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Individui e contesti in psicologia di comunità

Capitolo 1

Paragrafo 1

La Human Ecology inizia a svilupparsi nella Scuola di Chicago all’inizio del XX secolo ed è una delle principali correnti che ha approfondito il tema del rapporto tra ambiente e gruppi umani.

È all’interno di questo clima culturale sociale che si sviluppa il concetto di “comunità locale”, a indicare un’idea di comunità che assume una propria specificità attraverso la sua collocazione geografico-territoriale.

Questo concetto permette di prefigurare l’esistenza di un contesto concreto all’interno del quale assumono forme specifiche i legami sociali e le relazioni interpersonali e questi acquistano oggi valore come elementi in grado di permettere la conservazione di un tessuto sociale, di accrescere il capitale sociale e di contribuire a sviluppare forme di convivenza e partecipazione contraddistinte da solidarietà, fiducia e tolleranza.

Le relazioni spazio-temporali sono fondamentali per la produzione e la riproduzione della vita sociale (Goffman 1959).

Oggi grazie allo sviluppo dei mezzi di comunicazione e di trasporto si costruiscono relazioni sociali e interpersonali che sono spesso dislocate territorialmente ma, nonostante ciò, resta pur sempre rilevante il rapporto con l’ambiente fisico.

Lo sviluppo economico prodotto dalla Rivoluzione industriale è alla base dei processi di urbanizzazione che, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, vedono uno sviluppo considerevole.

Oggi lo spazio urbano non è descrivibile solo in termini di strutture e di organizzazione spaziale, la città trasforma ed è trasformata dagli utilizzi che ne fanno le persone, dalle dinamiche sociali e relazionali, come luogo depositario di oggetti simbolici rilevanti per l’identità del singolo e della comunità.

Gasparini = lo spazio, la sua organizzazione globale, ma anche i suoi specifici elementi contengono una profonda articolazione di simboli. I simboli possono avere un significato individuale se ricondotti alla storia del singolo individuo, ma in generale la costruzione del simbolo, e del significato che esso sottende, ha una costruzione e una origine sociale e culturale.

La condivisione di simboli e archetipi unisce chi si riconosce in quella cultura e in quel contesto e contribuisce a rinforzare la coesione dell’in-group, con il rischio però di assumere le forme di una comunità chiusa all’esterno o di generare alienazione o anomia nei soggetti che in quei rituali non si riconoscono.

Approfondimenti

1. La scuola ecologica di Chicago

L’ecologia è la scienza che studia le relazioni tra gli organismi viventi e il loro ambiente, nasce come disciplina scientifica nel 1895 ispirando profondamente la Human Ecology che si sviluppa all’interno del dipartimento di sociologia dell’università di Chicago intorno agli anni venti-trenta grazie soprattutto a Robert E. Park.

Saranno i padri della sociologia contemporanea Durkheim, Simmel e Weber che distingueranno la specificità dei fenomeni sociali, culturali e morali da quelli naturali, rivendicando l’autonomia delle rispettive aree disciplinari.

Park lascia il giornalismo per passare ad uno studio più sistematico dei problemi della città. Giunge nel 1914 al dipartimento di sociologia dell’università di Chicago dove costituirà una scuola di ricerca sociale urbana, a orientamento fortemente empirico. Egli considera la città come una comunità biologica (in questa prospettiva la comunità è vista come un insieme interrelato di unità che vivono simbioticamente nello stesso habitat —> da qui la metafora ecologica che sta alla base della Human Ecology).

Secondo Park le comunità sarebbero caratterizzate dalla presenza di quattro processi fondamentali: la competizione (fattore chiave della vita collettiva), conflitto (fenomeno specificatamente umano), esso può cessare con l’accordo e generare così un adattamento (per tenere sotto controllo le spinte della competizione), l’accomodamento può sciogliersi facilmente, è solo con l’assimilazione che può avvenire un processo di compenetrazione attraverso cui individui e gruppi entrano a far parte di una cultura comune.

