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Aggressività e bullismo

Distinzione tra aggressività sana e negativa

Distinzione tra aggressività sana o positiva e aggressività negativa. Questa distinzione però non è accettata dalla maggioranza degli studiosi. In ambito scientifico vi è un sostanziale consenso nel definire l’aggressione come un comportamento che ha un impatto negativo sulle relazioni sociali e il benessere psicologico della persona. (Krahé, 2005)

Fenomenologie aggressive e fattori psicologici

Fenomenologie aggressive diverse esprimono anche fattori psicologici differenti principalmente riconducibili a:

  • Reagire con la violenza in situazioni sociali: aggressività reattiva
  • Utilizzo dell’aggressività come strumento per raggiungere obiettivi di affermazione sociale: aggressività proattiva

Si identifica una specifica condotta aggressiva: il comportamento prepotente nelle situazioni di bullismo. Aggressività: disposizione interna stabile dell'individuo, talora considerata coincidente con una caratteristica temperamentale o una forma istintuale che per definizione non è osservabile direttamente ma può portare ad agire in maniera distruttiva o dannosa per sé o per altri.

Caratteristiche distintive dell'aggressività

  • Intensità: ovvero il grado di presenza di questa caratteristica negli individui
  • Cronicità: cioè la tendenza di tale disposizione a permanere nel tempo

Definizione di aggressione

Aggressione: comportamenti di attaccamento messi in atto dall’individuo che come tali hanno una frequenza, una durata, un bersaglio definito, motivazioni e obiettivi specifici che, a differenza dell’aggressività, ne consentono l’osservazione e la misurazione diretta.

Teorie sull'aggressività

Vi sono state diverse teorie sull’aggressività: una in particolare è quella di Freud relativa all’esistenza di due pulsioni in antagonismo (Eros e Thanatos). Questa visione ha influenzato a lungo l’indagine su questo tema e ancora oggi riemerge in quelle concezioni ingenue che considerano l’aggressività come un’energia interna che chiede accumulata e deve quindi necessariamente essere scaricata con un processo di tipo catartico.

A questa interpretazione intrapsichica si è contrapposta a lungo una definizione di aggressione come di una risposta che trasmette uno stimolo dannoso a un altro organismo, focalizzando l’attenzione sul comportamento osservabile dell’individuo. Tale interpretazione comportamentista dell’aggressione viene considerata attualmente inadeguata e riduzionistica.

Più recentemente la definizione di aggressione ha cominciato a diventare più specifica e ad includere altri aspetti rilevanti nella comprensione della natura di questa condotta come l’intenzionalità dell’atto aggressivo, che deve essere inteso come un’azione guidata dalla volontà di provocare un danno al destinatario dell’atto stesso. Questa definizione prevede che tale comportamento provochi una conseguenza negativa gerarchicamente intesa, che può essere anche di tipo psicologico o emotivo e non solo di tipo fisico.

Intenzionalità e volontà nell'aggressione

L’intenzionalità presuppone l’aspettativa che quel determinato atto provochi un particolare effetto. Si escludono dunque in questa definizione quei comportamenti che provocano danni fisici o psicologici in maniera involontaria.

Un’altra variabile rilevata è la volontà della persona oggetto dell’azione di evitare l’attacco o le sue conseguenze negative. Ci si riferisce dunque in senso stretto a una forma di comportamento e non ai suoi potenziali correlati come emozioni di rabbia e motivazioni ostili. Questi ultimi infatti non sono condizione necessaria affinché venga posta in essere un’azione violenta.

Non tutte le aggressioni scaturiscono da sentimenti di odio o discriminazione verso la vittima.

Forme di comportamento aggressivo

Aggressività può assumere diverse forme distinguibili sulla base del livello di visibilità e delle modalità attraverso le quali vengono messe in atto.

  • Aggressioni dirette: ovvero attacchi aperti e manifesti (overt aggression) comportamenti aggressivi intenzionalmente rivolti verso il bersaglio in interazioni faccia a faccia. Riconducibili a due categorie:
    • Fisica: contatto corporeo, basati sulla forza fisica e mirati a procurare un danno fisico all’altro più aggressioni mirate a distruggere oggetti appartenenti ad un altro e quindi non aggressione diretta sul corpo dell’altro
    • Verbale: attuata attraverso canali di comunicazione verbale, anche con sguardi ed espressioni senza utilizzare il linguaggio
  • Aggressioni indirette: ovvero nascoste (covert aggression) comportamenti nei quali l’attacco non viene posto in essere esplicitamente, in un’iterazione faccia a faccia ma attraverso vie nascoste che non richiedono necessariamente la compresenza di aggressore e vittima nello stesso luogo. L’identità dell’aggressore è perciò più difficilmente identificabile. (Diffusione di segreti, calunnie o pettegolezzi, ecc.).

