Alessitimia: valutazione e trattamento
Testo di: Caretti, V. & La Barbera, D.
Definizione e valutazione
L’alessitimia è un termine introdotto negli anni ’70 da Peter Sifneos, dell’Università di Boston. Questo termine ricercato deriva dalle parole greche a, che vuol dire assenza, lexis, linguaggio, e thymos, emozione, e che quindi letteralmente significa mancanza di parole per le emozioni.
Le caratteristiche osservate nei soggetti alessitimici sono:
- Difficoltà nell’identificare i sentimenti;
- Difficoltà nel descrivere i sentimenti;
- Difficoltà nel distinguere gli stati affettivi soggettivi dalle componenti somatiche di queste emozioni;
- Ridotti processi immaginativi;
- Stile cognitivo concreto, pratico e orientato all’esterno;
- Tendenza al conformismo sociale.
Per comprendere il nucleo basilare del costrutto di alessitimia è fondamentale riconoscere la distinzione fra i termini emozioni e sentimenti. Le emozioni sono fenomeni biologici innati, geneticamente programmati, funzionali alla sopravvivenza della specie. Questi fenomeni sono mediati dai sistemi subcorticali e limbici.
Le emozioni sono in sostanza la componente biologica dell’affetto. I sentimenti sono invece fenomeni psicologici individuali molto più complessi, in quanto implicano l’elaborazione cognitiva e il vissuto soggettivo. Questi sono quindi la componente psicologica dell’affetto. Tali fenomeni sono mediati dai sistemi neocorticali.
L’alessitimia non indica pertanto individui senza emozioni, che sarebbe impossibile, ma soggetti che non riescono a elaborare le emozioni a livello psicologico trasformandole in affetti.
Si tratta di una condizione a lungo valutata con interviste semistrutturate come la Beth Israel Hospital Psychosomatic Questionnaire, uno strumento proposto da Peter Sifneos, e l’Alexithymia Provoked Response Questionnaire. Entrambi gli strumenti presentano però dei limiti, in quanto sono interviste che dipendono dall’esaminatore.
Per superare i limiti di questi strumenti, un gruppo di ricerca guidato da Graeme Taylor, il gruppo di Toronto, ha elaborato la Toronto Alexithymia Scale. Si tratta di un questionario autosomministrato, che inizialmente era composto da 41 item e che in seguito è stato ridotto a 20 item.
Lo strumento valuta la presenza di caratteristiche alessitimiche considerando tre fattori: la difficoltà nell’identificare i sentimenti, la difficoltà nel comunicare i sentimenti agli altri e il pensiero orientato all’esterno. Il questionario si basa su una scala Likert a 5 punti, e al soggetto viene chiesto di fornire una risposta su quanto d’accordo o no con ogni affermazione del questionario.
Si possono ottenere punteggi tra un minimo di 20 e un massimo di 100. Sono considerati non alessitimici soggetti che ottengono punteggi inferiori a 51; borderline, soggetti che ottengono punteggi tra 51 e 60; alessitimici, soggetti che ottengono punteggi superiori a 60.
È importante precisare che, nonostante l’utilità dello strumento, si tratta sempre di un test di autovalutazione che richiede una qualche capacità di introspezione psicologica che negli alessitimici è molto deficitaria. Per questo motivo, il gruppo di Toronto ha sviluppato recentemente un’intervista semistrutturata, la Toronto Structured Interview for Alexithymia.
In questa intervista vengono poste al soggetto 24 domande che vanno a indagare la presenza di alessitimia sulla base di 4 fattori: difficoltà a identificare i sentimenti; difficoltà a descrivere i sentimenti; pensiero orientato all’esterno e ridotti processi immaginativi. Il soggetto è invitato a fornire per ogni risposta un ricordo o un episodio della propria vita che possa esemplificare quanto ha affermato.
In questo modo si possono evidenziare aspetti inconsapevoli e distorsioni cognitive che non possono essere rilevate dai questionari. Questo strumento ha dimostrato una buona validità e attendibilità, e oggi è molto impiegato.
Si consiglia comunque di non usare solamente uno strumento per raccogliere informazioni sull’alessitimia, ma di utilizzare un approccio multi-metodologico, impiegando altri strumenti, tra cui anche i test proiettivi come il Rorschach e il TAT. L’utilizzo dei test proiettivi fornisce informazioni utili sulle rappresentazioni del Sé e dell’oggetto, e degli schemi di attaccamento, che sono tutti aspetti che nell’alessitimico sembrano essere deficitari.
Modifiche del costrutto
L’alessitimia è un costrutto che nasce in campo psicosomatico, precisamente dall’osservazione di pazienti affetti da patologie mediche che per lungo tempo sono state considerate le classiche malattie psicosomatiche: asma, colite ulcerosa, l’eczema e così via.
Questo costrutto però nel corso del tempo si è evoluto, ampliato e modificato, grazie in particolare al gruppo di Toronto. Negli ultimi 30 anni la definizione di cosa sia una malattia psicosomatica è profondamente cambiata e oggi si ritiene che non esistano malattie psicosomatiche ma fattori psicosociali che hanno un peso differente in certi individui, indipendentemente dal tipo di patologia medica.
Agli inizi degli anni ’90 il gruppo di Toronto parla dell’alessitimia come di un potenziale paradigma per la medicina psicosomatica. A fine anni ’90 il gruppo di Toronto pubblica un libro in cui la prospettiva cambia radicalmente e si apre la possibilità di indagare l’alessitimia indipendentemente dai cosiddetti disturbi psicosomatici.