2. La teoria dei setting comportamentali di Barker

Barker, allievo di Lewin, studiò il comportamento nei contesti naturali e non in istituzioni artificiali come un laboratorio. Egli diede così vita a un “centro di ricerche psicologiche sul campo” in una piccola cittadina del Midwest americano (Kansas orientale) dove venne studiato, in prima istanza, il comportamento dei bambini nei luoghi pubblici, successivamente il comportamento di adulti e bambini in diversi setting comportamentali.

Rilevò che l’ambiente è costruito dai soggetti e che le caratteristiche, fisiche e spaziali, dell’ambiente determinano certi comportamenti. Un setting comportamentale può essere considerato un insieme di pattern circoscritti di attività umane e non umane le cui parti e processi hanno un elevato grado di interdipendenza interna, presentandosi pertanto come delle unità.

Esistenza di diverse tipologie di setting: più o meno ricchi a seconda del numero di sottogruppi in grado di penetrare l’ambiente; a seconda delle modalità d’azione che in esso sono possibili e auspicabili e delle possibilità di accesso in termini di tempo dimostrando che i setting ricchi servono come punto d’aggregazione per i membri della comunità, distinguendosi da setting specifici che sono invece rivolti a specifiche categorie di persone.

Il limite del modello è il suo eccessivo riduzionismo, nel senso che le caratteristiche dell’ambiente, una volta definite, condizionano il comportamento degli individui e non viene studiato in qual modo esso viene percepito e interpretato dai soggetti.

Paragrafo 2

Agostino contrappone due entità metafisiche coesistenti: la città di Dio e quella degli uomini, quest’ultima in grado di perseguire la pace, seppure non perfetta e assoluta come quella che verrà con il regno di Dio. Circa il rapporto tra la città e l’individuo Agostino considera che i soggetti, all’interno di una città, perdono la propria individualità per orientarsi su esigenze comuni.

Il concetto di comunità viene ripreso dal Romanticismo tedesco alla fine del Settecento come categoria morale e solo circa un secolo dopo si costituisce come categoria sociologica nel pensiero di Tonnies.

Oggetto di studio rilevante soprattutto a seguito della Rivoluzione industriale. Sia in Europa sia in America le città si sviluppano rapidamente, vengono ricercate soluzioni improvvisate e transitorie, per accogliere un così grande flusso di persone in tempi brevi. Conseguenze = si perdono i legami sociali, l’unico riferimento relazionale è la famiglia, dure condizioni lavorative ed esistenziali che hanno effetti devastanti sulla salute.

Tonnies: vita in comunità = basata su legami di solidarietà; vita in città = basata su legami utilitaristici. La città assume i contorni di una istituzione che governa la vita delle persone che vi appartengono.

Aristotele: l’essere umano è un animale politico, la vita associativa costituisce per esso un’esigenza naturale.

Weber: città come istituzione condivisa che dovrebbe dare una direzione umana al corso degli eventi, considerando l’appartenenza comune una delle caratteristiche sociologicamente più rilevanti della città.

Dewey: lo sviluppo dell’industrialismo ha creato una grande società che non si è però trasformata in una grande comunità. Egli sottolinea che questo sarà possibile solamente attraverso il recupero di una comunità locale.

Simmel: per conoscere il significato della vita contemporanea è necessario individuare i processi che il contesto metropolitano attiverebbe tra aspetti che riguardano la vita dell’individuo e quelli che riguardano il mondo esterno. Una tale indagine deve cioè fornire risposte relative al modo in cui la personalità si modifica nell’adattarsi alle forze esterne. La personalità metropolitana sarebbe caratterizzata da un atteggiamento blasé (= indifferente e scettico) derivato dalla necessità di difendersi da un’intensificazione degli stimoli nervosi risultante dall’alternarsi rapido e ininterrotto di stimoli interni ed esterni. Questo atteggiamento blasé costituirebbe quindi un meccanismo di difesa, e non una patologia, messo in atto dal soggetto nei confronti delle aggressioni che gli provengono dall’ambiente esterno.

Egli ritiene che la città, a differenza della vita rurale, richiede all’essere umano una sorta di neutralità affettiva e una spersonalizzazione dei rapporti, a favore invece di una razionalità alla base di ogni scelta e comportamento.

