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Capitolo 6. Le figure

La figura è un procedimento stilistico che permette di esprimersi in una maniera libera e a un tempo codificata, nel senso che non si è tenuti a ricorrervi per comunicare.

Libera, perché ogni figura costituisce una struttura nota, rintracciabile, tramandabile. Esistono anche delle figure non retoriche, cioè quelle che sono poetiche, umoristiche, o semplicemente lessicali. Codificata, La figura è retorica solo allorché svolge un ruolo persuasivo.

Quando gli antichi parlano di figure, è per evocare il piacere che esse procurano. La figura sarebbe dunque un fattore di godimento, un piacevole elemento stilistico atto a far passare l’argomento.

In questo capitolo, studieremo il ruolo argomentativo delle principali figure retoriche, che classificheremo a seconda del rapporto con il discorso in cui si trovano inserite.

  • Le figure di parola riguardano la materia sonora del discorso.
  • Le figure di senso riguardano il significato di parole o di gruppi di parole.
  • Le figure di costruzione riguardano la struttura della frase, a volte del discorso.
  • Le figure di pensiero riguardano il rapporto del discorso con il suo soggetto, l’oratore, o il suo oggetto.

1. Le figure di parola

Che cosa caratterizza le figure di parola? Il fatto che sono intraducibili, che le si distrugge nel momento in cui si altera sia pur minimamente la loro materia sonora. Tali figure si suddividono in due gruppi: le figure di ritmo e le figure di suono. Occorre evitare di abusarne.

Figure di ritmo complesse

Il ritmo della frase ha per gli antichi un’importanza capitale, perché è la musica del discorso, ciò che rende l’espressione armoniosa o sorprendente, sempre facile da ricordare.

Periodo composto di due membri della stessa lunghezza.

Parisosi [4 + 4]: Mani fredde, cuore caldo. [5 + 5]: Donne e motori, gioie e dolori.

Sequenza ritmica che chiude un periodo.

Clausola: S’udiva soltanto il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido il gorgoglio più lontano dell’acqua rotta tra le pile del ponte.

Figure di suono

Le figure di suono si basano su fonemi, sillabe o parole.

Fonemi. Allitterazione. Ripetizione di una medesima lettera nell’enunciato. La grogne, la rogne, et la hargne.

Altrimenti detta paracresi, è una sorta di onomatopea in più parole, prodotta dal gioco di certe lettere o di certe sillabe. È evidente che l’allitterazione può contribuire fortemente all’imitazione fisica degli oggetti, a quello che comunemente è detto armonismo.

Sillabe. Paronomasia. Riunisce nella stessa frase parole il cui suono è pressappoco identico, ma il senso del tutto differente. Traduttore, traditore.

Quanto alla rima, paronomasia in fine di parola che ritorna a ritmi regolari, Fontanier la includeva nella rubrica relativa all’assonanza: «Ciò che produce l’assonanza è la medesima terminazione, omeoteleuto, o la stessa cadenza, omeoploto, dei diversi membri di una frase o di un periodo. Com’è noto, l’omeoteleuto è oggi frequente nel discorso politico e pubblicitario.

Omonimia. Calembour. Accostare due parole, identiche nel suono, ma di senso diverso. Risposta a Bonaparte. Non tutti, ma buona parte.

Polisemia. Antanaclasi. Giocare sui due sensi leggermente diversi di una medesima parola. Prendete a cuore il vostro cuore. Gli affari sono affari.

Fontanier faceva rilevare che essa «differisce dalla paronomasia solo per il fatto che la forma e il suono si trovano a essere assolutamente identici in parole di significato diverso che si trovino accostate una all’altra. La si può dunque definire: la ripetizione di una stessa parola presa in sensi diversi, propri o ritenuti tali; o ancora, l’accostamento di due parole omonime e univoche con significati diversi».

Parole. Derivatio. Associare una parola a un’altra della stessa radice. …agli studenti di studiare.

Etimologia. Evocare l’etimologia per definire il «vero» senso di una parola è in effetti un atto di potere attraverso cui l’oratore impone il suo «senso», dunque il suo punto di vista, all’uditorio. Va notato che il più delle volte l’etimologia è falsa. Ma, anche se fosse vera, avrebbe maggior valore? Non è questione di rifiutare la storia delle parole. In effetti l’argomento etimologico ignora un’altra legge linguistica, quella che la parola non ha senso che in sincronia, cioè nel sistema in atto, presente, di una lingua. L’argomento etimologico scade a volte nel ridicolo.

