Formazione delle mega-city regions e divari territoriali
Un pianeta di "cittadini"
Noi ormai viviamo in un pianeta di cittadini. Il mondo è sempre più popolato e soprattutto urbanizzato. La popolazione mondiale è arrivata fino a più di 7 miliardi al giorno d’oggi, ma ciò che è aumentato a un ritmo consistente è la popolazione urbana. Crescita che aumenta fino al 2005, momento importante in cui le statistiche notano come la popolazione urbana supera la popolazione rurale. È chiaro che questo rafforzamento del processo di urbanizzazione planetaria pone molte sfide a livello di progettazione. Il problema grosso rimane quello del destino delle aree rurali.
Popolazione urbana e rurale, 1950-2025
Le principali differenze riguardano la quantità di popolazione residente in aree urbane o rurali, in relazione allo sviluppo economico del Paese stesso. Nei paesi sviluppati (MDC), già dagli anni '50 c'era una notevole crescita della popolazione residente in aree urbane, mentre nei paesi (LDC) è il contrario.
Il tasso di urbanizzazione
Il tasso di urbanizzazione, posto in relazione con il livello di sviluppo economico dei Paesi e nello specifico con il livello del reddito. Paesi ad alto livello di reddito avevano già nel 1950 il più alto tasso di urbanizzazione (più del 50%), con uno stacco notevolissimo rispetto ai paesi a basso reddito. La prospettiva per il 2050 è di una crescita esponenziale, anche se c’è stato un ‘affanno’, come direbbero i demografi, nei paesi con medio/alto reddito come Brasile e Cina. Ma anche i paesi a più basso reddito hanno avuto una bella tendenza di crescita.
Popolazione urbana e tasso di urbanizzazione
Quando si studiano i processi di urbanizzazione occorre non fermarsi alla superficie, ma dobbiamo considerare contemporaneamente tre dimensioni per avere un quadro preciso della dinamica mondiale.
- Popolazione totale = popolazione urbana + popolazione rurale
- Popolazione urbana = numero di persone che risiedono in contesti urbani (città)
- Incidenza percentuale, tasso di urbanizzazione
L’Asia è sempre stata il continente più popolato. È vero che il tasso di urbanizzazione dei paesi sviluppati è più alto di quelli meno sviluppati, ma la maggioranza della popolazione urbana dipende anche dal tasso di urbanizzazione. Si può notare come nel 1950 fosse l’Europa ad avere la maggior percentuale di popolazione urbana, mentre già nel 2003 l’Asia supera notevolmente i dati europei e si prevede che per il 2030 si arrivi alla metà della popolazione residente in aree urbane.
Transizione urbana
Questi dati sembrano comunque indicare un movimento inevitabile verso il processo di urbanizzazione, come se fosse solo una questione di tempo. Per tutti i paesi, prima quelli ad alto reddito e poi anche gli altri, sono in movimento verso l’urbanizzazione. Questo fenomeno viene definito “transizione urbana” che consiste nel passaggio da un livello debole di urbanizzazione a un livello elevato, secondo uno schema che si ritiene “universale”. In questo processo si distinguono quattro fasi:
- Crescita lenta
- Accelerazione esponenziale
- Crescita rallentata logaritmica
- Crescita quasi nulla
Ad ogni tappa corrispondono contributi differenti dell’esodo rurale (tasso di immigrazione urbana) e della crescita naturale della popolazione urbana. Il tasso è dato dallo spostamento della popolazione dalla campagna alla città. La crescita naturale della popolazione porterebbe a un incremento sempre più lento, in quanto ci sia sempre meno popolazione che vive in zone rurali.
Mega città e tassi di urbanizzazione
Mentre il mondo si urbanizza, compaiono, si rafforzano e si moltiplicano i grandi agglomerati urbani. Si afferma così la figura delle “mega città”, che nel 1950 erano solo 2, diventano 4 nel 1975 e poi aumentano in maniera consistente, essendo al giorno d’oggi 30. Nel 2030 si prevede che saranno 41, di cui 34 sono sviluppate in regioni meno sviluppate. Questo segna una fase nuova nei processi di urbanizzazione, perché in passato l’urbanizzazione equivaleva allo sviluppo economico, mentre le stime dell’ONU prevedono “un’urbanizzazione senza sviluppo”, che deriva da un distacco tra l’urbanizzazione e lo sviluppo economico.
