Filologia romanza
Il termine “filologia” è un latinismo (philologia) che risale al greco “philologhìa” il cui significato è “forma di amore/cura per la parola/discorso” (logos: discorso, parola; philèin: amore, cura).
L’aggettivo “romanza” è invece un francesismo, “romance”, avverbio coniato sull’aggettivo latino “romanicus”, e con cui si intende quindi la filologia delle lingue derivate dal latino.
Nella storia, “filologia” ha assunto più significati: nel senso più ristretto come arte dell’edizione critica dei testi, ossia la disciplina che analizza manoscritti o stampe di un testo per ricostruire la volontà dell’autore, mentre nel senso più esteso come “insieme delle attività che si occupano metodicamente del linguaggio dell’uomo e delle opere d’arte composte in questo linguaggio”, come Auerbach scrisse.
La filologia come studio ed edizione dei testi nasce in età alessandrina (come filologia del testo omerico), quindi intorno al III secolo, in relazione alla Biblioteca di Alessandria che arrivò a contenere tra III e II secolo a.C. migliaia di libri, molti di cui scritti in greco (che si diffonde nel Mediterraneo e oltre i confini della penisola iberica acquistando una funzione veicolare). Inizialmente la Biblioteca era un museo (ossia un tempio dedicato alle muse, quindi un’istituzione religiosa) e nasce come cura del testo omerico poiché arrivarono molte copie di Odissea ed Iliade e nacque il problema di dare un’edizione critica al testo omerico.
La linguistica romanza, invece, come disciplina che si occupa delle lingue e delle letterature neolatine in prospettiva diacronica, nasce nella prima metà dell’Ottocento in Germania e in Francia (affermazione del paradigma storico-comparativo). Nascita e sviluppo sono connessi al Romanticismo, attraverso cui si mette a fuoco la lingua dei documenti e la tradizione linguistica dei popoli.
È proprio a partire dalla linguistica del primo ’800 che viene enunciato in modo scientifico prendendo senso nella teoria e nelle applicazioni il concetto di più lingue che discendono da una sola (come le lingue romanze dal latino) e risale sempre a questo periodo il nuovo impulso dato allo studio dei testi medievali dalla sensibilità romantica per le origini dei popoli europei.
La linguistica dell’Ottocento
La linguistica dell’Ottocento nasce da 3 fattori concomitanti:
- Nuova concezione della lingua dipendente dalle idee filosofiche e dai movimenti culturali impostisi partendo dalla Germania e dal pensiero di Herder, Schiller, Schlegel, Von Humboldt.
Nel 1808 nel libro “Uber die Sprache und Weisheit der Indier” Schlegel fonda la tipologia linguistica, ossia la ricerca di classi di analogie e differenze tra le lingue che permettono di classificarle in tipi distinti e che fu intesa nell’800 come un modo per studiare i rapporti genealogici tra una o più lingue.
La tipologia moderna invece prescinde dalla genealogia ed è invece orientata verso la ricerca delle proprietà comuni a tutte le lingue del mondo, ossia gli “universali linguistici” (ad esempio si possono distinguere lingue in cui l’ordine normale della frase è soggetto-verbo-oggetto e altre in cui è soggetto-oggetto-verbo).
Schlegel parte da un’analisi delle affinità tra sanscrito, latino, greco, persiano e tedesco passando poi ad un esame comparativo di numerose lingue del mondo.
Secondo Schlegel le lingue possono ripartirsi in tre tipi:
- Flessivo, dove le funzioni grammaticali si esprimono con alterazioni della radice (latino “facio”, “io faccio” e “feci”, “io feci”) e con suffissi organici non separabili in maniera evidente e che possono avere più funzioni. Per Schlegel sanscrito e lingue indoeuropee sono di questo tipo e derivano quindi da una matrice comune (per lui il sanscrito stesso) e ogni lingua può evolversi, osservando la tendenza delle lingue europee a diventare “meno flessive” rispetto al sanscrito.
- Isolante, dove si accostano elementi autonomi (ad esempio ad una parola se ne accosta un’altra che esprime il plurale).
- Agglutinanti, dove prefissi e suffissi hanno un valore fisso e rimangono ben distinti.