Il gruppo di Toronto riconosce inoltre che l’alessitimia non è una caratteristica tipica di alcune malattie specifiche considerate psicosomatiche, ma è un elemento che si può individuare in molte malattie mediche e psichiatriche. Studi recenti hanno infatti dimostrato la presenza di caratteristiche alessitimiche in malattie mediche come quelle cardiovascolari, gastrointestinali, respiratorie, dermatologiche e psichiche, come i disordini alimentari, i disturbi da dipendenza, i disturbi di ansia, i disturbi dissociativi e i disturbi affettivi.
Secondo alcuni l’alessitimia non dovrebbe essere considerata necessariamente una sindrome patologica, ma bensì un tratto più o meno stabile di personalità che interagisce con gli eventi stressanti predisponendo il soggetto in modo aspecifico verso la somatizzazione e lo sviluppo di malattie psichiche e mediche.
L’alessitimia potrebbe essere inserita in un continuum dimensionale: in cui a un estremo andrebbero collocate le situazioni più gravi e meno trattabili come l’anedonia, incapacità di provare piacere tipica dei pazienti depressi, e l’anaffettività, incapacità di provare le emozioni, riscontrata soprattutto nei pazienti psicotici; mentre all’altro estremo andrebbero collocate le situazioni meno gravi e problematiche come l’alessitimia, che riguarda una difficoltà nel comprendere e comunicare le emozioni e l’inibizione sull’espressione delle emozioni.
L’alessitimia viene considerata dal gruppo di Taylor come un fenomeno legato alla disregolazione affettiva. La regolazione affettiva è la capacità di tollerare gli affetti negativi bilanciandoli con quelli positivi, in modo autonomo, ossia senza ricorrere in modo esclusivo a oggetti esterni o acting comportamentali. L’alessitimia può essere quindi concepita come disturbo della regolazione degli affetti.
Origine dell’alessitimia
Sulla genesi dell’alessitimia sono state proposte varie teorie. Diversi autori concordano nel riconoscere il ruolo delle prime relazioni madre-bambino nello sviluppo affettivo. Un normale sviluppo affettivo ha luogo quando i genitori sono capaci di leggere gli indizi affettivi del bambino e di regolare questi stati.
Winnicott fu uno dei primi a riconoscere la funzione essenziale di regolazione svolta dalla madre. Winnicott parla di preoccupazione materna primaria, uno stato fisiologico di regressione che è utile per l’accudimento del figlio. Una madre sufficientemente buona è in grado di percepire empaticamente le esigenze del neonato, rispondendo adeguatamente.
Il modo in cui il bambino è accudito da un punto di vista fisico, assieme all’atteggiamento della madre quando lo tiene in braccio, favoriscono lo sviluppo di un Sé allo stesso tempo psichico e somatico, cioè di un senso di esistenza nel proprio corpo, processo che Winnicott definisce integrazione psicosomatica.
Quando l’ambiente non risulta adeguato a svolgere queste funzioni, l’esperienza corporea del bambino non sarà ben integrata nel Sé e risulterà difettosa la possibilità di elaborazione mentale dell’esperienza. Questo impedirà al bambino di appropriarsi psicologicamente del proprio corpo, favorendo l’instaurarsi di disturbi fisici.
In uno simile stato, infatti, le sensazioni somatiche non vengono elaborate e rappresentate simbolicamente in modo adeguato, per cui l’attività psichica tende a diventare qualcosa di separato dall’esperienza corporea.
Un altro contributo importante viene dalla psicologia del Sé e in particolare da Kohut. Kohut ha introdotto il concetto di oggetto-Sé, inteso come un oggetto del mondo esterno che viene percepito come parte del Sé e utilizzato per regolare funzioni psicologiche vitali, come l’autostima. Questa funzione è svolta dai genitori, i quali, attraverso la propria capacità empatica, rispondono alle esigenze corporee e mentali del bambino ripristinando il suo equilibrio omeostatico.
Nel caso invece di un fallimento cronico della capacità empatica della madre si viene a formare un Sé danneggiato, incapace di usare adeguatamente gli oggetti-Sé.
Un modello molto utile per interpretare i fenomeni alessitimici è la Teoria del codice multiplo proposta da Wilma Bucci. Secondo questa teoria, esistono tre modalità fondamentali di elaborazione delle informazioni: il modo subsimbolico non verbale, il modo simbolico non verbale e il modo simbolico verbale.
L’elaborazione subsimbolica non verbale riguarda tutti quegli stimoli non verbali che vengono processati in parallelo; l’elaborazione simbolica non verbale riguarda invece quelle immagini mentali, un volto, una musica, che, pur presenti nella coscienza, non possono essere tradotte in parole; la modalità simbolica verbale, infine, riguarda tutti quegli stimoli che possono essere verbalizzati, per mezzo del linguaggio.
Queste tre modalità di elaborazione delle informazioni sono profondamente interconnesse per mezzo di un processo che viene definito attività referenziale. Nei soggetti alessitimici, vi è scarsa connessione referenziale tra processi non simbolici ed elaborazione verbale, in conseguenza di un arresto dello sviluppo oppure per una disconnessione secondaria a esperienze traumatiche.
Quindi, in sostanza, in questi casi, non solo mancano le parole per le emozioni ma il paziente è privo di simboli per i suoi stati somatici.
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