La rete delle global cities
Focalizzando l’attenzione sul potere finanziario e sulla capacità di attrarre investimenti. Le Città Globali sono una tipologia di città, snodi fondamentali nel mondo dal punto di vista del potere finanziario ed economico. Sono dei punti fondamentali delle economie mondiali. Friedmann distingue fra città primarie dei paesi del centro, città secondarie del centro, città primarie dei paesi della periferia e città secondarie periferiche. Una rete gerarchica, con pochi nodi-città, largamente appartenenti al Nord del mondo. Sassen invece individua solo tre città globali – New York, Londra e Tokyo – collegandone l’origine alla nuova divisione internazionale del lavoro in epoca post-fordista. Anche nello studio di Peter Taylor fra le città “alpha” (quelle più integrate nelle reti globali) compaiono molte città del Nord del Mondo. Al vertice troviamo ovviamente Londra e New York.
Popolazione urbana per classi demografiche
Si assiste allo straordinario aumento delle mega-città (città con più di 10 mln di abitanti), passate da 4 a 20 fra il 1975 e il 2005. In generale, i tassi di crescita della popolazione, pur in riduzione nel tempo, sono maggiori per le grandi città. Verso un mondo di grandi città, con un baricentro spostato verso il Sud-Est del Mondo e in particolare verso l’Asia (Cina e India, i due paesi più abitati del mondo).
Trend differenti
Fra le mega-città più grandi: il primato di Tokyo, che però dovrebbe rallentare la sua crescita; la perdita di peso di New York; l’ascesa delle mega-città asiatiche. Ciò si evidenzia anche osservando il differente contributo alla crescita, in valore assoluto, in diversi periodi. L’impulso all’urbanizzazione prevale in determinate mega città. Alcune sono cresciute soprattutto in passato (come Tokyo) e quindi ora si stanno stabilizzando, andando in negativo. Altre invece agiscono esattamente al contrario, con Delhi.
“Circolo vizioso” della crescita urbana
Secondo il demografo Keyfitz (1991) si può immaginare una spinta all’urbanizzazione - alimentata da un presunto vantaggio urbano – squilibrante nel lungo periodo. L’attrazione della città può così essere indipendente dalla crescita economica e si ricollega piuttosto alla repulsione delle campagne. Le città diventano sempre più importanti da diventare pressanti a livello politico sul Governo, chiedendo una serie di investimenti per dare casa a tutti gli “immigrati” in città, con l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita della città. Questa azione incide sul mondo rurale, che si convince ancora di più che la vita in città sia migliore e spinge alla migrazione. Questo circolo vizioso che si protrae nel tempo produce dei divari territoriali crescente e sempre più importanti. Il riequilibrio città/campagna è diventato un obiettivo importante delle politiche territoriali, proprio per diminuire questo grande divario. Per attuare il riequilibrio vengono applicate delle politiche coercitive, con il blocco al nascere del problema impedendo alla popolazione di migrare dalla campagna alla città. Un’altra politica è di fare leva allo sviluppo delle “città medie” o “città secondarie”, fornendo tutti i servizi necessari al mondo rurale così da ridurre la necessità di spostamento.
Città primato (primate city)
La regola rango-dimensione (o legge di Zipf, 1949) identifica un’armatura urbana equilibrata in un Paese quando:
- Pn = P1/n
- Pn = popolazione della città di rango n
- P1 = popolazione città di rango massimo
- n = rango della città (posizione occupata in graduatoria decrescente)
Questa regola dell’armatura urbana equilibrata si applica a tutte le maggiori città del Nord del Mondo, e anche in Italia questo fenomeno di concentrazione si verifica prendendo ad esempio Roma e Milano. Nei paesi meno sviluppati si verifica il fenomeno opposto, il fenomeno di un’iperpolarizzazione della popolazione in una città (primate city) – che non rispetta la legge di Zipf – è tipico di paesi del Sud Globale. Qui vediamo la “città primato”, seguita da una serie di città decisamente e notevolmente di minori dimensioni e importanza.
