“Il mondo in questione” - P. Jedlowski
Cap. 1 – Le origini del pensiero sociologico
Jedlowski definisce la sociologia come l’insieme di discorsi e di pratiche di ricerca che hanno per oggetto le relazioni e le istituzioni umane. Tuttavia, i diversi sociologi hanno inteso la sociologia in modi molto diversi tra loro, quindi non le si può dare una definizione univoca.
Tali differenze non possono essere eliminate, ma si può dire che tutte le definizioni di sociologia hanno in comune il fine di promuovere costantemente l’auto-comprensione della società.
→ Sociologia intesa come disciplina autonoma nasce nell’età moderna.
Per gli storici, l’avvento dell’età moderna si fa risalire convenzionalmente al 1492, anno della scoperta dell’America.
Per la storia europea, infatti, questa data segna un enorme allargamento degli orizzonti, dando il via a conquiste, commerci, sviluppi economici e scoperte scientifiche mai visti prima.
Prospettiva dei sociologi: inizio della modernità intesa come cambiamento radicale percepito dalle persone del tempo → II metà del 1700. Tuttavia, la gente del tempo non era ancora consapevole di vivere in un’epoca di svolta.
Rivoluzione francese e rivoluzione industriale
Rivoluzione industriale (rivoluzione economico-tecnologica) - avvio del processo di industrializzazione che ebbe luogo in Inghilterra in quel periodo. Nonostante tale processo sia stato graduale, viene definito “rivoluzione” perché ha indubbiamente cambiato la storia degli uomini, introducendo un nuovo modo di produrre (modo di produzione industriale o capitalistico) capace di accrescere sempre di più la produzione e quindi introducendo le prime forme di idea di “progresso”.
Rivoluzione francese (rivoluzione politico-istituzionale) - delegittimazione del potere feudale;
- Nuovo tipo di legittimazione del potere: la società civile deve dare consenso a leggi stabilite razionalmente e può eleggere liberamente i propri rappresentati, a cui poi dovrà obbedire;
- Nasce l’idea che tutti gli uomini debbano avere gli stessi diritti;
- Rivoluzioni politiche: nasce l’idea di normalità del cambiamento.
La concomitanza di questi due eventi e di quelli che successivamente sono stati ispirati da essi, rappresentò un’accelerazione della storia. Essendo la storia in continuo mutamento, lo è anche la società, che non può più essere data per scontata e ne va studiato il cambiamento.
È in questo periodo inoltre che si sviluppa il concetto di scienza come insieme di strategie conoscitive in cui l’osservazione metodica, unita all’applicazione di procedimenti logici di tipo razionale, mira alla scoperta di regolarità universali che riguardano i fenomeni studiati.
Prima della modernità, la verità era riservata al sapere assoluto ed eterno di Dio, e dunque poteva derivare solo dalla religione e dalla riflessione filosofica.
L’idea scientifica secondo cui il mondo naturale sia osservabile e descrivibile razionalmente viene trasmessa al contesto della società dall’Illuminismo.
Illuminismo = movimento culturale caratteristico del 1700 secondo cui il mondo umano è un mondo storico, e quindi si dirige sempre verso il progresso. Un ruolo centrale in questo senso ha la ragione, che si afferma sia come principio di dialogo tra le diverse parti della società, che di critica nei confronti dei principi divini e tradizionali.
Filosofia essenzialmente borghese, espressione della nuova classe in ascesa.
→ Secondo il pensiero illuminista società = mondo dotato di proprie leggi che possono essere conosciute e ritrasformate secondo ragione.
Dunque, per Jedlowski, se la sociologia va intesa come un’insieme di discorsi “scientifici” sulla società, le sue origini vanno rintracciate nell’Illuminismo.
August Comte fu il primo a usare il termine “sociologia”, ma ciò non fa di lui il primo sociologo.
Su questa questione, il dibattito è aperto. Jedlowski, sulla scia di Durkheim, ritiene che sia stato Montesquieu, poiché nelle “Lettere persiane” e ne “Lo spirito delle leggi”, osserva la verità delle istituzioni umane provando a spiegarle e manifesta quell’atteggiamento di curiosità sociologica che lo porta a constatare la differenza e la relatività dei mondi sociali, desiderando di conoscerne le cause.
