Il bambino e l’identità di genere
1. Introduzione
1.1 Prospettive e contesti storici
“Il medioevo non aveva “bisogno dell’idea dell’infanzia” per la prevalenza della cultura orale che assimilava tutti, indipendentemente dall’età.” (P. Ricchiardi e A. M. Venera, Giochi da maschi, da femmine e… da tutti. Pag. 56)
L’analisi storica della figura del bambino permette di evidenziare come l’infanzia, così come la intendiamo noi oggi, è un’invenzione piuttosto recente. Lungo tutto il Medioevo i bambini venivano considerati adulti in miniatura e, in quanto tali, erano destinati a svolgere le loro stesse attività, sia nel lavoro che nel gioco. I motivi, secondo Rudolph Schaffer (“Psicologia dello sviluppo, un’introduzione”, pag. 23/26), possono essere riscontrati in motivazioni di tipo economico e nell’elevato tasso di mortalità infantile caratterizzante le epoche passate. Il legame affettivo che si sviluppava tra madre e figlio era più distaccato, come meccanismo di autoprotezione in vista dell’alta probabilità di perdere il figlio in età precoce. I bambini, inoltre, rappresentavano un’importante fonte di forza e sostegno per la sopravvivenza della famiglia. Dal punto di vista legale non era considerato detentore di diritti, ed era considerato proprietà del padre che aveva il pieno controllo sulla sua vita.
È solo a partire dal XVII/XVIII secolo che la visione del bambino inizia a cambiare, anche se principalmente nei confronti del maschio. L’importanza dell’istruzione e dell’educazione dell’infante inizia a farsi strada e a prevalere sull’esigenza degli adulti di utilizzar loro come fonte di lavoro. Il trattamento riservato al maschio e alla femmina era molto differente: mentre intorno al bambino inizia a crearsi un ambiente educativo favorevole alla sua istruzione e al suo sviluppo, la bambina continua ad essere rilegata all’aiuto degli affari domestici e all’allevamento della prole. In “Giochi da maschi, da femmine e… da tutti e due” di P. Ricchiardi e A. M. Venera leggiamo:
“[…] L’aver considerato la bambina, la fanciulla, l’adolescente, una donna in miniatura, l’averle attribuito atteggiamenti e caratteri propri del modello adulto ha costituito, dal punto di vista del comportamento di genere, un grave errore da parte dell’adulto, convinto che la diversità naturale tra i due sessi rendesse più breve l’infanzia femminile rispetto a quella maschile. […] L’isolamento culturale della donna fu giustificato proprio con l’immagine distorta della sua sessualità, identificata in una maggiore dipendenza dagli istinti, proporzionale alla supposta minore capacità intellettuale.” (pag. 56/57)
E ancora:
“Per le bambine, al contrario che per i bambini, non si pensava dunque che potesse esistere il periodo della puerizia”
Questa idea di inferiorità della bambina, che era la stessa riservata anche alla donna adulta in generale, rimarrà invariata per molto tempo. Ciò è sicuramente in contraddizione con quella che era la considerazione del femminile nel 30000/20000 a.C., dove, grazie ai ritrovamenti archeologici 11 e agli studi di Marija Gimbutas, si è potuto constatare l’importanza della donna. Essa veniva rappresentata da statuette che mettevano in risalto quelle che sono le sue caratteristiche principali, seno, vulva, fianchi: la donna era la fonte della vita, della procreazione, colei che permetteva lo svolgersi e la continuazione del ciclo della vita (nascita, crescita, morte) e, in quanto tale, era considerata quasi come una Dea, la Dea Madre. Le rappresentazioni di statue maschili erano assai rare.
