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I. Il nido dei bambini e delle bambine: formazione e professionalità per l’infanzia

Tra tutela e cura. L’assistenza alla prima infanzia dagli asili di carità alla Legge n. 285 del 1997 di Emiliano Macinai

Tema del saggio: evoluzione dei servizi educativi per la prima infanzia in Italia, con particolare riferimento al Novecento.

Obiettivo: mettere in luce il lento passaggio dalla filantropia all’assistenza pubblica e da questa all’idea di nido educativo.

Possiamo raffigurare la storia dell’assistenza all’infanzia 0-6 anni come composta da 4 periodi:

  • Il 1828 è l’anno del primo asilo di carità per l’infanzia;
  • Il 1925 è l’anno della fondazione dell’Opera nazionale per la protezione della maternità e dell’infanzia (ONMI);
  • Il 1971 è l’anno in cui viene approvata la legge 1044;
  • Il 1997 è l’anno della legge 285.

La prima fase storica va dalla metà del XIX secolo fino all’istituzione dell’ONMI. Le caratteristiche di questo periodo storico sono:

  • L’assistenza all’infanzia 0-6 è sporadica e non sistematica. Non c’è quindi una vera e propria organizzazione né a livello centrale, né a livello locale;
  • Le opere di carità avvengono per mano solo dei filantropi, religiosi e laici;
  • Le iniziative sono rivolte agli strati più poveri della società o alle madri sole e in difficoltà economica;
  • Due tipologie di realtà cominciano a configurarsi: gli asili di carità e i presepi.

In Italia, il termine “asilo” compare verso gli anni Trenta del XIX secolo in riferimento alla fascia 3-6. I primi 3 anni è una fase in cui non c’è certezza che il bambino possa sopravvivere. La mortalità precoce è una piaga sociale e non ha ancora senso preoccuparsi di un bambino troppo piccolo. Solo quando un bambino ha superato il periodo successivo alla nascita, ha senso cominciare a interessarsi della sua condizione di vita.

Nel 1828, il primo asilo di carità è fondato a Cremona da Ferrante Aporti. Gli elementi che caratterizzano questa iniziativa sono la filantropia, cioè l’atto caritatevole, e la ragione per l’educazione morale e sociale dei figli del popolo. Questi sono luoghi pensati come luoghi di custodia, dove le madri possono allevare i propri figli, e di istruzione in età prescolare. Iniziative di questo tipo sono però assai sporadiche.

Altro modello di stampo laico è il “presepe”. Dagli anni Quaranta dell’Ottocento, sorgono in Italia, sull’esempio francese, i primi “presepi” presso alcune industrie del centro-nord. I presepi sono delle stanze all’interno della fabbrica in cui si lavora che il proprietario adibisce a questo scopo. È semplicemente un momento di pausa dal lavoro in cui le madri operaie possono dedicarsi ai bambini, allattandoli, durante le attività quotidiane. Iniziative di questo tipo hanno poco impatto sulla mortalità infantile, sulla salute dei bambini e sul lavoro extradomestico delle donne. In questa fase storica non c’è ancora la possibilità e la volontà di tradurre concretamente un’attenzione che si sta diffondendo in alcuni contesti particolari.

Un cambiamento significativo avviene nel 1925, quando nasce l’ONMI e cominciano ad entrare a regime i primi asili nido dell’ONMI che rimarranno in funzione fino agli anni Settanta del Novecento. L’ONMI è una creatura del regime fascista. Lo Stato affronta con interventi strutturali la piaga della mortalità infantile, passando dalla carità o filantropia ad un’assistenza sociale. Il limite dell’ONMI è però lo Stato che affronta questo problema: lo Stato fascista è un regime che sta cercando di darsi la forma dello Stato totalitario.

Lo Stato non erogava servizi, ma era un benefattore: si doveva quindi ringraziare la benevolenza dello Stato se c’erano strutture come l’ONMI. Infatti, da un punto di vista strutturale, queste strutture sono esclusivamente di carattere assistenziale e igienico-sanitario. L’ONMI nasce per contrastare il fenomeno della mortalità infantile e si rivolge alle gestanti e alle madri bisognose o abbandonate, alle famiglie povere con figli tra gli 0 e i 6 anni e accoglie bambini fisicamente o psicologicamente “anormali” o moralmente “traviati”.