La vita cittadina sarebbe, quindi, mera razionalità, le persone vi agiscono sulla base di puri e semplici rapporti d’interesse, in uno stato di continua tensione e di reazioni violente, contraddittorie e mutevoli.

Hellpach: approfondisce l’idea che la costruzione socio-fisica, caratteristica tipica degli agglomerati urbani, provochi uno stato di eccitabilità che rischia di trasformarsi in una nevrosi da eccitabilità. Caratteristiche che descrivono la vita in città: densità, fretta, vigilanza, alienazione. La vigilanza sensoria è un meccanismo adattivo che permette all’individuo di rispondere alle attese provenienti dall’esterno piuttosto che ai suoi bisogni interni.

Wirth: egli considera caratteristiche peculiari della città il numero di abitanti, la densità e l’eterogeneità della popolazione. Queste sono anche da intendersi come fattori che condizionano il carattere delle relazioni sociali. Seppure la città permetta la possibilità di rapporti faccia a faccia, questi saranno perlopiù impersonali, superficiali, frammentari e transitori.

Wirth = Simmel —> la riservatezza, l’indifferenza e l’atteggiamento blasé costituiscono, per il cittadino, una scelta quasi obbligata, espedienti per immunizzarsi contro le richieste personali e le aspettative altrui.

Park: il suo oggetto di studio è la relazione dell’uomo con altri uomini. È da qui che si sviluppa l’analisi ecologica, che ha per principale oggetto d’interesse lo studio delle relazioni tra ambiente, territorio e abitanti. La città viene così vista come un sistema ecologico e i gruppi sociali che la compongono sono studiati in relazione alla struttura fisica e spaziale della città.

Città quindi come prodotto umano, come luogo, concreto e simbolico, che assume il carattere dei gruppi che la vivono. La città come fenomeno sociale e relazionale.

Primi progetti di edilizia popolare con finalità sociali, in Inghilterra all’inizio dell’Ottocento con la costruzione di case dove potevano trovare ricovero gli operai con le loro famiglie. Questa è considerata espressione di una attenzione all’utile sociale a cui dovrebbe tendere una società coesa e integrata secondo Bentham. Egli si interessa a individuare soluzioni all’emarginazione sociale attraverso l’edilizia, molto lontano dal mondo attuale dove l’edilizia popolare ha creato dei ghetti, in cui si trovano a convivere singoli o nuclei familiari multi-problematici.

Paragrafo 3

Mumford: più che un riferimento quantitativo astratto, la grandezza di una città è da intendersi come “funzione delle relazioni sociali cui deve essere subordinata” e che limitazioni di misura, densità ed estensione sono assolutamente necessarie per un effettivo scambio di rapporti sociali: ed esse sono quindi gli strumenti più importanti di un piano regolatore municipale razionale ed economico. Gli edifici da soli non costruiscono una città, ma è necessario un piano regolatore che ponga attenzione a facilitare e promuovere forme di partecipazione e associazionismo.

La città è dotata di numerosi elementi attivi che concorrono all’incremento degli scambi locali, a stimolare l’associazione e la cooperazione.

Non è la città in sé a produrre anomia e frammentazione dei legami, ma è un certo tipo di città: là dove essa si fa chiusa, i contatti quotidiani sarebbero connotati da malvagità e i fatti antisociali rischiano di fissarsi.

Le aree urbane possono essere intese come comunità aperte localmente situate, in cui converge la storia del luogo con il presente, le cui risorse, sociali, culturali e umane, possono essere sviluppate e potenziate a favore di un bene comune, che potrebbe essere semplicemente il benessere sociale.

Network analysis: nata dalla necessità di trovare modelli di lettura dei contesti sociali che riuscissero a superare la rigidità dello struttural-funzionalismo e che permettessero di spiegare i cambiamenti che attraversavano le diverse culture, essa ha per oggetto non i gruppi e i contesti sociali, ma le relazioni tra le persone. Il modello di network, ponendo come base d’analisi l’intreccio dei legami interpersonali tra diversi attori si presenta come uno strumento atto a studiare la città come una molteplicità di network sociali e non tanto come aggregato di persone descrivibili sulla base di certe caratteristiche socioanagrafiche, culturali, ideologiche.