A parte questa parentesi positiva per la figura femminile, il resto della storia è caratterizzato da una 2 sua netta inferiorità. Virginia Woolf illustra molto bene questa condizione nell’opera “Una stanza tutta per sé”, in cui analizza il rapporto praticamente inesistente tra donna e romanzo. Analizzando le opere di una biblioteca di autori del passato, si rende conto di come i libri siano tutti scritti da uomini e di come le donne, a volte protagoniste, siano sempre sottovalutate e sminuite. Ella individua una rabbia di fondo nell’uomo scrittore nei confronti della donna, e cerca di indagare una possibile spiegazione:
“O forse la collera, mi domandavo, non sarà lo spirito inserviente, il famulo del potere? […] Probabilmente, quando il professore insisteva piuttosto enfaticamente sull’inferiorità delle donne stava pensando non alla loro inferiorità, bensì alla sua superiorità. […] se queste non fossero inferiori, non servirebbero più a raddoppiare gli uomini.” (Wolf V., Una stanza tutta per sè, edizione Universale Economica Feltrinelli, pag. 66-68)
Com’è possibile per una donna, sostiene V. Woolf, fare la scrittrice, se non ha possibilità di essere indipendente, di guadagnarsi del denaro e di comprarsi “una stanza tutta per sé” in cui dedicarsi alla scrittura? A ciò si aggiungono anche quelli che Woolf definisce ostacoli immateriali, ovvero l’indifferenza e le ostilità del mondo esterno nei confronti del sesso femminile.
La condizione della bambina non era certo differente. Nel Medioevo le bambine e le ragazze erano quasi totalmente esenti dall’educazione; passavano solitamente il loro tempo chiuse in casa ad occuparsi degli affari domestici, da cui uscivano solo, per esempio, per accompagnare la madre in chiesa, in quanto si riteneva l’ozio un brutto vizio da evitare. La legge Casati del 1859 decretò l’obbligo per l’istruzione elementare per bambini e bambine, anche se l’evasione femminile rimaneva elevata. Solo nel 1874 che formalmente venne permesso l’accesso ai licei e alle università alle donne, anche se di fatto la maggior parte degli istituiti continuava a rifiutare le iscrizioni femminili e i pochi titoli di studio ottenuti dalle ragazze non sempre venivano riconosciuti 3 nel mondo del lavoro.
1 Marija Gimbutas (Lituania, 23 Gennaio 1921/ Los Angeles, 2 Febbraio 1994): linguista e archeologa lituana, che concentrò i suoi studi sulle culture del neolitico e dell’età del bronzo.
2 Virginia Woolf (Londra, 25 Gennaio 1885/ Rodmell, 28 Marzo 1941): scrittrice, saggista e attivista britannica, particolarmente impegnata nella lotta per l’emancipazione femminile.
3 2 La presunta differenza tra uomo e donna è stata superata grazie a numerosi studi e ricerche (dagli anni ’50, tra cui Kinsey, Manster e Johnson, tramite studi scientifici sul comportamento sessuale di uomo e donna) che hanno dimostrato l’inesattezza di questa credenza e la non scientificità di tali conclusioni, e grazie ai movimenti femministi che dagli anni ‘60/’70 hanno lottato per fare emergere la soggettività femminile e per promuovere una nuova visione delle scienze che tenesse conto del soggetto femminile e delle differenze di genere non solo sessuali, ma anche di pensiero, di emozioni o sensazioni, poiché, come sostiene A. Zatti in “La psicologia maschile spiegata alle donne”:
“Dietro il “soggetto neutro” di qualsiasi discorso, proprio quando assunto come valido per tutti, in ogni epoca e per ogni persona, si nasconde sempre una posizione specifica; quella della cultura elaborata dagli uomini, di sesso prevalentemente maschile, durante questi ultimi millenni di dominio sociale, culturale, politico.” (A. Zatti, La psicologia maschile spiegata alle donne, Liguori editore, pag. 9)
Tra le tante, ricordiamo le ricerche di Doreen Kimura (Teoria dei due cervelli) che hanno evidenziato come le abilità cognitive siano differenti in maschio e femmina (per esempio, nei maschi maggiore capacità nel ragionamento matematico e nell’ambito visuo-spaziale, mentre maggiori capacità linguistiche e nelle operazioni aritmetiche – si veda “Psicologia delle differenze di genere”, Bianca Gelli pag. 116/122) ma come queste siano in realtà complementari e non siano indice di una presunta superiorità di un sesso rispetto all’altro o di una maggiore intelligenza di una delle due parti.
