scuola elementare, giornalista per importanti testate giornalistiche italiane quali "La Stampa" e il "Corriere della Sera", nacque nel 1921 a Racalmuto di Agrigento da una famiglia di artigiani. Sin da giovane mostrò interesse per la letteratura, il periodo illuminista e il Settecento.
Fu il primo a trattare il fenomeno mafioso all’interno delle sue opere, denunciandolo attraverso il teatro, ad esempio "L'onorevole", e la scrittura.
Nel 1975 fu eletto come indipendente nelle liste del PCI al consiglio comunale di Palermo, ma si dimise presto a causa di disaccordo col partito. Partecipò al Partito Radicale e fu deputato dal 1979 al 1983.
Pessimista, scettico, ironico, sempre ossessionato dall’idea di giustizia, polemico razionalista dall’incisivo impegno politico e culturale, Sciascia ha espresso in saggi e romanzi la rabbia e la delusione provata per le atrocità avvenute nella Sicilia e nell’Italia di quegli anni.
Nelle sue opere, oltre a raccontare la realtà siciliana contadina, sono presenti due fulcri interessanti: la forza della ragione e la verità, che vanno in contrasto con la violenza e l’oscurità del potere mafioso.
Tra le sue opere più importanti ricordiamo: “Il giorno della civetta”, “A ciascuno il suo”, “La morte dell’inquisitore”, “La scomparsa di Majorana”, "Le parrocchie di Regalpetra", “L'affaire Moro”, nel quale parla del sequestro e dell'uccisione di Aldo Moro.
Gli ultimi anni della sua vita si dedica alla saggistica storico-letteraria e allo studio del fenomeno mafioso, come nell'occasione del maxi-processo palermitano a Cosa Nostra del 1986, grazie alle dichiarazioni del "pentito" Tommaso Buscetta.
Sciascia muore a Palermo nel 1989.
La mafia nelle opere di Sciascia
“Il giorno della civetta”
Ancora nel 1961 nessuno aveva il coraggio di pronunciare la parola “mafia”, ma egli fu il primo a parlarne all'interno di un racconto letterario, ovvero “Il giorno della Civetta”, un romanzo in parte storico e in parte giallo che si ispirò a fatti realmente accaduti in Sicilia, ovvero l’omicidio del sindacalista comunista Accursio Miraglia, assassinato dalla mafia a Sciacca nel gennaio del 1947.
Ne “Il giorno della civetta” Sciascia tratta il tema della mafia da 360°: dal punto di vista storico, sociale e morale.
Vita e opere di Leonardo Sciascia
Leonardo Sciascia, personaggio di spicco della sfera politica e letteraria italiana, insegnante di scuola elementare, giornalista per importanti testate giornalistiche italiane quali "La Stampa" e il "Corriere della Sera", nacque nel 1921 a Racalmuto di Agrigento da una famiglia di artigiani. Sin da giovane mostrò interesse per la letteratura, il periodo illuminista e il Settecento.
Fu il primo a trattare il fenomeno mafioso all’interno delle sue opere, denunciandolo attraverso il teatro, ad esempio "L'onorevole", e la scrittura.
Nel 1975 fu eletto come indipendente nelle liste del PCI al consiglio comunale di Palermo, ma si dimise presto a causa di disaccordo col partito. Partecipò al Partito Radicale e fu deputato dal 1979 al 1983.
Pessimista, scettico, ironico, sempre ossessionato dall’idea di giustizia, polemico razionalista dall’incisivo impegno politico e culturale, Sciascia ha espresso in saggi e romanzi la rabbia e la delusione provata per le atrocità avvenute nella Sicilia e nell’Italia di quegli anni.
Nelle sue opere, oltre a raccontare la realtà siciliana contadina, sono presenti due fulcri interessanti: la forza della ragione e la verità, che vanno in contrasto con la violenza e l’oscurità del potere mafioso.
Tra le sue opere più importanti ricordiamo: “Il giorno della civetta”, “A ciascuno il suo”, “La morte dell’inquisitore”, “La scomparsa di Majorana”, "Le parrocchie di Regalpetra", “L'affaire Moro”, nel quale parla del sequestro e dell'uccisione di Aldo Moro. Gli ultimi anni della sua vita li dedicò alla saggistica storico-letteraria e allo studio del fenomeno mafioso, come nell'occasione del maxi-processo palermitano a Cosa Nostra del 1986, grazie alle dichiarazioni del "pentito" Tommaso Buscetta.
Sciascia muore a Palermo nel 1989.
La mafia nelle opere di Sciascia: Il giorno della civetta
Ancora nel 1961 nessuno aveva il coraggio di pronunciare la parola “mafia”, ma egli fu il primo a parlarne all'interno di un racconto letterario, ovvero “Il giorno della civetta”, un romanzo in parte storico e in parte giallo che si ispirò a fatti realmente accaduti in Sicilia, ovvero l’omicidio del sindacalista comunista Accursio Miraglia, assassinato dalla mafia a Sciacca nel gennaio del 1947.