Un altro movimento decisivo in questi termini è l’Empirismo, anch’esso sviluppatosi nel 1700, ma soprattutto in Inghilterra e in Scozia, in parallelo all’Illuminismo.
Esso condivide con l’Illuminismo lo stesso atteggiamento critico nei confronti dei dogmi, ma si mostra estremamente scettico nel constatare che la ragione possa venire a capo di tutta la realtà. Tra gli empiristi che manifestano tale atteggiamento ricordiamo:
- Adam Ferguson, secondo il quale il mondo sociale è il risultato dell’interazione di tutti gli uomini e non di un disegno individuale prestabilito.
- Adam Smith, che ritiene che la società appaia come un insieme regolato, mentre non lo è, grazie al mercato. Smith è famoso per il contributo che ha dato all’economia politica, verso la quale spesso la sociologia si è dimostrata critica, ma i temi della divisione armonica del lavoro e dall’autoregolazione della società da lui elaborati sono alcuni dei temi fondamentali della riflessione sociologica.
Smith infatti sostiene che la ricchezza di una nazione dipenda dalla sua capacità di produrre e che la sua capacità di produrre dipenda dal grado raggiunto di divisione del lavoro, ossia quel processo che comporta la specializzazione di ciascuno in una determinata attività e che quindi accresce la capacità produttive della collettività. Più aumenta la divisione del lavoro, più i membri della società sono dipendenti gli uni dagli altri, e quindi si scambiano i prodotti tra loro. Questo sistema di scambi viene regolato dal mercato, un’istituzione sociale che regola il tutto attraverso la definizione dei prezzi.
[Il mercato, tuttavia, non è l’unica forma di regolazione degli scambi sociali ed economici e la sua costruzione, essendo un’istituzione sociale, non può essere presupposta come “naturale”.]
Cap. 3 – Karl Marx
Il nome di Karl Marx è spesso associato all’idea di comunismo. Tuttavia, Marx non ha inventato il comunismo ma, se per società comunista s’intende una futura società senza classi, il suo pensiero è stato decisivo in questo senso.
Anche se non si sarebbe mai e poi mai definito un sociologo, la sua opera è stata molto importante per il pensiero sociologico, in quanto il suo principale oggetto di riflessione è il movimento generale della società sorta con la Rivoluzione Industriale; riflessione compiuta attraverso la critica dell’economia politica.
Cenni biografici
- Nasce a Treviri nel 1818, in Germania;
- Studia filosofia a Berlino e lavora come giornalista per la “Gazzetta Renana”, scrivendo una serie di articoli sulla condizione dei lavoratori nella regione;
- La rivista viene soppressa per il suo atteggiamento radicale e così si trasferisce a Parigi, dove conosce Friedrich Engels, che sarà suo amico per tutta la vita;
- Viene espulso da Parigi per la sua attività intellettuale e politica, stabilendosi a Bruxelles, dove entra in contatto con diverse associazioni operaie e scrive il “Manifesto del Partito comunista”;
- Fine dei moti rivoluzionari del 1848 → Trasferimento a Londra con la famiglia, dove visse in estrema miseria e morì nel 1883.
Opere principali
- Il Capitale;
- Manifesto del Partito comunista (1848), scritto con Engels;
- Per la critica dell’economia politica;
- L’ideologia tedesca, scritto con Engels e pubblicato postumo.
All’inizio della sua vita intellettuale, Marx è un filosofo hegeliano, in particolare appartenente alla corrente della cosiddetta “sinistra hegeliana”. L’influenza di Hegel si sente particolarmente per quanto riguarda i seguenti concetti:
- Dialettica (“dialogo”, “discorso fra diversi soggetti”) = termine hegeliano che indica il movimento del pensiero e della realtà. La dialettica di cui parla Hegel è triadica, in quanto basata su tre momenti:
- Affermazione (tesi);
- Negazione dell’affermazione (antitesi);
- Superamento di entrambe (sintesi).
Sia Marx che Hegel convergono sull’idea che la storia sia dialettica.
- Superamento = terzo momento della dialettica, che comporta a sua volta l’insieme di altri tre momenti:
- Conservare;
- Far scomparire;
- Portare a un livello superiore.