Non vi è un particolare accordo. Sono state proposte tre differenti denominazioni di questa categoria di manifestazioni aggressive: indiretta, relazionale e sociale volte ad infliggere un danno alla vittima mediante la manipolazione delle relazioni interpersonali, l’esclusione, pettegolezzi, ecc. Le differenzia invece l’enfasi posta su aspetti diversi e il fatto che talune aggressioni relazionali e sociali possono assumere modalità dirette di attacco.

Aggressione indiretta, relazionale e sociale

Aggressione indiretta: focus posto sul carattere nascosto dell’attacco e sul fatto che i comportamenti aggressivi possono avvenire all’insaputa della vittima.

Aggressione relazionale: definita dagli obiettivi perseguiti dall’aggressore in quanto volta a manipolare o danneggiare le relazioni della vittima e l’immagine che la vittima ha di sé, minandone la possibilità di costruire e mantenere rapporti di amicizia con altre persone nel contesto di vita più prossimo e modificando la luce sotto cui essa viene vista dagli altri. Spesso si configurano come azioni in modalità nascoste.

Aggressività sociale: definita dagli scopi perseguiti dell’aggressore soprattutto il fatto che chi aggredisce intende rendere la vittima meno accetta dal suo gruppo di appartenenza danneggiando la sua posizione sociale nel gruppo.

Spesso si può fare confusione perché si possono intendere tutti i tipi di aggressione come sociale e relazionale. Quindi, oltre che per la semplicità discorsiva, si utilizzerà il termine aggressione indiretta contrapposta ad aggressione diretta per riferirsi alle forme più nascoste e manipolative di comportamenti aggressivi, enfatizzando in questo modo il tipo di strategia scelta dell’aggressore anziché dalle sue finalità.

Implicazioni dell'aggressione diretta e indiretta

L’aggressione diretta tende ad essere maggiormente associata a problemi di esternalizzazione (difficoltà nella regolazione emotiva, impulsività, ecc.), relazioni negative con coetanei e bassi livelli di comportamento prosociale, di aiuto e sostegno dato agli altri. Al contrario, l’aggressione indiretta risulta maggiormente correlata a problemi di internalizzazione tra cui ansia e depressione.

Lo sviluppo delle diverse forme di aggressione

Già nel corso del primo anno di vita abbiamo gli antecedenti più precoci del comportamento aggressivo, con la comparsa di manifestazioni di rabbia come espressioni emotive distinte da altre emozioni negative e in grado di facilitare la messa in atto di aggressioni inizialmente dirette verso la fonte della frustrazione.

All'inizio del secondo anno di vita, i bambini iniziano a dirigere la propria rabbia verso altri possibili bersagli (prima gli adulti e poi i coetanei). Durante questo periodo emerge anche la prima forma di aggressione svincolata dall’emozione che è l’aggressione strumentale: l’obiettivo principale dell’aggressore non è procurare un danno personale alla vittima ma perseguire uno scopo materiale (come impadronirsi di un oggetto in quel momento nelle mani di un altro bambino).

Nell’infanzia, i bambini manifestano ostilità verso i coetanei prima attraverso aggressioni fisiche e poi affiancate successivamente da aggressioni verbali. A mano a mano che si sviluppa l’intelligenza sociale e soprattutto durante gli anni della scuola primaria, i bambini cominciano a utilizzare in maniera sempre più significativa l’aggressione indiretta. Vi è un deciso aumento nella frequenza delle aggressioni indirette tra gli otto e gli undici anni, seguito da un progressivo declino fino ai diciotto anni.

Reattività e proattività nell'aggressione

La dimensione dell’agire aggressivo: reattività e proattività. Altra distinzione possibile tra tipologie diverse di comportamento aggressivo si basa sulle funzioni dell’aggressione (perché viene messa in atto), anziché sulla modalità con cui l’aggressione viene agita.