Città primato nel tempo
Le città primato non appartengono al passato, perché tendono a rimanere tali nel tempo e addirittura ad incrementare la loro caratteristica, aumentando notevolmente nel tempo e con essa anche il divario con le altre città minori. Crescenti divari territoriali all’interno dei paesi e conseguente necessità di politiche di riequilibrio territoriale.
Densità territoriale
La densità è il parametro più importante che modella la morfologia delle città ed è importante anche a livello di sviluppo sostenibile. Esiste una marcata differenza di superficie fra le mega-città: ad esempio New York (1.800 ab./Kmq.) ha un’estensione ben 35 volte maggiore di Dhaka (44.000 ab./Kmq.), ma ha una popolazione simile. La densità territoriale (abitanti/Kmq) è uno dei parametri più importanti nel definire la morfologia della città.
Città e sostenibilità
Poiché le società sono sempre più urbane, la questione del futuro delle città è diventata centrale nella prospettiva di uno sviluppo sostenibile del pianeta. Va inventato un nuovo modello di città per rispondere a tre sfide principali:
- Mantenimento della coesione sociale
- Miglioramento dell’ambiente urbano a difesa dell’ambiente globale
- Conciliazione tra rispetto del patrimonio culturale e modernità
Il 25 settembre 2015 viene approvata dall’ONU l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, basata su 17 obiettivi di sviluppo sostenibile e 168 target o sotto-obiettivi, precisi e concreti, che recepiscono i tre pilastri della sostenibilità proposti dal “Rapporto Brundtland”. L’Obiettivo 11 è riferito alle città e comunità sostenibili, con il fine di rendere la città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili. La città è chiamata in causa sempre, anche per tutti gli altri obiettivi. Nonostante esista un obiettivo specifico, tutti gli SDGs devono essere applicati dalle città per indirizzarne le politiche e valutarne il grado di sostenibilità: una strategia di sostenibilità urbana efficace deve introdurre tutte le dimensioni previste dai 17 SDGs, coinvolgendo tutte le parti interessate (pubblico, privato, terzo settore).
New urban agenda habitat III
Le aree urbane sono riconosciute come scala di intervento cruciale per lo sviluppo sostenibile, già nel 1976 (Conferenza ONU Habitat I, Vancouver) e nel 1996 (Conferenza ONU Habitat II, Istanbul). Nell’ambito della New Urban Agenda, Conferenza Habitat III è stata approvata la composta da 175 paragrafi contenenti linee guida per gli stati membri e stakeholders su temi relativi a tre principi fondamentali:
- Non lasciare indietro nessuno
- Economia urbana sostenibile e inclusiva
- Sostenibilità ambientale
Fra gli aspetti più qualificanti di questo documento di indirizzi:
- Enfasi sulla centralità della cultura nello sviluppo
- Privilegio assegnato a un modello di città compatta e policentrica
- Richiamo al “diritto di città”: le città sono per la gente e non per il profitto
Quindi l’obiettivo, soprattutto per gli architetti urbanisti, è di creare una città compatta e policentrica come modello di città sostenibile.
Quale città?
Nel corso del Novecento, e in particolare negli anni ’70, la città è “esplosa” nel territorio diventando più grande del confine amministrativo che la contiene. Essa è ovunque, ed è diventata un labirinto apparentemente caotico. La città sembra trasformarsi nell’opposto di quella che è sempre stata.
Ieri “città municipale” Oggi “città estesa”:
- Alta densità - Bassa densità
- Concentrazione insediativa - Dispersione insediativa
- Centro e limiti chiaramente riconoscibili, monocentrismo - Perdita di confini riconoscibili, multipolarità
- Difficoltà a distinguere l’urbano dal rurale
- Netta divisione fra spazio urbano e rurale (rururbano) - Plurispecializzazione - Specializzazione e separazione
Negli anni ’70 del XX secolo, soprattutto nei paesi sviluppati del Nord Globale, si pongono le premesse per un cambiamento della forma urbana: verso la creazione di aree metropolitane e la “regionalizzazione” dell’urbano. Progressive “ondate” di decentramento demografico e produttivo, sostenute dallo sviluppo della mobilità, favoriscono la dilatazione delle città. Si assiste a un processo di coalescenza territoriale in quanto si rendono “vicini”, “contigui”, insediamenti che prima erano lontani e autonomi.
