Capitolo 1: L'onnipaesaggio
Mentre nel passato il paesaggio era un segno distintivo di una élite che si riconosceva nella condivisione comune di luoghi emblematici, oggi esso appartiene a tutti. È diventato centrale nella filosofia e nella geografia, oltre che un mezzo essenziale di globalizzazione. Trovandoci di fronte all’onnipresenza del paesaggio dobbiamo chiederci: che cosa abbiamo perso? Qual è il costo del paesaggio? Che cosa intendiamo per paesaggio?
I motivi di tale successo del paesaggio potrebbero essere ricondotti all’ecologia e al movimento ambientalista, ma essi non sono la condizione senza la quale non esisterebbe l’onnipaesaggio. Le ragioni vanno ricercate nel rapporto tra l’uomo postmoderno e la natura.
Nel corso della storia è sempre stata la città a definire il suo inventando l’idea di patrimonio naturale, di esotico e il paesaggio stesso. Da sempre il distacco dalla natura provoca un desiderio di natura; è una situazione che si ripete dall’epoca ellenistica. Tuttavia, due nuovi aspetti caratterizzano i decenni finali del XX secolo:
- Dissoluzione, nel dopoguerra, delle divisioni abituali tra i poli identificabili del sistema territoriale. Fino a quel momento era stato possibile distinguere le entità città-industria-campagna-natura sia dal punto di vista concettuale che amministrativo. Ma con il fenomeno dello sprawl, ovvero dell’urbanizzazione dei piccoli centri, con la crisi dell’agricoltura e delle attività industriali, i territori, dapprima distinguibili e caratterizzati, si sono trasformati in realtà illeggibili. Quindi la mancanza di riferimenti ha portato a celebrare ciò che sembrava sfuggire a questa tendenza: i luoghi ameni, il paesaggio selvaggio, il sito pittoresco. L’azione dell’UNESCO ha reso il paesaggio estremamente popolare ed ha avuto ripercussioni economiche, politiche e sociali.
- È necessario prendere in considerazione lo statuto dell’immagine in quanto tale e delle ripercussioni che la nostra civiltà dell’immagine ha sul paesaggio. Infatti le immagini, come per esempio delle celebri fotografie, quali quella del nostro pianeta visto dalla luna, o quella del paesaggio lunare con la bandiera americana, hanno un’influenza notevole soprattutto nella nostra civiltà in cui tutto sembra esistere per ricondurci ad una immagine. Al giorno d’oggi la circolazione di miliardi di immagini che ci seguono, dagli schermi, ai cartelloni pubblicitari, ai giornali sono l’espressione più efficace dell’onnipaesaggio.
Queste immagini hanno un forte impatto su di noi e la questione principale inizia a ruotare intorno al concetto di autenticità dell’esperienza del paesaggio: infatti, essendo diventato il paesaggio un prodotto standardizzato di una società consumistica, noi ci sentiamo liberi di goderne, ma in realtà subiamo i condizionamenti e le imposizioni di un dispositivo culturale ed economico.
Capitolo 2: "A landscape is a landscape is a landscape..."
Il termine onnipaesaggio e la visibilità esagerata che sottende non fanno riferimento solo ad un eccessivo dibattere sul paesaggio, ma al fatto stesso di parlarne che inscrive il paesaggio, fenomeno non verbale, in un discorso. Uno dei fulcri del dibattito è rappresentato dalle teorie del paesaggio.
Ad esempio, secondo Alain Roger, il paesaggio non si trasforma in tale se non sotto la dominazione dell’arte. Teoria dell’artialisation che prende il suo termine chiave da Montaigne e la sua argomentazione, basata sull’opposizione paese-paesaggio, da un saggio di Marquis de Girardin: “lungo i grandi cammini, e anche nei quadri degli artisti mediocri, non si vede che il paese; ma un paesaggio, una scena poetica, è una situazione scelta o creata attraverso il gusto e il sentimento”.
Denis Cosgrove nella seconda introduzione a “Social Formation and Symbolic Landscape” delinea una teoria segnata dal contesto socioculturale che aveva un approccio storicista e pragmatico. “L’idea del paesaggio rappresenta un modo di vedere - un modo attraverso il quale certi europei hanno rappresentato a se stessi e ad altri il mondo che li circonda e la loro relazione con il mondo, sì come hanno espresso la loro concezione dei rapporti sociali. Il paesaggio è un modo di vedere che possiede la propria storia, ma questa storia non può essere compresa se non con una parte di una storia economica e sociale più ampia; tutto ciò ha dei presupposti e delle conseguenze specifiche la cui origine e le cui implicazioni vanno ben oltre il semplice uso o la percezione del paese, il che implica delle tecniche di espressione proprie, materie tecniche condivise con altri domini di pratiche culturali”.