Serve da argomento sia per le definizioni sia per le dissociazioni.

2. Le figure di senso

Le figure di senso riguardano i significati. Le si può dunque tradurre senza troppo danneggiarle. Consistono nell’adoperare uno o più termini con un senso che non è quello usuale. In altre parole, la figura di senso gioca un ruolo lessicale; non che essa aggiunga parole al lessico, ma arricchisce il senso delle parole.

Così la figura di senso è un tropo, un significante preso nel senso di un altro. Ma non tutti i tropi sono figure di senso: quando il tropo è lessicalizzato al punto che nessun termine proprio potrebbe sostituirlo, allora diventa una catacresi. Così, le ali dell’aereo sono all’origine una metafora, ma non sono una figura, perché non si è liberi di dire in altro modo. All’inverso, una figura può riuscire incomprensibile a causa dei riferimenti culturali che presuppone; diviene allora un enigma, ma finisce anche di essere retorica.

Tropi semplici

Tratteremo ora delle tre figure di senso da cui derivano tutte le altre.

Metonimia. Designa una cosa col nome di un’altra che le è abitualmente associata. Fondata sul collegamento abituale, la metonimia trae la sua forza argomentativa dalla familiarità, e tale forza svanisce quando la metonimia proviene da un’altra cultura.

Soprattutto la metonimia vale, più di tutti gli altri tropi, a creare per esempio simboli, la falce e il martello. In questo senso, essa condensa un argomento molto forte.

Non ci sono più Pirenei. Pirenei = frontiere.

Fontanier classifica la metonimia tra i tropi basati su rapporti di corrispondenza, che consistono nella «designazione di un oggetto col nome di un altro oggetto che costituisce, come esso stesso, un’entità autonoma, ma che dipende da esso o da cui esso stesso dipende in maggior o minor misura, o per la sua esistenza, o per il modo d’essere.

Sono detti metonimie, vale a dire mutamenti di nome, o nomi al posto di altri nomi». Perelman e Tyteca pongono in rilievo la portata simbolica della metonimia con numerosi esempi: «Giacobbe per indicare il popolo ebraico, John Bull per l’Inghilterra, camicia nera per i fascisti, sono tutti simboli».

Sineddoche. Si distingue dalla metonimia in quanto designa una cosa col nome di un’altra che ha con essa un rapporto di necessità, cosicché la prima non potrebbe esistere senza la seconda:

  • Cento teste = cento persone, sineddoche della parte.
  • Cento mortali = cento persone, sineddoche della specie.

Da qui la funzione che le è propria: è la figura che condensa un esempio. Fontanier include la sineddoche fra i tropi per connessione, consistenti nella «designazione di un oggetto col nome di un altro oggetto col quale esso viene a formare un tutto, sul piano fisico o metafisico, in quanto l’esistenza o l’idea dell’uno si trova compresa nell’esistenza o nell’idea dell’altro».

Data la prerogativa di simili tropi, di comunicare un senso più o meno estensivo rispetto al significato originario del termine, a seconda che si nomini l’oggetto più piccolo al posto del più grande o viceversa, si avrà la definizione più specifica della sineddoche come «tropo attraverso il quale si esprime il più per il meno, e il meno per il più».

Fontanier elenca in dettaglio le tipologie possibili, sineddochi della parte, del tutto, della materia, del numero, del genere, della specie, di astrazione. Nella sineddoche possiamo vedere che il termine sostituito non è più unito a quello che esso sostituisce mediante nesso simbolico, ma che sottolinea invece un aspetto caratteristico dell’oggetto indicato, mortali = persone.

L’antonomasia è una sineddoche consistente nel designare sia una totalità sia una specie, col nome di un individuo ritenuto rappresentativo della stessa.

Hitler è la guerra, gli fa portare tutto il peso del nazismo.

Fontanier presenta l’antonomasia come sineddoche individuante, che «consiste nel designare un individuo, o col nome comune della specie, o col nome di un altro individuo della medesima specie; consiste parimenti nel designare una specie col nome di un individuo, o col nome di un’altra specie, in rapporto alla quale essa corrisponde in certo qual modo a ciò che un individuo rappresenta in rapporto a un altro individuo.