Le città di questi ultimi anni sembrano andare a minare le relazioni sociali. Si assiste alla distruzione di caratteristiche rilevanti della vita comunitaria e a un senso crescente d’insicurezza personale.

La letteratura psicosociale ha rilevato come la densità sociale incida negativamente sul comportamento di aiuto.

Milgram: le eccessive richieste che provengono dall’esterno provocano nel cittadino una condizione di sovraccarico, che porta l’individuo a escludere gli stimoli che non sono ritenuti essenziali al soddisfacimento dei propri bisogni, con la conseguenza che non vengono considerate le esigenze.

Hall: ha dimostrato che la qualità del comportamento sociale diminuisce quando le persone sono inserite in spazi che limitano la distanza personale. Quando troppe persone invadono lo spazio di vita i soggetti provano anonimato.

È ancora oggi impossibile individuare chiaramente il ruolo eziologico dell’urbanizzazione nei confronti sia dei disordini mentali sia della devianza sociale.

Paragrafo 4

Cooley: propone una fusione delle individualità in un insieme comune in modo che l’Io venga sostituito, almeno in parte, dalla vita comune e dallo scopo del gruppo.

Se la città, intesa come spazio ampio e sovradimensionato, porta alla dissoluzione delle relazioni sociali, l’alternativa è quella d’individuare soluzioni urbanistiche che favoriscano una differente modalità di vita e relazione; che permettano, cioè, una vita all’interno di una comunità locale, caratterizzata non solo dal condividere uno spazio comune, ma anche, ricordando il pensiero di Tonnies, da comuni scopi e obiettivi.

Concretamente l’unità territoriale che permette la realizzazione di tali forme di vita in comune è la cosiddetta “neighborhood unit”, intesa come piccola comunità del quartiere della circoscrizione. Neighborhood unit anni venti-trenta America.

In Italia l’idea della piccola comunità venne ripresa intorno agli anni sessanta-settanta: una comunità che, almeno per le funzioni della vita quotidiana e del tempo libero e culturale, doveva essere chiusa e completa in se stessa, cioè autosufficiente.

Le periferie nascono come zone urbane decentrate e prive di servizi e strutture e la progettazione per quartieri dovrebbe rispondere a una serie di problemi che rischiavano di non essere risolti. Il quartiere assolverebbe così una serie di funzioni: d’ordine urbanistico-organizzativo, una che riguarda i processi di partecipazione e socializzazione al fine di contribuire a sviluppare un senso di appartenenza alla città, infine una funzione relativa al decentramento dei servizi, che prevede quindi la costruzione di servizi preposti all’espletamento delle pratiche burocratiche e amministrative.

Gasparini: il quartiere è un insieme composito di persone e gruppi che elaborano differenti percezioni e rappresentazioni del territorio sulla base delle diverse funzioni che il quartiere assolverebbe o dovrebbe assolvere. Egli su questa base distingue il gruppo dei “localisti” (formato da casalinghe, pensionati, ragazzi, lavoratori in proprio, operai; per questo gruppo diventano imperativi alcuni specifici problemi pratici e solo quando questi sono risolti, cade l’interesse alla partecipazione) dal gruppo dei “cosmopoliti” (formato da studenti, insegnanti, impiegati, i cui interessi e riferimenti vanno alla città nel suo insieme, sono motivati a partecipare non necessariamente per risolvere qualche problema pratico legato al territorio, quanto per una sorta di tensione ideologica del “fare insieme” e, poiché interessati alla città nella sua globalità, la loro presenza in quartiere non è molto forte e le loro istanze partecipative verrebbero concretizzate in altre sedi). Pertanto per motivi diversi, né il gruppo dei localisti, né quello dei cosmopoliti contribuiscono a rinforzare la partecipazione nel territorio.

Partendo dall’idea che i luoghi non sono unità statiche, ma sono anche degli insiemi di relazioni che si stabiliscono storicamente tra gli elementi naturali, sociali e culturali, costitutivi della località, e tra questi e il mondo circostante si sono sviluppate a livello nazionale ed europeo linee progettuali di rigenerazione sociale e riquali

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher universitaria2312 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia di comunità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia o del prof Giovannini Dino.
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