Concetti Chiave

  • Nell’Ottocento, il restauro era focalizzato sul ripristino dell'integrità delle opere d'arte, con il rifacimento delle parti mancanti, sostenuto da Viollet-Le Duc.
  • Con la Carta di Atene del 1931, si è affermata l'importanza di mantenere le testimonianze storiche, vietando le restituzioni integrali e rispettando l'opera del passato.
  • Il restauro ha evoluto in una scienza filologica, mirata a evidenziare il testo originale dell'opera, eliminando alterazioni e sovrapposizioni temporali.
  • Cesare Brandi ha sottolineato l'importanza di rispettare la patina del tempo, considerandola un limite per la pulitura e definendo il restauro come metodo di riconoscimento dell'opera.
  • Roberto Longhi si opponeva al riempimento delle lacune, preferendo mantenere queste aree a vista per favorire una connessione mentale tra le parti superstiti dell'opera.

Indice

  1. Evoluzione del restauro nell'Ottocento
  2. Quali sono le implicazioni della Carta di Atene?
  3. Il restauro come scienza filologica

Evoluzione del restauro nell'Ottocento

Nell’Ottocento il restauro era inteso come restauro di ripristino, cioè si mirava a ristabilire l’integrità dell’opera d’arte con il rifacimento delle parti mancanti. Uno dei massimi promotori di questa teoria fu il francese Viollet-Le Duc.
Solo più tardi, all’inizio del Novecento si capì che il restauro non poteva prescindere dalla salvaguardia dell’identità storica delle opere d’arte e si capì che non si doveva restaurare l’opera d’arte ma solo la materia dell’opera d’arte.

Quali sono le implicazioni della Carta di Atene?

Nel 1931, le direttive della “Carta di Atene” avevano stabilito l’esigenza del mantenimento delle testimonianze sedimentate nel tempo, con il divieto di “restituzioni integrali” e con l’obbligo di rispettare l’opera storica e artistica del passato senza prescrivere lo stile di alcuna epoca.

Diventa generale la tendenza ad abbandonare le restituzioni integrali e ad evitare i rischi mediante la istituzione di manutenzioni regolari e permanenti atte ad assicurare la conservazione delle opere d’arte. Nel caso in cui un restauro appaia indispensabile in seguito a degradazioni o distruzioni, si raccomanda di rispettare l'opera storica ed artistica del passato, senza proscrivere lo stile di alcuna epoca.

Il restauro come scienza filologica

Così il restauro si avvia a divenire una scienza filologica e storica diretta a ritrovare e rimettere in evidenza il testo originale dell’opera, eliminando alterazioni e sovrapposizioni di ogni genere fino a consentire di quel testo una lettura chiara e storicamente esatta.
Secondo Cesare Brandi, uno dei massimi studiosi di restauro e fondatore di una delle più prestigiose scuole di restauro, l’ICR, la patina, data dal passare del tempo sull’opera, va rispettata e diviene limite invalicabile di una buona pulitura perché è il segno del passaggio del tempo sull’opera. Sarà proprio Brandi che, nel suo libro Teoria del restauro del 1963, darà la definizione di restauro che è valida fino ai giorni nostri descrivendolo come momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte, sia nella sua consistenza fisica che nella sua duplice polarità estetica e storica, in vista della trasmissione al futuro.

Roberto Longhi, famoso storico dell’arte, invece era sfavorevole al riempimento della lacuna (interruzione del tessuto figurativo) che l’Istituto centrale del restauro attuava sistematicamente, inizialmente con la “tinta neutra” e successivamente con una tinta che, rispetto al contesto cromatico, retrocedeva visivamente, tanto da stabilire per essa, un livello più basso rispetto alla superficie del dipinto. Longhi non credeva che questo metodo possa diminuire il disturbo ottico causato dalla caduta del colore e per Longhi andrebbe lasciata “a vista”, affinché l’occhio possa allacciare idealmente fra loro le zone superstiti, restaurandole solo mentalmente.

Da questo momento in poi, il restauro divenne critica d’arte e così anche la collocazione di un’opera in un museo, e perfino l’illuminazione e il fondale su cui l’opera sarà esposta.

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Domande da interrogazione

  1. Qual era l'approccio predominante al restauro nell'Ottocento?
  2. Nell'Ottocento, il restauro era visto come un ripristino, mirato a ristabilire l'integrità dell'opera d'arte attraverso il rifacimento delle parti mancanti, come sostenuto da Viollet-Le Duc.

  3. Quali sono le principali direttive stabilite dalla Carta di Atene del 1931?
  4. La Carta di Atene del 1931 ha imposto il mantenimento delle testimonianze storiche, vietando le "restituzioni integrali" e sottolineando l'importanza di rispettare l'opera storica e artistica senza prescrivere uno stile specifico.

  5. Come si è evoluto il concetto di restauro nel Novecento?
  6. All'inizio del Novecento, si è compreso che il restauro doveva concentrarsi sulla salvaguardia dell'identità storica delle opere, evitando le restituzioni integrali e promuovendo manutenzioni regolari per la conservazione.

  7. Qual è la visione di Cesare Brandi riguardo al restauro?
  8. Cesare Brandi ha definito il restauro come un momento metodologico per riconoscere l'opera d'arte nella sua consistenza fisica e nella sua polarità estetica e storica, rispettando la patina del tempo come limite per una buona pulitura.

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