Si può così assumere un nome comune per un nome proprio, Il Poeta = Dante, un nome proprio per un nome comune, Einstein = genio, un nome proprio per un altro nome proprio, nel qual caso l’identificazione è marcata dalla mancanza di articolo, un nome comune tanto per il nome proprio dell’individuo che per il nome comune della specie a cui esso appartiene, ebreo = usuraio».

Metafora. Designa una cosa col nome di un’altra avente con essa un rapporto di somiglianza. Si dice che la metafora sia un paragone abbreviato, c

Tropi complessi

Altri tropi derivano dai tre tropi di base appena visti.

Iperbole. Figura dell’esagerazione, essa si fonda su di una metafora, Sono morto di stanchezza, o su di una sineddoche, Le masse laboriose per «un certo numero di lavoratori».

Fontanier afferma che l’iperbole «accresce o diminuisce le cose con l’eccesso, e le presenta ben al di sopra o ben al di sotto di quello che esse effettivamente sono».

Abbiamo così la struttura dell’iperbole, quando amplifica in senso positivo, auxesi, questo gigante, in senso negativo, tapinosi, questo nano, mentre il senso figurato rimane sempre di gran lunga superiore o di gran lunga inferiore al senso proprio.

In definitiva, essa non è una figura menzognera, ma una figura d’espressione, come in Sono morto, che non inganna nessuno. Si usa per esprimere l’inesprimibile.

La funzione semantica dell’iperbole è di dire che una certa cosa è proprio indicibile, di significare che ciò di cui si parla è così grande, così bello, così importante, o il contrario, che il linguaggio non sarebbe in grado di esprimerlo.

Essa condensa un argomento, quello di direzione: la sua funzione è quella di dare un punto di riferimento che, data una direzione, vi attiri la mente, per poi obbligarla a tornare un po’ indietro, all’estremo limite di ciò che le sembra compatibile con la sua idea dell’umano, del possibile, del verosimile…»

Litote. Se, invece di dire Sono morto, dico Sono un po’ stanco, sostituisco l’iperbole con la litote, che non è un’iperbole al contrario, come la tapinosi, ma il contrario di un’iperbole.

Figura dell’ethos, in quanto fa apparire l’oratore modesto, prudente, saggio, la litote permette altre figure, come l’insinuazione, l’eufemismo, ricorrere a formulazioni evitative motivate da scrupolo o convenienza, come nel caso di perdiamine diavolo, brutto male per tumore, ecc., e soprattutto l’ironia.

Secondo Fontanier la litote è un tropo appartenente, come l’iperbole, alla tipologia di figure di espressione per riflessione: «La litote, in luogo di affermare positivamente una cosa, nega in maniera assoluta la cosa contraria, e la attenua di più o di meno, nell’unico intento di dare maggior peso ed energia all’affermazione positiva che permette di evitare.

Questa figura viene usata per modestia, per riguardo, o anche per artificio. Non è intelligente = è stupido. Non è poco insolente = è di un’insolenza enorme.

Bisogna però osservare comunque che la forza e l’energia di senso che la litote produce sono dovute al tono e alle circostanze del discorso. Come l’iperbole, comunque, la litote è un argomento di direzione: «Il termine menzionato e respinto deve servire da trampolino perché il pensiero prenda la direzione voluta».

Ancora più che l’iperbole, la litote esige che l’uditore conosca un certo numero di dati che lo guideranno nella sua interpretazione.

Ipallage. Figura consistente nello spostare un’attribuzione. Si intende con questo termine il trasferimento operato nei confronti di uno degli elementi di una frase, di ciò che in realtà sembra adattarsi solo ad un altro oggetto, con cui si trova in rapporto.

Ma se questo trasferimento è legittimo e conforme al genio della lingua, rientra nel genere di qualche altra figura, e non lo si deve considerare come una figura particolare; se non è legittimo, va riguardato come un vizio di stile, e non come una figura.

Le sue ossa stanche, è il corpo che è stanco, non le ossa.

Trasferimento di valore grammaticale: dall’aggettivo all’avverbio, come in Votate socialista, da una persona all’altra, come in Li si avrà!

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lazzerimartina9 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Retorica, media e comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) o del prof Muscariello Marta.
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