Indice

  1. Premessa
  2. Caratteristiche della nobiltà seicentesca
  3. La posizione del Manzoni
  4. Tipologia di aristocratici

Premessa

Bisogna premettere che nel Seicento non tutta la nobiltà era oziosa, ignorante o dispregiatrice dei diritti altrui come don Rodrigo, il conte Attilio o come l’Innominato, prima della conversione e nemmeno come l’ipocrita e vuoto conte zio. Esisteva una minoranza che si distingueva per onestà e capacità nella vita politica e nell’amministrazione e godeva di una grande stima. Tuttavia, la maggioranza teneva un comportamento corrotto. Quali ne erano le cause?

Caratteristiche della nobiltà seicentesca

Le calamità naturali, le guerre, la pessima amministrazione o i pessimi ordinamenti introdotti dalla Spagna, le immissioni di nuove famiglie arricchite, inizialmente di origine umile e moralmente discutibili. A questo va aggiunto che nel 1593, fu emesso un divieto di origine spagnola per la nobiltà di dedicarsi al commercio, un’attività che degradava il titolo nobiliare. Questo concetto, nel romanzo è messo in luce dal padre di Ludovico, un mercante che si atteggia a nobile e che si offende se ente pronunciale la frase “fare orecchi da mercante”. Di conseguenza l’ozio e i vizi finivano col rovinare dal punto di vista economico, la nobiltà stessa. La situazione vera stata ben diversa nei secoli precedenti quando l’attività mercantile era all’origine delle fortuna di molte casate aristocratiche: basta pensare ai Medici che erano banchieri.
La ricchezza della classe aristocratica comprendeva soltanto il possesso di terre e all’eccessivo frazionamento della proprietà fondiaria, si poneva rimedio con l’istituzione del maggiorascato. I nobili passavano il tempo partecipando a tornei, a giochi, a divertimenti con le allegre brigate (come fanno don Rodrigo e il cugino Attilio), a vuote pratiche religiose (cfr. donna Prassede), o a duelli (come Ludovico prima di trasformarsi in padre Cristoforo).
Nel romanzo occupano un posto di rilievo anche le difficoltà economiche in cui si dibatteva la classe nobiliare per le eccessive esigenze di lusso e di sfarzo, anch’esse introdotte dalla corona spagnola.

La posizione del Manzoni

Nei confronti dei nobili del XVII secolo, Manzoni ha un atteggiamento molto critico. Essi sono accusati di essere inutili, di non contribuire allo sviluppo e al bene della società; sono solidamente ancorati ai loro vecchi privilegi, il movente delle loro azioni è spesso il pregiudizio (cfr. Donna Prassede e don Ferrante). Spesso approfittano del loro potere per mettere la giustizia a loro servizio e non rispettano nemmeno i più elementari insegnamenti della religione cristiana. Alcuni aristocratici hanno un riscontro storico come Don Gonzalo Fernandez de Cordoba e il conte zio che lo scrittore utilizza per sottolineare l’inettitudine e la corruzione dei funzionari spagnoli.

Tipologia di aristocratici

Nel romanzo, possiamo distinguere tre tipologie di nobili:
• i feudatari arroganti e violenti che nulla ferma nei loro atti scellerati,
• i nobili vittime del sistema, dal carattere debole
• la nobiltà che si redime e abbraccia gli insegnamenti del Cristianesimo.

Al primo gruppo appartengono don Rodrigo e l’Innominato, prima della conversione. Il loro unico scopo esistenziale è commettere atti scellerati, divertirsi senza freno, infischiandosi di ogni regola morale o di legge dello Stato; anzi, fra di loro e chi amministra la giustizia esiste una evidente forma di connivenza e di servilismo, come nel caso dell’Azzecca-garbugli nei confronti di don Rodrigo.

Al secondo gruppo appartengono la Monaca di Monza e il conte Attilio. Gertrude è la vittima della legge del maggiorascato perché, fin dalla culla, viene destinata al chiostro, indipendentemente dalla sua volontà, pur di salvare l’intero patrimonio da destinare nella totalità al primogenito. Tuttavia non ha la forza di ribellarsi. Nel corso del romanzo da vittima si trasforma in carnefice perché cede alla richiesta dell’Innominato di aiutarlo a rapire Lucia, mostrando così, ancora una volta una forte debolezza morale.
Sebbene con modalità diverse, anche il conte Attilio è vittima del sistema: egli fa solo attenzione alle formalità dettagli dall’onore e ricorre agli intrighi politici per soccorrere don Rodrigo. In lui ciò che ha un valore è soltanto l’orgoglio e l’onore della casta.

Al terzo gruppo appartengono padre Cristoforo e l’Innominato (dopo la conversione). Entrambi dopo un avvenimento che ha profondamente inciso sulla coscienza, si pentono, rinunciano alla vita condotta fino ad allora e scelgono la via dell’umiltà e della carità cristiana rivolta soprattutto agli oppressi (cfr. Innominato) su cui fino ad allora aveva indirizzato tanti soprusi.

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