Concetti Chiave
- Dante e Virgilio incontrano Sordello, un'anima mantovana, simbolo della connessione tra i concittadini e del malessere politico dell'Italia.
- Il canto VI del Purgatorio affronta la decadenza politica, la corruzione ecclesiastica e l'assenza dell'imperatore come cause di instabilità in Italia.
- Dante critica l'imperatore Alberto d'Asburgo per la sua latitanza e il disinteresse verso le sorti italiane, definendolo un anti imperatore.
- La Chiesa è accusata di ostacolare il potere imperiale, contribuendo all'instabilità attraverso la sua ingerenza nella politica.
- Lo stile solenne dell'invettiva di Dante, arricchito da strumenti retorici, evidenzia la gravità dei temi politici trattati.
Incontro con Sordello
Dante e Virgilio, incerti su quale strada prendere per cominciare la scalata del monte del purgatorio, chiedono consiglio a un’anima solitaria che li sta osservando. Quest’ultima chiede loro da dove vengano e Virgilio dice di essere mantovano. Tanto basta perché il misterioso personaggio lo abbracci: è un mantovano anche lui, è il poeta Sordello da Goito. Davanti a quell’abbraccio tra concittadini Dante prorompe in una delle sue più celebri invettive.
● i mali politici della penisola italiana
● l’indignazione e il lamento del poeta
● la latitanza degli imperatori e le cupidigie della Chiesa
● l’ironia verso Firenze
● Terzine di endecasillabi a rima incatenata (schema: ABA BCB CDC ecc.).
Invettiva Politica di Dante
Il canto VI di ciascuna cantica della Commedia è dedicato alla trattazione del tema politico: un argomento caro al poeta. Lungo il viaggio, il suo campo di osservazione si allarga progressivamente: nell’Inferno l’attenzione di Dante si concentra su Firenze, nel Purgatorio sull’Italia, nel Paradiso sull’Impero. L’invettiva dantesca di questo canto riassume i principali temi della riflessione politica dell’autore:
• la decadenza politica dell’Italia, che si è trasformata da signora di province in «serva» (v. 76)
e in «bordello» (v. 78);
• la corruzione degli uomini di Chiesa, che si occupano del potere politico invece che di questioni
spirituali (vv. 91-96);
• la colpevole lontananza dell’imperatore («la sella è vòta», v. 89), guida necessaria per far rispettare le leggi, purtroppo assente (vv. 97-99);
• le lotte sanguinose tra le fazioni comunali, che all’interno di ogni città causano distruzioni e lutti (vv. 83-84, 106-108);
• l’emergere delle signorie (Dante parla di «tiranni » al verso 125), come conseguenza di tali conflitti.
L’ultima parte del canto, sposta l’attenzione su Firenze, la patria di Dante, che non è affatto esente da tale instabilità politica, come abbiamo visto anche nelle parole di Ciacco. Nel canto VI del Paradiso Dante sottolineerà la funzione provvidenziale della monarchia universale, cioè l’Impero. Qui, per il momento, il poeta si limita a indicare nella sua assenza la causa dei tanti conflitti che agitano l’Italia: Dio vuole la monarchia universale, ma gli uomini tradiscono la sua volontà. È l’assenza dell’imperatore la causa della mancanza di pace che dilania la penisola.
Critica all'Imperatore Alberto
Le accuse del poeta sono indirizzate, in particolare, contro l’imperatore Alberto d’Asburgo, non solo perché ha abbandonato l’Italia a se stessa, ma soprattutto perché tradisce la sua missione imperiale. Alberto, agli occhi di Dante, è un anti imperatore, perché:
• abbandona l’Italia al suo destino, invece di «inforcar li suoi arcioni» (v. 99);
• si cura «per cupidigia» (v. 104) solo dei suoi possedimenti tedeschi, disinteressandosi
della penisola;
• lascia «vedova e sola» (v. 113) Roma, ufficialmente la capitale del suo regno.
Ma agli occhi di Dante le colpe per la difficile situazione politica del tempo ricadono anche sulla Chiesa: sono infatti i papi a impedire a «Cesare» di salire sulla sella; anzi, si sforzano di guidare essi stessi il riottoso cavallo, che però in tal modo recalcitra e s’imbizzarrisce. Colpevoli, infine, sono anche le grandi famiglie guelfe e ghibelline d’Italia, che, dopo lotte lunghe e stremanti, lasciano il controllo delle città ai «tiranni». Il canto è riempito dal grido di dolore di Dante per le sorti politiche dell’Italia. La voce che si leva è direttamente quella del poeta: è lui infatti a rivolgersi verso il proprio pubblico per intonare la grande deplorazione dei destini della penisola. Anche la veste formale dell’invettiva rispecchia l’importanza dei temi trattati: lo stile, infatti, è reso più solenne ed elaborato grazie all’utilizzo di vari strumenti retorici.
Domande da interrogazione
- Qual è il tema principale dell'invettiva politica di Dante nel canto VI della Commedia?
- Quali sono le critiche di Dante nei confronti dell'imperatore Alberto d'Asburgo?
- Come influiscono le lotte tra fazioni comunali sulla situazione politica italiana secondo Dante?
- Qual è il ruolo della Chiesa nella crisi politica descritta da Dante?
- In che modo Dante esprime il suo lamento per le sorti dell'Italia?
Il tema principale è la decadenza politica dell'Italia, che Dante descrive come passata da "signora di province" a "serva" e "bordello", evidenziando la corruzione e l'assenza di una guida imperiale necessaria per la stabilità (v. 76-78).
Dante accusa Alberto di abbandonare l'Italia al suo destino, di curarsi solo dei suoi possedimenti tedeschi e di lasciare Roma "vedova e sola", tradendo così la sua missione imperiale (v. 99, 104, 113).
Le lotte sanguinose tra le fazioni comunali causano distruzioni e lutti all'interno delle città, contribuendo all'instabilità politica e all'emergere di "tiranni" (vv. 83-84, 106-108, 125).
Dante sostiene che la Chiesa impedisce all'imperatore di esercitare il suo potere, cercando di guidare il "riottoso cavallo" della politica, il che porta a una maggiore confusione e conflitto (vv. 104, 113).
Dante utilizza un linguaggio solenne e strumenti retorici per intonare un grido di dolore verso il pubblico, lamentando la difficile situazione politica della penisola e la mancanza di pace dovuta all'assenza dell'imperatore (stile e tono del canto).