Area metropolitana (AM)
Negli anni ’70 del secolo scorso, per descrivere la città estesa si introduce il concetto di Area metropolitana (AM), già sistematizzato negli Stati Uniti negli anni ’50 (con il concetto statistico di Standard Metropolitan Area – SMA). La definizione di AM fa riferimento a parametri di natura relazionale e non solo fisica.
Le AM possono essere definite come un sistema urbano formato da una grande città “centrale” e da una serie di centri minori connessi da forti legami funzionali (pendolarismo casa/lavoro). L’organizzazione dell’AM è gerarchica o comunque con una forte dominanza della città centrale, dove il sistema urbano è caratterizzato da un “polo” centrale che esercita una dominanza rispetto al territorio circostante.
Come delimitare un’AM? Dal punto di vista geografico i confini dipendono dai criteri adottati per “catturare” le relazioni, più o meno restrittivi:
- Criteri di omogeneità = si raggruppano comuni simili per dimensione, densità, indicatori socioeconomici
- Criteri di interdipendenza = si raggruppano comuni legati da flussi pendolari (movimenti casa/lavoro)
- Criteri morfologici = si raggruppano comuni continui
La differenza tra i criteri dà vita a scenari totalmente diversi.
Standard metropolitan area
La prima definizione di Area metropolitana è stata introdotta negli Stati Uniti (anni ’50). L’unità di base è la Contea, ad eccezione del New England (unità di base: città). Si usano criteri di omogeneità, di interdipendenza e morfologici.
- Una o più contee centrali con almeno 50.000 abitanti con l’aggiunta di contee contigue che abbiano:
- Almeno 10.000 lavoratori extra-agricoli oppure
- Il 10% dei lavoratori extra-agricoli oppure
- Almeno metà della popolazione residente in circoscrizioni amministrative con almeno 150 abitanti per miglio quadrato (e contigue alla città centrale)
- Almeno il 15% dei lavoratori residenti nella contea esterna adiacente deve lavorare nella contea che contiene la maggior città della SMA oppure
- Almeno il 25% delle persone che lavorano nella contea adiacente risiedono nella città principale della SMA, oppure
- Un numero di chiamate telefoniche mensili dalla contea adiacente verso la città centrale deve essere 4 volte tanto il numero degli abbonati al telefono della contea adiacente.
Italia: lo studio di Cafiero e Busca (1989)
Si tratta di uno dei più importanti studi, in Italia, sul fenomeno urbano-metropolitano che consente confronti temporali e che, nel 1989, considera i flussi di pendolarismo per delimitare il “campo forza” delle città.
Italia: lo studio CRESME (2007)
Il CRESME (Centro ricerche economiche, sociali e di mercato) propone un’immagine delle aree metropolitane molto simile a quella dello studio di Cafiero e Busca (i criteri sono simili: lo studio aggiorna, di fatto, al 2007, quello del 1989). Vengono identificati più livelli di AM: ciò richiama la separazione fra aree “metropolitane” e “micropolitane” che si è imposta negli studi internazionali. Le AM coincidono solo in parte con quelle identificate per legge, fin dalla legge 142/1990.
La definizione OCSE
L’OCSE (2012) definisce l’area metropolitana come un’unità economica funzionale caratterizzata da un “nucleo urbano” densamente abitato e da un “hinterland” con un mercato del lavoro fortemente integrato con il nucleo. La metodologia consente di confrontare aree urbane funzionali con caratteri simili nei Paesi OCSE. Tali aree sono poi classificate, in base alla popolazione residente in:
- Grandi aree metropolitane (più di 1.500.000 abitanti)
- Aree metropolitane (500.000-1.500.000 abitanti)
- Aree urbane di media dimensione (200.000-500.000 abitanti)
- Aree urbane piccole (fino a 200.000 abitanti)
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