- Scoperta del sanscrito e delle sue affinità con greco, latino e le principali lingue europee. Alla fine del 700 gli studi su sanscrito e le affinità con greco, latino e altre lingue europee asiatiche condussero all’idea di un’unica lingua antichissima a cui venne dato il nome di “indoeuropeo”. Esempi di lingue europee sono il sanscrito, le lingue iraniche, quelle italiche, quelle celtiche, quelle germaniche, slave ecc.
Anticipazioni riguardanti questa idea erano già anticipate in uno scritto di Boxhorn del 1647 in un opuscolo di Jager, senza però tenere conto del sanscrito, le cui osservazioni più antiche sono in una lettera del 1586 di Sassetti che la definisce un’antica lingua letteraria non più parlata ma studiata in Europa osservando che in esso si trovino “molti de’ nostri nomi” citando ad esempio “Dio” e “serpente”.
Le affinità del sanscrito con le lingue indoeuropee d’Europa diventano un tema degli studi dopo una conferenza del 1786 di Jones, che trattò delle affinità degli indiani con un vasto insieme di popoli nella lingua, nella religione, nell’arte e nell’architettura.
- Creazione di un metodo rigoroso per comparare le lingue tra loro. L’idea secondo cui le lingue tendano ad uno stato di perfezione descrivibile attraverso norme prescrittive, grammatiche e lessicali e che l’evoluzione sia un processo di corruzione e decadenza viene superato per dare spazio al nuovo pensiero linguistico pre-romantico e romantico secondo cui la lingua è espressione dello spirito dei popoli e le sue trasformazioni sono momenti della sua vita nella storia. L’essere nella storia (intesa come il divenire) è quindi una proprietà intrinseca della lingua.
Per comparare le lingue nella storia si erano sempre privilegiate le somiglianze fra le parole, idea abbandonata con la comparazione sistematica delle forme grammaticali nel libro di Franz Bopp del 1816. La base della comparazione nel nuovo metodo è la morfologia, in cui l’analisi dei rapporti sistematici fra le lingue ha lo scopo di dimostrarne l’origine comune e di ricostruirne i tratti della lingua da cui derivano.
Come anche la filologia germanica la nascita della disciplina è connessa all’invenzione del metodo di studio chiamato metodo/paradigma storico-comparativo, che ha rivoluzionato gli studi relativi alla lingua.
Quello delle lingue è un tipo di sapere tipico già dagli antichi, che studiavano approfonditamente le lingue (importanti sono gli studi aristotelici sulla lingua e il mutamento linguistico).
Questo metodo è ricostruttivo ed ha come primo oggetto l’indoeuropeo, che nel corso dell’800 si crederà di poter ricostruire interamente, tanto che Schleicher nel 1868 scrisse una favola in indoeuropeo.
Secondo il paradigma classico la lingua è un organismo in movimento e in cambiamento, dove cambiamento è inteso negativamente come corruzione e perdita. Il tempo danneggia infatti la perfezione della lingua.
L’idea è connessa con l’idea tipica del Medioevo, del 500 e del 600 riguardo l’esistenza di lingue sacre (ebraico, aramaico, greco).
La prima grammatica di metodo storico-comparativo è la Deutsche Grammatik di Jacob Grimm del 1819 ed è dedicata interamente alla morfologia: viene ad esempio presentato uno spoglio di tutte le forme del nome (genere, numero e casi) o dell’aggettivo in gotico e nelle altre lingue germaniche antiche e moderne.
Nella seconda edizione, del 1822 ma che continuerà in altri 3 volumi, viene introdotta la fonetica con uno spoglio completo dei suoni delle lingue germaniche e un’analisi delle corrispondenze sistematiche fra esse e le altre lingue indoeuropee.
La linguistica storico-comparativa nacque quindi nell’ambito di una filosofia della lingua che la pensa in divenire nella storia.
Nel corso del secolo si sviluppa una concezione, sostenuta anche da Schleicher già dal 1846, secondo cui la lingua è pensata come un organismo vivente che si sviluppa secondo leggi proprie, come le specie animali e vegetali.
La realtà della lingua è quindi in divenire perché della stessa natura delle specie viventi: si affermano i concetti di genealogia, parentela linguistica e famiglia linguistica e Schleicher disegna il primo albero genealogico delle lingue europee ancor prima che Haeckel disegnasse il primo albero genealogico del mondo animale.