Ma, a partire dagli anni Trenta, il regime riconduce l’ONMI nell’ambito della politica di fascistizzazione della popolazione, che consiste nel riprodurre i valori tradizionali per la conservazione sociale. L’ONMI cerca di rinsaldare il pilastro della famiglia tradizionale, proteggere la maternità in chiave ideologica, espellere la donna dal mondo del lavoro, incrementare demograficamente la popolazione e bloccare qualsiasi germe di cambiamento sociale.

Gli asili nido ONMI non hanno nessuna dimensione educativa, ma forniscono esclusivamente alloggio e custodia. Inoltre non offrono servizi alla persona, ma sono funzionali alle esigenze del regime. La dimensione educativa è rivolta esclusivamente agli strati popolari e il personale è solo di tipo medico-sanitario. Fin dall’inizio, l’ONMI non dispone di strutture proprie, ma riadatta edifici preesistenti, come ospedali o stazioni ferroviarie. All’interno, ogni struttura prevede due sezioni: la sezione dei lattanti o dei divezzi e la sezione delle madri. Ai genitori non è consentito l’accesso alle sezioni che ospitano i bambini e il nido assumeva la struttura di luogo chiuso e inaccessibile.

La struttura degli asili nido ONMI rimane invariata fino al loro scioglimento, con la legge 698 del 1975 che trasferisce le funzioni amministrative, i poteri di vigilanza e di controllo e le funzioni di programmazione e d’indirizzo. I nidi ONMI falliscono nel tentativo di contrastare il problema della mortalità infantile e restano a lungo attivi anche dopo il fascismo, cioè fino agli anni Settanta.

1971: Piano quinquennale per l’istituzione di asili nido comunali

La legge 1044 del 6 dicembre si intitola Piano quinquennale per l’istituzione di asili nido comunali con il concorso dello Stato. Il 1971 è la data di nascita degli asili nido comunali che noi oggi conosciamo. Finalmente si supera l’ottica della beneficenza di Stato. Il destinatario di questa legge è l’universalità dei soggetti che si trovano nella fascia dagli 0 ai 3 anni. Questo è il primo passo per la costituzione di un sistema moderno di servizi educativi per la prima infanzia con il coinvolgimento diretto delle famiglie.

La legge 1044 nasce dal basso, cioè in risposta a delle esigenze che vengono espresse in maniera sempre più forte dai movimenti delle donne che rivendicano nuovi diritti e nuove possibilità. Siamo negli anni del neo-femminismo in cui si comincia a proporre il tema delle pari opportunità in materia di lavoro extradomestico. Alla base vi è la possibilità di vedere riconosciuto il valore della maternità, senza che la donna fosse messa nelle condizioni di scegliere tra essere madre o essere lavoratrice. Per la possibilità del diritto al lavoro extradomestico occorrono misure concrete per la protezione in senso sociale della maternità: c’è bisogno di servizi e di tutele.

Uno dei risultati più significativi è la conquista della legge 860 del 1950, che istituisce le “camere di allattamento” presso le imprese, che obbligava il datore di lavoro a istituire nei locali di lavoro spazi adeguati per tutti i figli delle dipendenti. La camera di allattamento consiste in una stanza destinata alla custodia dei lattanti tra i 2 mesi e 1 anno di età: le madri vi si recavano due volte al giorno in orario di lavoro per allattare i propri figli.

La legge 1044 è un piano quinquennale che prevede la creazione di 3800 asili nido. Questo sistema decentrato è organizzato su base regionale per meglio cogliere la domanda locale. Lo Stato fornisce un contributo finanziario: i soldi vengono dati alla Regione. La Regione distribuisce poi i soldi ai Comuni che hanno fatto richiesta. Quindi, lo Stato finanzia, la Regione pianifica e il Comune gestisce.

Il personale deve avere una formazione pedagogica: un servizio di questo tipo non può avere personale con una formazione esclusivamente sanitaria. Il servizio si rivolge a tutte le famiglie, a tutti i bambini e non solo ai casi di svantaggio. Si individuano i due fondamentali elementi del nido: il sostegno alla madre e i bisogni per la crescita del bambino. Per lungo tempo, famiglia e nido si escludevano a vicenda perché si pensava che se il bambino aveva una buona famiglia, non era necessario inserirlo nel nido.