1.2 Freud e la psicoanalisi: nuova visione del bambino e dell’identità di genere
Uno dei principali autori che ha assunto il bambino come centro della propria teoria e che ne ha dato una nuova visione è sicuramente Sigmund Freud. Le sue conclusioni sconvolsero completamente la società, poiché alla tradizionale immagine dell’infante puro e innocente, egli contrappose una nuova immagine, il “piccolo perverso”. Egli inserì il discorso della sessualità in età precoce, situandolo ancor prima della maturazione sessuale e della riproduzione, in un contesto di autoerotismo.
“È opinione popolare, a proposito della pulsione sessuale, che essa manchi nell’infanzia e che si risvegli soltanto nel periodo di vita che va sotto il nome di pubertà. Ma questo non soltanto è un puro e semplice errore, bensì anche un errore gravido di conseguenze. […] Sembra però che la vita sessuale dei bambini giunga ad esprimersi in una forma accessibile all’osservazione perlopiù attorno al terzo o quarto anno di vita.” (Freud S., Tre saggi sulla teoria sessuale, Biblioteca Bollati Boringhieri, pag. 56/60)
Importante notare come, coerentemente con il contesto storico culturale, Freud lavorò inizialmente solo sul soggetto maschile, per estendere poi gli studi anche al soggetto femminile tramite l’opera “Sessualità femminile”. La teoria della sessualità infantile viene ben spiegata dall’autore stesso nel secondo saggio di “Tre saggi sulla teoria sessuale”. 3 Tramite la definizione di libido, egli definisce 5 principali stadi di sviluppo:
- Fase orale (0/18 mesi): legata alla suzione del seno materno, che rappresenta il primo rapporto con il mondo esterno e lo stabilirsi del primo legame con la mamma;
- Fase anale (18 mesi/3 anni): legata al piacere nel trattenere a lungo e nell’espellere le feci;
- Fase fallica (3/6 anni): la zona genitale diviene la zona erogena per l’appagamento della pulsione sessuale. È in questa fase che si verifica il Complesso di Edipo (o di Elettra nella femmina);
- Fase latente (da 6 anni): libido dormiente; la rimozione del desiderio sessuale ha avuto successo;
- Fase genitale (da pubertà): maturità sessuale, che permette l’avvicinamento con il sesso opposto e una nuova energia sessuale concentrata nella zona erogena dei genitali.
L’identità è dunque, secondo Freud, costruita tramite stadi psicosessuali che gettano le basi per la creazione della personalità. Ciò che si può notare nelle teorie di Freud è sicuramente un’asimmetria tra bambino e bambina, essendo lo sviluppo sessuale femminile ritagliato da quello maschile e quest’ultimo visto come prioritario. Egli afferma infatti che la bambina è definibile come un “ometto mancato”, che si riconosce come femmina in seguito alla fase fallica proprio perché “non maschio”, e il cui sviluppo psicosessuale ruota intorno ad un unico concetto: il primato del fallo. Il complesso di Edipo (nel maschio) consiste in un’ostilità nei confronti del padre per poter conquistare e dominare la madre; egli rappresenta il divieto dell’incesto, che porterà il bambino alla paura della castrazione e gli farà abbandonare il Complesso. Nella femmina Freud definisce, invece, il Complesso di Elettra: a causa della sua presunta mancanza (l’assenza del pene, sostituito dal clitoride, visto come una sorta di castrazione, di pene mutilato), la bambina sviluppa ostilità nei confronti della madre, causa di questa sua “minoranza fisica”, in favore di un rapporto col padre, a cui chiede una figlia che compensi la sua inferiorità. Tutto è ricondotto al fallo, al maschio, al maschile. In entrambi i casi, però, ritroviamo due costanti:
- Il senso della VISTA, ovvero la visibilità o meno dell’organo come causa scatenante del Complesso;
- La RINUNCIA DELL'ALTRO in corrispondenza della fine del Complesso, con allontanamento
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