  • Aggressione reattiva: comportamenti distruttivi messi in atto come risposta alla percezione di un attacco o una minaccia. Reazione difensiva a caldo a una frustrazione o una provocazione, caratterizzata da un certo livello di mancata regolazione emotiva. Frustrazione ovvero un ostacolo che si frappone al raggiungimento di obiettivi personali, reale o percepita come tale dall’individuo: questo produce una risposta aggressiva nei confronti della sua origine. L’aggressione può essere rivolta anche verso un obiettivo alternativo più disponibile, anche se non responsabile della frustrazione. Indipendentemente dal bersaglio, la risposta aggressiva provoca una sensazione di sollievo nell’aggressore e una diminuzione della sua attivazione emotiva.
  • Aggressione proattiva: azioni non conseguenti a una provocazione ma dirette a ottenere una ricompensa come un beneficio materiale o sociale quale la dominanza nel gruppo. Si basano sul presupposto che l’aggressione possa essere uno strumento adeguato per raggiungere un determinato obiettivo. Secondo alcuni autori esiste una coincidenza tra aggressione proattiva e aggressione strumentale. Si tratta dunque di comportamenti aggressivi controllati da un’aspettativa di successo, generalmente appresi per osservazione e imitazione di modelli, ovvero il modellamento, o perché quando direttamente sperimentati hanno prodotto un risultato gratificante, condizionamento operante.

Modello bifattoriale dell'aggressività

Modello bifattoriale: individua l’aggressività reattiva e proattiva come fattori distinti ed è risultato essere migliore di quello monofattoriale, che non discrimina tra queste due forme di condotta aggressiva.

Sono stati individuati 5 differenti gruppi di bambini caratterizzati da configurazioni diverse di presenza di queste due categorie di aggressione: reattivi con prevalenza reattiva, strumentali con prevalenza proattiva, livelli elevati in entrambi, tipici con aggressività nella media in entrambe le funzioni e infine non aggressivi con livelli bassi di condotte aggressive in entrambe le aggressioni.

Ciò che sembra differenziare i due gruppi di bambini aggressivi reattivi e aggressivi proattivi è che i bambini reattivi agirebbero aggressivamente in risposta alla loro percezione delle intenzioni degli altri, mentre il comportamento dei bambini proattivi sarebbe prevalentemente motivato dall'interesse per le conseguenze ossia l'aspettativa di alcune conseguenze positive derivanti dallo stesso comportamento aggressivo.

Nel caso la condotta altrui venga giudicata essere un attacco intenzionale, una reazione di tipo aggressivo viene percepita come legittima è accettabile.

Correlati di reattività e proattività

In conclusione, mentre tutti i bambini, aggressivi e non aggressivi, sono attenti alla legittimità morale dei comportamenti degli altri nei propri confronti, solo quelli più aggressivi proattivi sembrano sospendere il giudizio morale sulla propria condotta quando tale valutazione entra in conflitto con i loro desideri e bisogni personali.

L’aggressione reattiva e proattiva è differentemente associata ad aspetti diversi del funzionamento sociale e dell’adattamento personale. I bambini reattivi e proattivi infatti differiscono per la loro posizione o status in termini di accettazione o rifiuto sociale entro il gruppo dei coetanei e per altre caratteristiche e processi psicologici.

Difficoltà socio-cognitive nei bambini aggressivi

Nei bambini aggressivi reattivi vi sono difficoltà socio-cognitive relative soprattutto alla codifica e all’interpretazione degli stimoli sociali. Hanno difficoltà nella regolazione delle proprie emozioni, vengono facilmente eccitati anche da eventi poco rilevanti, spesso assumono comportamenti di acting out, scoppi di rabbia, risultano spesso meno accetti dal gruppo dei coetanei.

I bambini aggressivi proattivi presentano difficoltà socio-cognitive nella risoluzione di conflitti. I bambini aggressivi proattivi riferiscono di provare emozioni positive dopo un’aggressione in misura maggiore rispetto ai loro coetanei, l’immagine di sé che hanno è legata all’aggressività sostanzialmente positiva, ritengono di agire efficacemente per ottenere ciò che vogliono e che il loro comportamento produrrà i risultati desiderati.