Ma la legge 1044 ha anche dei limiti: lo Stato fallisce clamorosamente nella realizzazione del piano quinquennale per la carenza di fondi. Inoltre, il nido è inserito tra i servizi a domanda individuale e quindi le famiglie devono pagare una retta d’iscrizione: un servizio universale che implica una quota d’iscrizione impedisce a molte famiglie la possibilità di averne accesso. Un sistema decentrato funziona solo quando le disparità sono minime: in un contesto come l’Italia degli anni Settanta, le disparità si fanno sentire tanto al Sud e molto meno al Nord. Nonostante tutto, l’ottica prevalente continua a essere di tipo assistenziale. Purtroppo ancora manca una cultura dell’infanzia incentrata sul riconoscimento pieno del bambino.

Sempre nel 1971 viene varata la legge “gemella” della 1044, cioè la 1204, sulla tutela dei diritti delle madri lavoratrici, che supera la precedente legge 860 del 1950, ampliandone i contenuti e raggirando i diritti in essa enunciati.

La legge 285 del 1997

La legge 285 nasce a distanza di 20 anni della legge 1044 e cerca di superarne i limiti, poiché è sempre più forte la richiesta di opportunità educative per la fascia 0-3. È significativa la proposta di legge di iniziativa popolare intitolata L’asilo nido: un diritto delle bambine e dei bambini, che esplicita cosa debba intendersi per asilo nido, ossia un servizio educativo e sociale che ha lo scopo di concorrere insieme alla famiglia alla formazione di tutti i bambini e le bambine nella fascia di età compresa tra i 3 mesi e i 3 anni.

La legge 285 del 28 agosto si intitola Disposizioni per la promozione di diritti ed opportunità per l’infanzia e l’adolescenza. Il termine chiave è “diritti”: questa infatti è la prima legge dello Stato italiano che applica la Convenzione sui diritti dell’infanzia (CRC) che l’Italia ratifica nel 1991. Questa legge fissa gli elementi per la promozione dei diritti che stanno all’interno della CRC.

Inoltre, la legge supera definitivamente l’ottica assistenziale ed il nido è finalmente educativo. La legge determina poi un rafforzamento nel riconoscere che ogni bambino ha il diritto all’educazione prescolare. La legge 285 attribuisce finanziamenti ai progetti a termine presentati dai Comuni e finalizzati alla realizzazione dei diritti dei bambini attraverso la risposta ai bisogni fondamentali da cui essi dipendono. Il discorso riguarda la gestione familiare, le cooperative e associazioni private. La legge 285 fissa degli obiettivi generali a cui si devono attenere soggetti di questo tipo per la loro struttura.

A livello regionale, la legge 32 del 26 luglio 2002 esprime la normativa toscana sui servizi per la prima infanzia, recepisce la legge 285 e si ricollega alla CRC: la finalità dei servizi per la prima infanzia è quella della realizzazione del diritto all’educazione nel rispetto dei valori fondamentali, valorizzando le differenze e considerando preminente il benessere di ogni bambino.

Organizzazione interna dei tempi e degli spazi e sostegno alla genitorialità di Raffaella Biagioli

Tema del saggio: analisi degli aspetti organizzativi legati alla gestione dello spazio/tempo.

Obiettivo: riflettere sull’importanza della cornice in cui si propongono e svolgono le attività quotidiane e come l’organizzazione si riflette sugli obiettivi educativi e sulla qualità della vita del nido.

Punti-chiave del saggio: bisogni fondamentali del bambino, continuità nido-famiglia, lo spazio buono e lo spazio a misura di bambino, alcuni elementi per pensare l’organizzazione.

Tra i bisogni che gli operatori del nido devono garantire nel momento in cui avviene il passaggio dall’ambiente familiare a quello extrafamiliare c’è il bisogno di sicurezza. Inoltre il bambino deve aver fiducia nell’ambiente per muoversi in autonomia. La famiglia è l’ambiente di cura primario che garantisce risposta al bisogno di sicurezza. Nella famiglia si è già cominciato a lavorare alle relazioni primarie con cui il bambino si aprirà poi al mondo. Si parla ovviamente del rapporto primario tra il bambino e la madre.

Per considerare tutte le possibilità in cui il rapporto primario prevede altri protagonisti, si usa il termine care giver, cioè la figura che fornisce cure. Questa figura è perlopiù la madre. L’autrice utilizza il termine con-fidenza, che significa mettere l’accento sul rapporto madre-figlio. Con-fidenza è un affidamento reciproco, un fidarsi a vicenda. Siamo nella dimensione della cura che è profondamente comunicativa: in essa si comunicano affetti e sentimenti e questa è la base delle relazioni di cura.