Quando Marx parla di un superamento della società capitalistica, intende dire che essa produce delle contraddizioni al suo interno che conducono necessariamente a qualcosa che conserva gli sviluppi della società capitalistica, per poi farli scomparire sintetizzandoli in una nuova formazione “di livello superiore”, ossia il comunismo.
- Alienazione
Altro termine hegeliano, su cui però Marx e Hegel presentano due punti di vista diversi.
→ Hegel alienazione = “negazione” del soggetto (ossia l’oggetto prodotto dal soggetto). Dunque, essa è un aspetto dell’oggettivazione, che è un elemento essenziale della vita umana.
L’alienazione può essere superata attraverso l’autocoscienza dell’uomo, che riconosce l’oggetto come proprio prodotto, riappropriandosene in automatico.
→ Marx alienazione ≠ oggettivazione.
Concorda con Hegel sul fatto che l’oggettivazione sia un elemento essenziale della vita umana, ma ritiene che l’alienazione avvenga solo in una condizione di sfruttamento di un uomo da parte di un altro uomo. Senza sfruttamento non c’è alienazione, poiché il lavoro è alienato quando il soggetto produttore non ha il possesso del proprio prodotto.
La riappropriazione non si risolve con la coscienza, ma deve essere causata da un’azione pratica, una rivoluzione.
Marx, così, finisce per opporsi alla visione idealista della storia, a favore del materialismo storico (o dialettico) = modo di pensare che parte dall’analisi delle condizioni materiali degli uomini.
“Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.”
[Da “Critica all’economia politica”]
Marx definisce la storia dell’umanità come progressivo cambiamento dei modi di produzione, che costituiscono la base materiale di ogni società, ciò che egli definisce “struttura”.
Le istituzioni giuridiche e le rappresentazioni morali, religiose e filosofiche costituiscono invece la cosiddetta “sovrastruttura”; dipendono, cioè, direttamente dalle modificazioni della struttura, pur incidendo a loro volta sul decorso e sulla forma delle lotte storiche.
Modo di produzione = insieme storicamente determinato di forze produttive (o mezzi di produzione: materie, strumenti, tecniche adottate per la produzione) e di rapporti sociali di produzione.
Nel criticare l’economia politica, Marx intende “indagare il modo capitalistico di produzione e i rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono”.
[Il Capitale]
Modo di produzione capitalistico = modo di produzione emerso dalla rivoluzione industriale; dunque il modo di produzione moderno.
* Nel modo capitalistico di produzione, l’industria è essenziale, ma i due elementi non hanno lo stesso significato, in quanto nel modo capitalistico di produzione sono contenuti i caratteri specifici dei rapporti sociali *
“Capitalismo” = società la cui struttura è fornita dal modo capitalistico di produzione.
Il termine “capitalistico” sottintende che questo modo di produzione sia basato sul capitale.
Ma cos’è il capitale?
Secondo Marx, capitale = lavoro accumulato utilizzato nella produzione, assieme alla forza-lavoro dei salariati, per ottenere profitto attraverso lo sfruttamento di questi ultimi.
(Lavoro accumulato = materie prime – strumenti di lavoro – mezzi di sussistenza)
Questo lavoro accumulato diventa capitale solo in una specifica condizione di rapporti sociali, dove entrano in relazione individui proprietari dei mezzi di produzione (capitalisti) e individui che non possiedono i mezzi di produzione, ma hanno da offrire la loro forza-lavoro (proletari).
Questo rapporto tra proletari e capitalisti è mediato dal denaro: infatti, la forza-lavoro è una merce che viene venduta al capitalista a un certo prezzo, detto salario, che corrisponde al costo dei beni necessari alla sussistenza e alla riproduzione fisica dell’operaio, in quanto il prezzo di una merce è definito da ciò che è necessario per produrla.
Il lavoro che egli realizza, però, genera in realtà un valore superiore a quello corrispondente al salario e a tutti i mezzi di produzione impiegati. Questo valore superiore è il plusvalore generato dal pluslavoro dell’operaio ed è in esso che risiede il profitto del capitalista.