George Simmel nel 1913 ha pubblicato “Philosophie der Landschaft” in cui espone la sua teoria. “Il paesaggio, diciamo, si costituisce quando i vari elementi naturali distesi uno vicino all’altro sul suolo terrestre si riuniscono in un’unità di genere molto particolare, differente rispetto a quella intravista dallo scienziato con il suo pensiero causale, dall’adoratore della natura con il suo sentimento religioso, dal contadino o stratega con il loro approccio teleologico”.
Poi devia verso il concetto di Stimmung (inteso come “accordo di voci”, “stato d’animo”, “atmosfera”): “Poiché, come noi tutti comprendiamo attraverso la Stimmung di un essere umano l’elemento unitario, che in questo momento preciso o durabilmente segna la totalità dei contenuti psichici individuali, nello stesso modo la Stimmung del paesaggio attraversa l’insieme dei suoi elementi particolari, senza che si possa identificarne uno solo che possa dare loro origine; tutto partecipa a questa Stimmung, ma in una maniera difficilmente definibile - non esiste quindi all’esterno dei suoi componenti e non ne costituisce neppure la somma”.
Nel suo saggio “Metaspazialità del paesaggio” Rosario Assunto costruisce la sua argomentazione partendo dall’analisi lessicografica di tre dizionari della lingua italiana. Deriva il significato di paesaggio come “intero paese o parte di esso, in quanto è scelto a ritrarsi in pittura“. Sulla base di una rapida analisi testuale, il paesaggio sembra rivelarsi come “l’aspetto visivo del paese“ o meglio “il paesaggio considerato dal punto di vista artistico“.
Gerhardt Hard sottolinea: “Il vero paesaggio è esteso e armonioso, tranquillo, colorato, grande, variato e bello. È un fenomeno principalmente estetico, più vicino all’occhio che alla ragione, più apparentato il cuore, all’anima, alla sensibilità e alle sue disposizioni che allo spirito e all’intelletto, più vicino al principio femminile che quello maschile. Il vero paesaggio è il risultato di un divenire, qualche cosa di organico e vivente. Ci è più familiare che estraneo, ma più distante che vicino, manifesta più nostalgia che presenza; ci eleva al di sopra del quotidiano e confina con la poesia. Ma anche se ci rimanda all’illimitato, all’infinito, il paesaggio materno offre sempre all’uomo anche la patria, il calore il riparo. È un tesoro del passato, della storia, della cultura e della tradizione, della pace e della libertà, della felicità e dell’amore, del riposo in campagna, della solitudine e della salute ritrovata in rapporto alla frenesia del quotidiano e ai rumori della città; deve essere attraversato e vissuto a piedi, non rivelerà il suo segreto al turista o all’intelletto nudo”.
Capitolo 3: Per una definizione di paesaggio
È necessario indicare le condizioni di possibilità di una definizione del paesaggio. Il primo paradosso: il paesaggio è un fenomeno che si sottrae a qualunque tentativo di fissarlo troppo rapidamente; da qui il problema della sua rappresentazione sia iconica che verbale che empirica, che si scontrano con l’identità fluttuante e aperta del fenomeno. Il poeta Coleridge sottolinea il lavoro infinito che una trascrizione adeguata del paesaggio richiederebbe; mentre Simmel rimarca l’aspetto dinamico del paesaggio parlando di “un’opera d’arte statu nascendi”.
Un altro paradosso risulta dal doppio uso che è possibile fare del termine “paesaggio”, ovvero intendere sia la rappresentazione sia la cosa in sé. Quest’ultima, l’esperienza paesaggistica, pone un quesito: è possibile, essendo confrontati con l’onnipaesaggio, costituire un paesaggio senza riprodurre, volendo o no, modelli o schemi preesistenti? In tal modo l’esperienza del paesaggio “vero” sarà in realtà la rappresentazione di una rappresentazione, e ciò all’infinito, visto il numero di immagini-paesaggio presenti nella nostra memoria.
Lo scrittore giapponese Dazai Osamu ha esternato la contraddizione del paesaggio attraverso il suo racconto “cento vedute del monte Fuji”: infatti come si può non trovare bello il Fuji visto che la cultura giapponese non cessa di riprodurre immagini della montagna nazionale? Ma come, al contempo, trovarlo bello visto che a causa di tali e innumerevoli rappresentazioni, esso non sarà più in grado di stupirci?
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