Per quanto riguarda il punto di vista emozionale, sono caratterizzati da bassi livelli di reattività, empatia e disagio personale in risposta alle reazioni emotive altrui. Nonostante entrambi i gruppi di bambini tendono ad essere rifiutati dai coetanei, quelli più aggressivi proattivi hanno maggiori probabilità di essere considerati dei leader dai compagni, hanno livelli più alti di autoefficacia e maggiori aspettative di esiti positivi a seguito del loro comportamento aggressivo.

Dominanza sociale e comportamento aggressivo

La visione più tradizionale del comportamento aggressivo come disadattivo è stata messa in discussione da alcune ricerche che hanno dimostrato come non necessariamente i bambini aggressivi siano rifiutati dai compagni, anzi alcuni possono avere anche posizioni centrali nel gruppo. Il comportamento aggressivo può infatti risultare associato ad una posizione di dominanza sociale. Questa è definibile come la differenza naturalmente esistente nella posizione, rispetto al controllo delle risorse, tra individui diversi dello stesso gruppo.

Gli individui dominanti ottengono un accesso maggiore alle risorse condivise nel gruppo. La dominanza sociale, dunque, viene definita a livello delle relazioni interpersonali e non come tratto di personalità dell'individuo o comportamento sociale. Un elemento chiave è l'accesso e il controllo delle risorse (resource control) cioè ciò che serve all’individuo per sopravvivere, crescere e stare bene. Per raggiungere e mantenere una posizione di dominanza l’individuo può adottare due strategie:

  • Strategie affiliative o orientate all’altro, che raggiungono gli obiettivi di controllo delle risorse attraverso comportamenti socialmente accettabili come la reciprocità, l’aiuto e comportamenti conciliatori
  • Strategie coercitive o competitive tra le quali ritroviamo il comportamento aggressivo

Entrambe le categorie di strategie non differirebbero tra loro nella motivazione sostanzialmente egoistica che ne determina l’utilizzo: entrambe mirano a pervenire un guadagno sociale immediato nel lungo periodo in termini di accesso privilegiato alle risorse. L’uso combinato di queste due strategie sembra costituire il modo più efficace per ottenere una posizione dominante tra gli esseri umani e il conseguente accesso alle risorse.

Teorie sulla dominanza sociale

Le teorie sulla dominanza sociale suggeriscono che individui socialmente dominanti sono membri centrali del loro gruppo, ottengono attenzione degli altri membri ed esercitano su di loro la propria influenza. Con il processo di crescita, il ricorso a strategie coercitive aggressive si associa a livelli progressivamente più alti di rifiuto sociale e verso gli 8-9 anni i bambini dominanti aggressivi non sono più ben accetti dai compagni e sono giudicati da loro negativamente. Adottare strategie coercitive, dunque, con il tempo comporta un costo relazionale in termini di maggior rifiuto da parte dei coetanei, pur continuando a garantire livelli elevati di visibilità e impatto nel gruppo dei pari.

Tra gli individui socialmente dominanti possiamo trovare:

  • Competitori efficaci: coloro che utilizzano la forza e l'aggressione come strategie per raggiungere una posizione di dominanza e ottenere risorse importanti all'interno del gruppo. In questo caso la persona non tiene conto della valutazione morale che ne viene data dal contesto sociale circostante e delle conseguenze sulle relazioni interpersonali attuali e future.
  • Bravi cooperatori: coloro che raggiungono i medesimi risultati attraverso strategie positive come la persuasione, l’aiuto e strategie prosociali. Accesso alle risorse conservando nel tempo relazioni sociali positive e livelli più elevati di accettazione da parte dei coetanei.

Modello basato sull’euristica della differenziazione

Patricia Hawley (1999) ha proposto un modello basato sull’euristica della differenziazione: la prima manifestazione comportamentale della motivazione ad acquisire e controllare le risorse è rappresentata da una strategia indifferenziata di tipo coercitivo. Successivamente, l’emergere della capacità di agire in maniera prosociale porterebbe a una non completa differenziazione tra strategie coercitive e prosociali. In questa fase entrambe le strategie possono coesistere negli stessi bambini. Con l’esperienza di ripetizione, questi due tipi di comportamenti inizialmente sovrapposti vengono progressivamente sempre più distinti e il bambino inizia a seguire preferenzialmente l’uno o l’altro. Il percorso di differenziazione si completerebbe a partire dagli 8 anni. Da un lato troviamo i bambini bravi cooperatori denominati dominanti pro.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher terens_00 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Miragoli Sarah.
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