Concetti Chiave
- In Italia, la frammentazione politica ostacola l'unificazione culturale e linguistica, sollevando interrogativi su quale italiano debba prevalere.
- La "questione della lingua" del XVI secolo si divide in due posizioni: chi sostiene la lingua parlata e chi favorisce quella letteraria degli scrittori.
- La proposta della lingua cortigiana, sostenuta da uomini di corte, si concentra sulla purezza stilistica, senza perseguire un'unità linguistica nazionale.
- Pietro Bembo distingue tra lingua scritta e orale, proponendo una lingua letteraria stabile basata sui grandi scrittori del Trecento per unificare l'Italia.
- Giovanbattista Gelli critica l'idea di fissare regole linguistiche per il fiorentino, affermando che è ancora in evoluzione ma ne riconosce la bellezza intrinseca.
Indice
La frammentazione politica italiana
Mentre in Francia, Spagna e Inghilterra le monarchie assolute confermano e consolidano la loro struttura, in Italia i vari staterelli sono incapaci di unificarsi e di superare i particolarismi. Per contrasto, questa situazione così diversa, esaspera l’esigenza di affermare un’identità comune italiana che coinvolga almeno la cultura e la lingua. Da questo, emerge una questione dibattuta da molto tempo: quale italiano deve essere utilizzato in Italia? Di fronte a tanta frammentazione politica, che comportamento deve essere assunto dai letterati italiani? Quale deve essere l’autorità linguistica riconosciuta? Quale capitale, almeno ideale, deve essere individuata per regolare l’uso della nuova lingua?
La questione della lingua
L’insieme di questi interrogativi dà luogo a quella che nel XVI secolo è chiamata “questione della lingua”. Sostanzialmente, le posizioni più importanti sono due:
1) quella di coloro che sono principalmente interessati alla lingua parlata
2) quella di coloro che hanno come obiettivo la lingua letteraria, cioè la lingua degli scrittori. Pertanto, se da un lato si cerca di privilegiare la lingua viva che possa essere parlata realmente da tutti, dall’altro, il sostegno va ad una lingua che garantisca uno scambio culturale fra le classi colte, non parlata quotidianamente e non certo appannaggio dalle classi sociali più basse.
Proposte linguistiche contrastanti
La prima proposta è quella di coloro che sostengono la lingua cortigiana, sostenuta da una serie di uomini di corte, come Baldesar Castiglione, educati nell’ambiente brillante delle signorie italiane del Centro-Sud. Essi considerano la lingua come una realtà connessa al comportamento e alla buona educazione e, proprio per questo, sono più interessati a come si debba scrivere e nona come si debba parlare in una società raffinata. In realtà, questi sostenitori della lingua cortigiana non perseguono un’unità linguistica nazionale perché a loro importa soprattutto che la lingua sia ovunque parlata con purezza di stile e ciò costituisce la debolezza principale della proposta cortigiana.
Le idee di Pietro Bembo
Contrariamente a quanto sostiene Baldesare Castiglione, le idee linguistiche di Pietro Bembo fanno una netta distinzione fra lingua scritta e lingua orale. Egli si oppone categoricamente alla lingua cortigiana: essa è improponibile perché una tale lingua è strettamente legata ad un sistema politico frammentato e quindi è priva di ogni garanzia di unità. Egli polemizza soprattutto contro Vincenzo Calmeta che, in uno scritto, oggi andato purtroppo perso, propone, come lingua nazionale, quella della corte papale. Il Bembo, a questo proposito, controbatte che, fra tutte le corti italiane possibili, quella pontificia è la meno adatta se vogliamo assegnare alla lingua l’obiettivo di unificazione: infatti, a Roma, i papi cambiano e ognuno porta con sé le proprie inclinazioni linguistiche che variano a seconda del luogo di provenienza. Pertanto, in Italia manca un centro valido come luogo di elaborazione di una lingua nazionale per cui la questione della lingua parlata rimane una partita persa in partenza. Per questo, il Bembo pone la sua attenzione soltanto alla lingua scritta e in tale interesse possiamo vedere la forma mentis di un umanista che si pone alla ricerca di regole e di modelli sicuri, nella convinzione, però, che l’Italia è storicamente destinata a rimanere divisa in tante realtà politiche diverse, L’unica possibilità di mantenere una propria identità culturale è far uso di una lingua letteraria fissa e stabile che il Bembo individua nei grandi scrittori del Trecento: Petrarca per la poesia e Boccaccio per la prosa. Una simile decisione di ritornare ad un toscano letterario vecchio di 200 anni suscitò polemiche e ironia perfino nei fiorentini che avvertivano il carattere antiquato della lingua del XIV secolo. Per il Bembo, invece, la lingua del Quattrocento non era ammissibile perché troppo contaminata e posta in concorrenza dalla presenza del latino umanista.
L'opposizione al Bembo
L’opposizione al Bembo si basa anche su di un’ideologia linguistica alternativa: il primato della pratica concreta della lingua. Giovanbattista Gelli, nella sua opera Ragionamento, del 1551, arriva fino a negare che i tempi non sono ancora maturi per fissare regole precise di una lingua come il fiorentino, dato che è ancora in evoluzione. Comunque, il fiorentino può costituire il punto di riferimento della cultura italiana per la sua bellezza intrinseca e poiché manca un’autorità che sia in grado di imporlo con la forza, esso viene adoperato da tutti per “amore”.
Domande da interrogazione
- Qual è la principale differenza tra la lingua cortigiana e la lingua proposta da Pietro Bembo?
- Quali sono le due posizioni principali emerse nella "questione della lingua" del XVI secolo?
- Perché Pietro Bembo considera inadeguata la lingua della corte papale come lingua nazionale?
- Qual è la posizione di Giovanbattista Gelli riguardo alla fissazione delle regole linguistiche?
- Quali autori Bembo considera come modelli per la lingua letteraria italiana?
La lingua cortigiana è legata a un comportamento raffinato e non mira a un'unità linguistica nazionale, mentre Bembo distingue nettamente tra lingua scritta e orale, sostenendo che solo una lingua letteraria fissa e stabile può garantire l'identità culturale in un'Italia frammentata.
Le due posizioni principali sono quella che privilegia la lingua parlata, accessibile a tutti, e quella che sostiene la lingua letteraria, riservata agli scrittori e alle classi colte, per favorire uno scambio culturale.
Bembo ritiene che la lingua della corte papale sia inadeguata perché i papi cambiano e ciascuno porta le proprie inclinazioni linguistiche, rendendo impossibile una vera unificazione linguistica in un contesto politico frammentato.
Gelli sostiene che i tempi non sono ancora maturi per fissare regole precise per il fiorentino, poiché la lingua è in evoluzione, ma riconosce la sua bellezza intrinseca come punto di riferimento per la cultura italiana.
Bembo identifica i grandi scrittori del Trecento, in particolare Petrarca per la poesia e Boccaccio per la prosa, come modelli per una lingua letteraria fissa e stabile, necessaria per mantenere un'identità culturale in un'Italia divisa.