Storia della lingua italiana
Ottocento, Novecento e oggi
L’Ottocento
Purismo e classicismo
All’inizio dell’Ottocento, per reazione contro l’invadenza della lingua e cultura francese, esportata e imposta durante l’Impero napoleonico, si sviluppò un movimento chiamato purismo. Colui che può essere definito il capofila del purismo italiano è Antonio Cesari (1760-1828): veronese, è autore di libri religiosi e novelle, celebre per la sua attività come lessicografo e per la Dissertazione sopra lo stato presente della lingua italiana, considerato il manifesto del movimento. Molte furono le figure che si mossero nell’ambito di questo movimento: Basilio Puoti, meno rigido di Cesari, Carlo Botta e Luigi Angeloni.
Lo scrittore Vincenzo Monti porse un freno alle esagerazioni del purismo. Le polemiche linguistiche sono espresse nella sua Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca, opera che si pone come tappa fondamentale sia nel dibattito sulla questione della lingua, sia nella lessicografia italiana. Gran parte della Proposta infatti, era costituita alla ricerca di errori compiuti dai vocabolaristi fiorentini.
Lo scontro con i puristi mosse le acque della riflessione linguistica nel nostro paese. Circolò, seppur rimanendo inedito, Des périls de la langue italienne, il quale condannava con forza il purismo e metteva a fuoco la particolare situazione linguistica del nostro paese, caratterizzata dalla vitalità dei dialetti e dalla difficoltà della lingua letteraria.
1 Si è soliti indicare con questo termine un atteggiamento di conservazione della lingua fondato sul rifiuto ad accogliere neologismi e parole provenienti da lingue straniere, proponendo il ritorno all'uso della lingua italiana dell'aureo Trecento.
2 I pericoli della lingua italiana.
La soluzione manzoniana alla “questione della lingua”
Anche i romantici milanesi si dibattevano attorno al problema dell’italiano, in parte simile a una lingua morta, cioè che si imparava dai libri, che si utilizzava per la letteratura e per le occasioni ufficiali, valida per il piano “nobile” della comunicazione, ma inadatta ai rapporti quotidiani e familiari, per i quali era molto più facile e funzionale usare il dialetto, se non una lingua straniera come il francese.
Alessandro Manzoni si trovò ad affrontare il problema e le sue idee, maturate con la stesura dei Promessi sposi, influirono profondamente, collaborando a mutare la situazione dell’italiano e rendendo la nostra lingua più viva e meno letteraria. Manzoni affrontò la questione della lingua occupandosi della prosa italiana fin dal 1821, con la stesura del Fermo e Lucia, redazione iniziale dei Promessi sposi:
- 1. La prima fase viene definita eclettica, perché cercava di raggiungere uno stile agile e moderno, utilizzando un linguaggio letterario, ma non alla maniera dei puristi, anzi accettando francesismi o milanesismi.
- 2. La seconda fase, chiamata toscano-milanese, corrisponde alla stesura dei Promessi sposi nell’edizione 1825-1827. In questo caso lo scrittore cercava di utilizzare una lingua genericamente toscana, ottenuta per via libresca, attraverso vocabolari e spogli lessicali.
- 3. Nell’ultima fase, a partire dal 1830, la riflessione linguistica di Manzoni si sviluppò con maggiore impegno. L’esito fu la nuova – e ultima – edizione dei Promessi sposi (1840-1842), corretta per adeguarla all’ideale di una lingua d’uso, resa scorrevole, purificata da latinismi, dialettismi ed espressioni letterarie di sapore arcaico. Si trattava del linguaggio fiorentino dell’uso colto. Nel 1868, l’ormai anziano scrittore rese pubbliche, nella Relazione al ministro Broglio, le ragioni per le quali gli pareva che il fiorentino dovesse essere diffuso attraverso una politica linguistica, messa in atto nelle scuole e proposta come educazione popolare. Proponeva anche che si realizzasse un vocabolario della lingua italiana concepito su nuove basi, affiancato da dizionari bilingui, capaci di suggerire le parole toscane corrispondenti a quelle proprie delle varie parlate d’Italia. Era la prima volta che la questione della lingua si collegava così strettamente a una questione sociale.
La teoria manzoniana ebbe effetti rilevanti: il modello manzoniano, ispirato all’uso vivo, diventò subito qualcosa che si poteva imparare tramite l’imitazione di un modello scritto. L’esempio di Manzoni, inoltre, favorì la prassi della risciacquatura in Arno, ovvero il soggiorno culturale a Firenze dello scrittore allo scopo di acquisire familiarità con la lingua parlata in quella città. L’unico freno al diffondersi della teoria manzoniana nel mondo della scuola fu molto probabilmente il prestigio di un poeta-professore come Carducci, avversario del “popolanesimo toscaneggiante”. Anche alcuni intellettuali come Tommaseo e Lambruschini presero le distanze da Manzoni, sollevando dubbi sul primato dell’uso vivo di Firenze; come loro anche Settembrini, Imbriani e Fanfani.