Per comprendere bene il funzionamento di questo modo di produzione, bisogna capire il concetto marxiano di merce. Infatti, tutti i beni economici che partecipano a questo sistema sono merci, perché finalizzati alla vendita sul mercato.
Ogni merce ha un carattere duplice:
- Carattere qualitativo, ossia la capacità di soddisfare bisogni umani (valore d’uso);
- Carattere quantitativo, che si misura in termini di tempo di lavoro socialmente necessario alla sua produzione (valore di scambio).
Esso si esprime nel prezzo della merce stessa.
Il lavoro, dunque, è al contempo concreto (perché produce merci) e astratto (perché attribuisce a tali merci un valore).
Logica precapitalistica ≠ Logica capitalistica.
(Circolazione semplice M-D-M) (formula D-M-D1)
Denaro-merce-più denaro.
Merce-denaro-merce. Il venditore possiede una merce (M) e decide di venderla per ricavare denaro (D). Utilizza tale denaro, poi, per l’acquisto di un’altra merce (M).
Il capitalista possiede un certo ammontare di denaro (D), che investe acquistando merci (materie prime, strumenti di produzione e forza-lavoro) (M) con cui produce nuove merci che, una volta vendute sul mercato, si trasformano in un ammontare di denaro maggiore di quello di cui disponeva all’inizio (D1).
Quindi i due estremi M hanno la stessa forma economica e lo stesso valore di scambio, ma hanno un valore d’uso diverso.
Quindi tra i due estremi D e D1 c’è una differenza di quantità: D1 = D + ΔD, dove ΔD è il plusvalore.
Lo scopo di questa logica è di conseguenza il consumo, che si pone come fine della circolazione.
Lo scopo di questa logica è di conseguenza il valore di scambio, la trasformazione di denaro in capitale.
Inoltre, essa non finisce mai, in quanto il capitalista cercherà sempre di accumulare più denaro.
Quindi, il denaro diventa capitale attraverso il movimento D-M-D1, con la produzione di plusvalore, che deriva dal consumo della forza-lavoro, ossia dell’unica merce il cui valore d’uso è la facoltà stessa di produrre valore.
L’economia politica tende a dividere il capitale in fisso e variabile, in base alla sua resistenza. Marx invece lo divide tra costante e variabile, secondo il fatto che abbia o meno la capacità di alterare la produzione di valore.
Capitale costante = materie prime, macchinari ecc.
Capitale variabile = forza-lavoro.
//Ogni società della storia è sempre stata caratterizzata dalla presenza di classi.
Classe = insieme di individui che si trovano nella stessa posizione all’interno dei rapporti di produzione tipici di un dato modo di produzione. (classe in sé)
Le classi, collocate quindi in posizioni diverse, hanno anche interessi diversi ed entrano in conflitto per la definizione del potere all’interno della società (lotta di classe).
→ Modo di produzione capitalistico: 2 classi principali:
- Borghesia → capitalisti;
- Proletariato → lavoratori salariati.
Gli interessi della borghesia e del proletariato sono antagonistici:
- Interesse della borghesia → sfruttare il più liberamente possibile la forza lavoro;
- Interesse del proletariato → liberarsi dallo sfruttamento.
Alla definizione di classe in sé, Marx affianca la definizione di classe per sé, ossia la classe in senso pieno → classe = soggetto collettivo capace di intraprendere azioni congruenti ai propri interessi, elaborando dunque strategie politiche.
[-Dunque, se la classe in sé è data dall’immediata collocazione di individui nei rapporti di produzione, essa diventa classe per sé quando si realizza nella sua capacità di sviluppare un’azione collettiva per soddisfare i suoi interessi.-]
//Prima è stato sottolineato come la visione di Marx si opponga a quella idealista. Ma cosa si intende, esattamente, per idealista?
Ideologia = insieme di proporzioni che rappresentano il mondo in modo parzialmente falsificato, occultando le sue condizioni reali.
Il modo più tipico in cui si manifesta, è quello in cui le condizioni sociali contemporanee vengono viste come condizioni eterne, e quindi vengono giustificate. L’ideologia, dunque, immobilizza la storia. Essa è infatti la forma di pensiero tipica delle classi dominanti di una società, il cui scopo è appunto quello di occultare le contraddizioni che costituiscono il momento negativo della dialettica st
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