L’accettazione totale fin dai primi giorni di vita è un sentimento fondamentale. La cura è anche la trasmissione del sentimento di sicurezza e di fiducia ed è la base per l’autostima. Partendo dai gesti, grazie alla cura si comunicano sentimenti e affetti. Attraverso il contatto fisico, si realizza una comunicazione empatica, non-verbale e profonda che permette con-fidenza. Questo bisogno si può trasferire in continuità al di fuori del contatto familiare a patto che le figure che il bambino incontra al di fuori della famiglia siano disponibili ad entrare in contatto con lui a un livello di questo tipo.

Trisciuzzi, tra i primi nel nostro paese, è stato tra i primi ad intuire l’influenza dell’ambiente sulle caratteristiche della personalità. Un ambiente totalmente privo di influenza umana influisce sulle caratteristiche della personalità del soggetto. Provare fiducia verso la madre e il contesto familiare è alla base dell’amore di sé da cui dipende l’autostima e la definizione di identità. Se, all’interno dell’ambiente, il bambino fa quotidiana esperienza di relazioni che si muovono su un piano di reciproca accoglienza e affettività, c’è una base sicura da cui questo processo può partire.

Lo sviluppo dipende dalla possibilità di ottenere dagli altri attenzione: essa favorisce il sentimento di accettazione. Bowlby individua l’attaccamento come fondamentale per la crescita nella prima infanzia. L’attaccamento è tradotto dall’autrice con il termine con-fidenza. Nell’ambiente familiare ci troviamo in un luogo di cura dove le relazioni si muovono all’interno della cornice in cui il bambino è al centro e le figure di riferimento instaurano relazioni comunicative profonde finalizzate a cogliere i bisogni che questo soggetto comunica.

L’autostima si rafforza continuamente attraverso l’attenzione e offrendo consenso, assenso e gratificazione ai comportamenti, ai gesti, alle parole e alle azioni. Consenso significa permettere, cioè dare il permesso di fare qualcosa, al bambino di comportarsi, fare gesti, parlare, agire… Assenso significa permettersi di esprimersi e dare un feedback positivo. Gratificazione significa rafforzare il bisogno ad esprimersi in termini positivi.

La presenza di un adulto, che veste i panni del care giver ed è sollecito rispetto alla modalità comunicativa presentata, si dimostra capace di ascoltare, consolare e lavora quindi sul benessere del bambino. Viceversa, i comportamenti che inibiscono, ignorano e minimizzano le emozioni del bambino sono contrari al suo benessere: questi comportamenti indeboliscono il sentimento di fiducia e di essere degni di fiducia, andando a colpire la propria autostima.

Le educatrici consapevoli di questo bisogno fondamentale adotteranno un atteggiamento incoraggiante: l’intera organizzazione del nido può essere pensata in funzione dell’accoglienza e del bisogno di sicurezza del bambino. Si comincia quindi a cominciare dallo spazio e al tempo, che sono le cornici delle attività, che ospitano i bambini e danno forma alle attività quotidiane.

Un nido ben strutturato può essere un ambiente extrafamiliare che facilita la costruzione di relazioni significative con adulti di riferimento e con coetanei. Prima ancora delle attività è necessario pensare alla cornice, cioè gli spazi e i tempi, all’interno di cui inserire le attività stesse. Per avere un valore educativo, e quindi fornire stimoli positivi per la crescita del bambino, è necessaria una progettazione pedagogica fatta in rapporto alle abilità cognitive, affettive, relazionali e sociali e sostiene la cura familiare e le scelte educative dei genitori.

Un nido di qualità è un nido educativo che corrisponde a una serie di obiettivi che devono essere scelti in base ai bisogni prima dei bambini, cioè il bisogno di sicurezza, e poi dei genitori. Gli elementi di una progettazione di qualità sono:

  • Il gioco come modalità di apprendimento alla base di tutte le attività programmate;
  • La struttura, gli spazi, gli arredi, gli oggetti e i materiali pensati per il piacere del bambino e i suoi bisogni di sicurezza, autonomia e gioco;
  • Il nido come ponte tra dimensione familiare e privata e quella pubblica e sociale, che consiste nel coinvolger
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher likelikelike di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia dell'infanzia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Macinai Emiliano.
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