Ne “Il giorno della civetta” Sciascia tratta il tema della mafia da 360°: dal punto di vista storico, sociale e morale.
In quest’opera Sciascia narra di un aspro contrasto fra un giovane ufficiale ex partigiano, arrivato in Sicilia per combattere la mafia, e un capomafia potente e solitario, destinato ad avere la meglio grazie al contributo dell’omertà.
Trama de Il giorno della civetta
Il racconto parla del capitano Bellodi, ex partigiano, repubblicano settentrionale, che conduce un’inchiesta per scoprire i nomi dei mandanti di un delitto di mafia, la cui vittima era Salvatore Colasberna, presidente di una piccola cooperativa. Bellodi risale al capomafia locale, Mariano Arena, e lo incrimina, ma a causa del favoreggiamento del mondo politico, gli imputati vengono scagionati. A Bellodi viene data la possibilità di tornare a Parma, sua città natale, e rinunciare al caso, ma decide di tornare in Sicilia e continuare il lavoro.
Nello specifico “Il giorno della civetta” racconta di Accursio Miraglia, che Sciascia nell’opera chiamò Salvatore Colasberna, un imprenditore ucciso, mentre sta per prendere un autobus diretto a Palermo, per mano mafiosa.
Le indagini di questo delitto furono affidate al comandante dei Carabinieri di Agrigento Renato, ovvero il Capitano Bellodi, ex partigiano di Parma.
Arrivati sulla scena del crimine, i carabinieri dovettero subito fare i conti con l’omertà popolare. Tutti i passanti e i passeggeri dell’autobus si dileguarono, nessuno aveva visto e sentito niente circa la vicenda. I militari dell’arma riuscirono a parlare soltanto con l’autista e il bigliettaio, i quali dichiararono di non aver assolutamente assistito all’episodio e di non conoscere l’identità della vittima, ovvero Salvatore Colasberna. Dopo tanti sforzi i carabinieri riuscirono ad ottenere le dichiarazioni di un venditore di panelle, frittelle di ceci palermitane, che, dopo due ore e mezza di interrogatorio, ammise di aver sentito degli spari provenire dall’angolo della chiesa.
La figura del capitano Bellodi si contraddistingue per il forte senso di onore e giustizia che lo spingono a non arrendersi dinanzi all’omertà generale e a proseguire le indagini, riuscendo a trovare tutta una serie di indizi che collegano l’omicidio alle organizzazioni mafiose locali, legate a don Mariano Arena, e alle forze politiche al potere, grazie anche al contributo del mafioso Calogero Dibella, successivamente ucciso.
Dopo una serie di vicissitudini Bellodi, grazie anche all’aiuto di altri personaggi del racconto, riesce a scoprire il nome del presunto assassino, tale Diego Marchica detto Zicchinetta, e dei suoi mandanti, Rosario Pizzuco e don Mariano, i quali poco dopo verranno rilasciati e a godere della stima del boss don Mariano, che lo considera un "uomo" in mezzo a molti "quaquaraquà". Vediamo come a causa di forti pressioni politiche, la Democrazia Cristiana, e gli alibi costruiti da influenti personaggi politici, Zicchinetta verrà scagionato, il caso archiviato e nel corso del confronto si reputerà la mafia pura invenzione dei comunisti e il delitto di Colasberna verrà fatto risalire a un caso di infedeltà coniugale. In seguito Bellodi venne mandato nella sua città natale per una vacanza forzata e dichiara di volersi "rompere la testa" tornando in Sicilia a combattere la mafia.
Essendo attento osservatore delle oscurità della vita politica e sociale di quegli anni, caratterizzate da trame occulte, da segrete collusioni di potere tra organi dello Stato, società segrete e criminalità organizzata, da misfatti incredibili e stragi rimaste impunite, dalla corruzione e dall’allentarsi dei vincoli della società civile, nelle opere di Sciascia emerge un’ostinata ricerca della verità e la fiducia che, nonostante tutto, vi possa esistere una convivenza tra cittadini fondata sulla giustizia, sulla trasparenza, sull’onestà.
Da questa sua attenta osservazione Sciascia dà vita a una serie di opere in cui tratta con lucidità e vigore le relazioni che intercorrono tra il fenomeno mafioso e il potere politico.
La forma narrativa prediletta fu il racconto poliziesco, in cui l’indagine è affidata a un personaggio portatore di valori di giustizia e razionalità.
Il racconto di Sciascia è un racconto storico, un documentario, un commento alla storia attraverso l’invenzione.
In Sciascia non si riesce a distinguere tra scrittura come invenzione e scrittura come realtà, come documento di quello che accade.