L’idea secondo cui la regolarità del mutamento linguistico sia interpretabile con leggi nacque con una scuola di linguisti tedeschi che si dissero “neogrammatici”. I principi sono enunciati nell’introduzione di Osthoff e Brugmann al libro “Ricerche morfologiche nel dominio delle lingue indogermaniche” del 1878: la base di partenza è l’idea che “il meccanismo del linguaggio umano” non è solo fisico ma anche psicologico e va studiato nel funzionamento osservabile nelle lingue vive che dimostra che il sistema fonetico è coerente nell’ambito di uno stesso dialetto (mentre l’osservazione delle fasi antiche potrebbero dare l’idea di evoluzioni irregolari).
- Il primo principio “neogrammaticale” è che ogni mutamento fonetico fino a dove procede meccanicamente si compie secondo leggi ineccepibili obbedendo quindi ad una legge fonetica, a condizione che si resti all’interno della stessa lingua o dialetto (quindi salvo che subentri una scissione dialettale).
Facendo degli esempi, in francese “a” tonica latina diviene “e” quando era in sillaba libera, ossia in finale di sillaba, come in “mare>mer” e questa è una legge fonetica. Guardando tuttavia “cane>chien”, questa non è un’eccezione ma dipende da un’altra legge fonetica per cui la stessa “a” diviene “ie” dopo un suono palatale. Tale suono palatale dipende da un mutamento precedente per cui in francese “ca” latino, iniziale o dopo consonante, è divenuto “cha” e poi “sh” come per “campu>champ”.
Si possono trarre deduzioni di cronologia relativa: le leggi fonetiche operano in un tempo determinato.
- Il secondo principio è che i mutamenti irregolari rispetto alle leggi fonetiche possono prodursi per il meccanismo psicologico dell’analogia, ossia la tendenza a uniformare forme che si sentono collegate fra loro, e tale tendenza è molto forte ad esempio nelle coniugazioni verbali.
Ascoli
Linguista dalle vastissime competenze, scrisse diversi lavori di dialettologia scientifica nei primi volumi dell’“Archivio glottologico italiano” da lui fondato. Nel primo, “Saggi ladini”, afferma che sotto alla denominazione “favella ladina”/“dialetti ladini” si intenda l’unità di un sistema di lingue non più unito territorialmente ma diviso in tre aree:
- Dialetti romanzi del Canton Grigioni (ladino occidentale).
- Dialetti dell’area dolomitica (ladino centrale).
- Dialetti del Friuli (ladino orientale/friulano).
Nel secondo saggio identifica un sistema di parlate intermedio fra provenzale e francese, il francoprovenzale, la cui unità non fu mai riconosciuta.
Il criterio con cui identifica un sistema dialettale consiste nell’individuazione di concordanze in tratti fonetici caratteristici, ossia in particolari esiti fonetici dei suoni del latino: nel caso del francoprovenzale il tratto considerato è l’esito di “a” latina tonica e atona, caratteristico del francoprovenzale rispetto al francese e al provenzale.
I tratti unificanti delle varietà ladine più caratteristici sono fenomeni di conservazione rispetto alle varietà dialettali italiane: uno è la conservazione dei nessi iniziali latini di consonante seguita da L, come ad esempio “flamma>flomma/flamma,flame” contro il tipo italiano “fiamma”, mentre un altro è la conservazione di -s finale latina nel plurale dei nomi, come ad esempio “manus>mans” e nella coniugazione dei verbi, come ad esempio “pausas>pauses”.
Nonostante il concetto di legge fonetica presupponga che non subentri una scissione dialettale, Ascoli utilizza delle leggi fonetiche relative al mutamento dal latino per definire come gruppo dialettale un insieme di dialetti in cui queste si verificano congiuntamente: sia nel caso del ladino che in quello del francoprovenzale l’unità dialettale individuata non corrisponde ad una identità politica storica o letteraria ma è puramente linguistica.
Il linguista Meyer osservò che non è possibile definire un dialetto o un gruppo di dialetti sulla base di tratti linguistici come quelli usati da Ascoli poiché ogni tratto ha un’estensione propria e diversa dagli altri e la scelta di alcuni piuttosto che altri è arbitraria, quindi un dialetto così individuato sarebbe una costruzione artificiale.
Ascoli rispose ribadendo che l’essenziale non sia il singolo tratto ma il convergere di più tratti insieme in una stessa area.
Schuchardt
Negli anni 1866-1868 è pubblicata l’opera di Schuchardt “Il sistema vocalico del latino volgare” che affronta con un metodo nuovo il problema del latino da cui derivano le lingue romanze.
