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Pensare architettura, Peter Zumthor

  • Parte 1: Un modo di vedere le cose (1988)
  • Parte 2: Il nocciolo duro della bellezza (1991)
  • Parte 3: Dalla passione per le cose alle cose stesse (1994)
  • Parte 4: Il corpo dell’architettura (1996)
  • Parte 5: Insegnare l’architettura, imparare l’architettura (1996)
  • Parte 6: La bellezza ha una forma? (1998)

Parte 1: Un modo di vedere le cose (1988)

L'architetto Peter Zumthor va alla ricerca di un'architettura perduta, infatti quando egli pensa all’architettura, dentro di sé scaturiscono diverse immagini relative al suo primo approccio verso l'architettura, quando era ancora piccolo e ricorda gli elementi che compongono l'architettura associandoli agli elementi della sua infanzia come potrebbero essere la maniglia della porta che dava sul cortile a casa della zia oppure il colore rosso delle piastrelle esagonali nella sua cucina nella casa paterna, elementi che lo hanno condizionato per tutta la vita.

Ricordi di questo tipo di architettura racchiudono le esperienze architettoniche più radicate e il lavoro dell’architetto non è solo quello di dare una forma alle cose ma anche di capire di che materiale sono fatte. Seppur il materiale non rappresenti un elemento poetico, è fondamentale nella scelta architettonica. Anche il modo in cui sono costruite le cose rappresenta una scelta architettonica, il lavoro che c'è dietro alle cose.

Quando si parla di un elemento o di un oggetto molto particolare, si usa dire che c'è molto lavoro dietro questo oggetto, ciò nasconde anche un senso riguardante la cura e la bravura dell'artefice che ha creato quell’oggetto. L'armonia di un elemento architettonico è fondamentale per la sua comprensione, infatti la composizione di un edificio fondata sulla disarmonia e sulla frammentazione è in grado di comunicare dei messaggi ma la curiosità si esaurisce con la loro comprensione e la domanda che sorge spontanea riguarda l'utilità dell'oggetto architettonico per la sua vita pratica.

L’architettura nasce dalla volontà di creare qualcosa di nuovo ed ha il suo posto nel mondo concreto dove afferma la sua presenza e parla da sé. Le raffigurazioni architettoniche di costruzioni non ancora realizzate sono contrassegnate dallo sforzo di dare voce a qualcosa che non ha ancora trovato il suo posto nel mondo in modo concreto.

L'architettura è fatta di dettagli che hanno il compito di esprimere ciò che l'idea progettuale di fondo esige in quel determinato oggetto: unione o disgiunzione, tensione, leggerezza, attrito o fragilità. Per l'architetto, di tutti i disegni che gli architetti producono, i disegni esecutivi sono quelli che preferisce perché sono esaustivi e obiettivi.

Dai disegni architettonici si capisce la potenza e il messaggio che l'architettura vuole trasmettere. Il saper coniugare insieme le forme architettoniche e le forme dei dettagli conferisce all'architettura un senso di poesia ed è forse il compito artistico dell'architettura proprio quello di creare una poesia della progettazione. Spesso quello che gli architetti dicono delle loro opere non corrisponde propriamente a quel che ci raccontano le opere stesse.

Per l'architetto, l’architettura conosce due possibilità fondamentali: il corpo chiuso, che isola uno spazio al suo interno, e il corpo aperto, che racchiude una porzione spaziale connessa alla continuità infinita. Quando ci occupiamo dello spazio in qualità di architetti, ci occupiamo soltanto di una parte minima dello spazio infinito che abbraccia la terra e all'interno di questo spazio infinito ogni singola costruzione definisce un luogo.

Progettare vuol dire dunque inventare, se riusciamo a integrare nella nostra pratica la nostra possibilità di realizzare il nostro personale contributo, questo crescerà le nostre capacità di architetto. Secondo Zumthor, i valori comuni che ancora condividiamo su cui possiamo fare affidamento sono pochi per questo egli tende a difendere un’architettura della ragion pratica fondata su quel che tutti noi ancora conosciamo, capiamo e sentiamo.

Egli osserva attentamente il mondo costruito e con i suoi lavori tende di cogliere ciò che gli sembra prezioso, di correggere ciò che invece disturba per ricreare ciò che manca. Ogni architettura è esposta alla vita e infatti ogni edificio architettonico deve essere in grado di assorbire le tracce della vita umana acquisendone particolare ricchezza, forma e costruzione, aspetto e funzione, che non possono più essere scisse l'una dall'altra ma costituiscono un tutt’uno.

Secondo Zumthor, oggi l'architettura deve ricordarsi dei compiti e delle possibilità che le sono specificatamente propri. L'architettura non è un veicolo o un simbolo per cose estranee al proprio essere.

Parte 2: Il nocciolo duro della bellezza (1991)

All'architetto Peter Zumthor piace immaginare che la bellezza sia nelle cose naturali e genuine. L’architetto vuole costruire non tanto volendo provocare emozioni, quanto ammettendo le emozioni stesse. Il nocciolo duro della bellezza sta nello sviluppare la forza e la molteplicità di strade a partire dal compito architettonico, ossia delle condizioni che lo determinano e lo condizionano.

Solo dopo essere stati in grado di rispondere agli interrogativi riguardanti il luogo, i materiali e il compito, sono nati man mano spazi e strutture. Il confronto con le caratteristiche di entità concrete come la montagna, la pietra e l'acqua implica la possibilità di cogliere e di maturare un’architettura che parte dalle cose e ritorna alle cose.

Architetti svizzeri come Herzog e de Meuron affermano che l'architettura intesa come un tutt’uno non esiste più oggi e debba essere creata artificialmente nella mente del progettista attraverso un atto mentale. I due architetti teorizzano la loro architettura come una forma di pensiero volta a riflettere la sua unità. Zumthor continua a credere nell’unità autonoma e corporea dell'oggetto architettonico come meta del proprio lavoro.

Per l’architetto è illuminante l'idea di “Stato di cose”, con l'obiettivo di creare delle entità naturali unitarie e pensare l'edificio in termini di Stato di cose, le cui singole parti devono essere correttamente riconosciute e poste in un rapporto oggettivo, ossia ridurre gli oggetti alle cose che sono.

La buona architettura è intesa a ospitare l'uomo e per Zumthor, la costruzione viene collegata alle nozioni di calma e naturalezza, durevolezza, presenza, integrità ma anche calore e sensualità, essere se stesso, essere un edificio, non rappresentare qualcosa ma essere qualcosa.

Solo tra la realtà delle cose di cui una costruzione tratta e l'immaginazione, scaturisce la scintilla delle costruzioni felicemente riuscita che conferma se ci si pone la domanda di dove trovo la realtà su cui devo dirigere la mia immaginazione quando tento di progettare un edificio per un dato luogo a un dato scopo; la risposta si trova nelle parole chiave “luogo” e “scopo”.

La realtà a cui si riferisce non è la realtà delle teorie disgiunte delle cose ma la realtà del concreto compito costruttivo finalizzato all'abitare. La realtà dell'architettura è ciò che è concreto, ciò che si è fatto forma, massa e spazio e corpo. Non vi sono idee se non nelle cose.

Parte 3: Dalla passione per le cose alle cose stesse (1994)

L’architetto Peter Zumthor afferma che riflettere sull’architettura è

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Pegaso1 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Composizione architettonica 3 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Capanna Alessandra.
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