Una stagione d’oro della lessicografia
L’Ottocento è stato il secolo dei dizionari, sia per ricchezza di produzione e qualità, oltre che varietà di realizzazioni. Riferendosi al periodo tra il XVI e il XVIII secolo, si può solamente parlare di Vocabolario della Crusca. Cesari aveva riproposto il Vocabolario con una serie di giunte, allo scopo di esplorare ancora di più la lingua antica, ovvero la lingua trecentesca.
Dopo la Crusca di Cesari, tra il 1833 e il 1842 fu pubblicato il Vocabolario della lingua italiana di Manuzzi, anch’esso nato come una revisione di quello della Crusca. Per quanto corretto e accurato, conferma però la tendenza della cultura italiana a radicarsi nel passato. Anche il Dizionario della lingua italiana di Cardinali, Orioli e Costa è una riproposta della Crusca, seppur con varie aggiunte e correzioni. La somma delle giunte avveniva in modo meccanico, senza che si ripensasse in maniera nuova e originale. Un asterisco infatti era il segno scelto per contrassegnare tutte le voci non presenti nella Crusca, le quali in questo modo risultavano riconoscibili a colpo d’occhio. Questa soluzione era comoda per individuare rapidamente le novità, ma è anche prova di un’impossibilità di tagliare di netto con il passato.
Tra il 1829 e il 1840 la società tipografica napoletana Tramater diede alle stampe il Vocabolario universale italiano, la cui base era ancora la Crusca, ma l’opera aveva un taglio tendenzialmente enciclopedico e dedicava particolare attenzione alle voci tecniche di scienze, lettere, arti e mestieri. L’opera si differenzia per il superamento delle definizioni tradizionali, poiché i vocabolari del passato avevano fatto riferimento a conoscenze presupposte nel lettore. Il vocabolario Tramater riuscì il migliore disponibile per ricchezza e apertura verso il nuovo.
Nessun vocabolario dell’Ottocento si avvicina alla qualità del Dizionario di Tommaseo, poiché quest’opera si caratterizza per l’originalità. Tommaseo si preoccupò di illustrare attraverso il proprio dizionario le idee morali, civili e letterarie. Uno dei punti di forza era, oltre alla mole di lemmi, la strutturazione delle voci. Infatti il criterio non consisteva nel privilegiare il significato più antico, ma partire dal significato più comune e universale, ordinando i significati diversi di una parola, e privilegiando l’uso moderno. Quello di Tommaseo riuscì il primo vero vocabolario della nostra lingua.
Si realizzò anche un vocabolario coerente con l’impostazione manzoniana, ispirato al fiorentinismo dell’uso vivo, chiamato Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla, completamente diverso da quelli finora realizzati. Manzoni aveva infatti guardato al Dizionario dell’Accademia francese, che introduceva una novità: erano aboliti gli esempi d’autore e al posto delle citazioni tratte dagli scrittori c’era una serie di frasi anonime, testimonianza dell’uso generale. Allo stesso tempo venivano eliminate le voci arcaiche. Il secondo obiettivo proposto da Manzoni nella Relazione stava nella realizzazione di una serie di vocabolari dialettali, i quali suggerissero l’esatto equivalente fiorentino. Tuttavia, Manzoni non vide il compimento del vocabolario a causa della sua morte.
Altra iniziativa lessicografica fu quella di Petrocchi con Nòvo dizionario universale della lingua italiana, il quale realizzò una sorta di compromesso tra impostazione nuova e tradizionale, dividendo la pagina in due fasce sovrapposte, relegando nella fascia bassa il lessico arcaico, che secondo Manzoni andava eliminato.
L’Ottocento fu anche il secolo d’oro della lessicografia dialettale. L’interesse per il popolo e la cultura popolare seguì la curiosità della linguistica per il dialetto, considerato non più “italiano corrotto”, ma una parlata con la sua dignità. Lo studio dei dialetti si accompagnò a una profonda curiosità per le tradizioni popolari, i canti e i racconti.
Gli effetti linguistici dell’Unità politica
Al momento dell’Unità politica italiana, nel 1861, il nostro paese non raggiungeva una corrispondente unità culturale e linguistica. I territori degli ex stati nazionali che entravano a far parte del nuovo organismo erano caratterizzati da profonde differenze, abitudini e modi di vivere. Mancava quindi una lingua comune della conversazione. Infatti, il numero di italofoni (coloro che erano in grado di parlare italiano) era relativamente basso. De Mauro constatò che in Italia, l’80% degli abitanti era analfabeta e non tutto il restante 20% sapeva usare l’
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