Nell’impostazione storico-comparativa i tratti di questo latino, definito come latino popolare e che da lui in poi si chiamerà latino volgare, vennero individuati mediante la ricostruzione mentre Schuchardt esamina e classifica una vasta documentazione latina anteriore al 700 circa, iscrizioni, documenti e testi, studiandone le grafie per valutare in che modo rappresentino la pronuncia. Il materiale raccolto è però eterogeneo e confuso poiché contiene tutte le possibili variazioni occasionali e individuali apparse e scomparse, e ciò dimostra che per capire l’evoluzione del mutamento linguistico non si può fare a meno della ricostruzione.
L’osservazione di Schuchardt è che le diverse varietà linguistiche non siano isolate ma che si trapassino e influenzano a vicenda: si tratta di quella che Schmidt chiamerà la “teoria delle onde”, per cui il mutamento linguistico debba essere considerato non solo verticalmente, quindi come effetto di innovazioni nel tempo in una lingua chiusa, ma anche orizzontalmente, per cui le innovazioni si trasmettono da una lingua o da una varietà locale all’altra.
Ruolo della scrittura
La maggior parte delle lingue parlate nella storia dell’umanità non ha mai avuto una forma scritta.
Nel corso dei secoli la scrittura ha assunto un ruolo sempre più importante ed è stato l’elemento più considerato nella descrizione grammaticale.
La scrittura è un mezzo di rappresentazione visiva della lingua, con caratteri di vario tipo che possono rappresentare una parola, un concetto (ideogramma), una sillaba (scrittura sillabica), un fonema e un suono (scrittura alfabetica). Gli elementi della scrittura si dicono grafemi.
La geografia linguistica
Con l’atlante linguistico di Gilliéron (“Atlas linguistique de la France”) la dimensione geografica ha acquistato importanza nello studio delle lingue. Gilliéron scelse 639 località per svolgere l’indagine linguistica (in particolare scelse piccoli centri dove il dialetto era ancora vivo) con l’idea di raccogliere i dati (ad esempio su come si dice “ape” o piccole frasi).
Scelse inoltre un solo raccoglitore (Edmont), un linguista dilettante che aveva redatto un dizionario del dialetto del proprio paese e aveva una notevole sensibilità acustica per evitare l’interferenza di pregiudizi.
Attraverso l’atlante Gilliéron impose il principio della ricerca sul terreno e mise a punto un metodo d’indagine.
Replicando ad una recensione di Thomas sostenne inoltre che i dati rilevati in sincronia (contemporaneità) nello spazio possono essere interpretati proiettandoli in diacronia (indietro nel tempo).
In questi saggi viene ricostruita una storia di parole: le leggi fonetiche sono per Gilliéron un metodo di rappresentazione storica insufficiente perché si limitano a descrivere il dato iniziale e il risultato finale mentre ciò che conta maggiormente è la storia dei rapporti in cui ogni parola si è trovata con le altre.
Un metodo per interpretare la distribuzione geografica dei fatti linguistici per trarne deduzioni sulla cronologia è dato dalle norme areali di Bartoli che riguardano la cronologia relativa: sono criteri per determinare quale sia la più antica tra più forme che compaiono nelle lingue romanze a fronte di una forma latina, ma non sono assolute e descrivono solo quello che avviene nella maggioranza dei casi. Sono importanti poiché chiamate in causa anche in campi diversi, come quello della tradizione manoscritta di opere tramandate da molte copie, come criterio per riconoscere più antica la lezione dei codici prodotti in alcune aree geografiche rispetto a quella dei codici prodotti in altre.
Le norme areali sono articolate in scala, quindi la seconda vale se non vale la prima ecc.:
- Norma dell’area isolata: tra due forme generalmente la più antica è quella in uso nell’area più isolata in quanto meno esposta alle comunicazioni.
Esempio: la Sardegna conserva i derivati del latino “equa” mentre la Toscana ha l’esito di “caballa”.
- Norma delle “aree laterali”: tra due forme generalmente la più antica è quella in uso nell’area laterale che in quella centrale.
Esempio: gli esiti di “equa” sono nelle lingue iberiche e in romeno, mentre gli esiti di “caballa” sono invece in Italia.
- Norma dell’area maggiore: tra due forme generalmente la più antica è quella in uso nell’area di maggiore estensione.
Esempio: nelle lingue galloromanze, in Ital
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