Processi organizzativi interculturali
Appunti di: Basilicata Melissa
Prof.ssa Marina Nuciari
Anno Accademico: 2020-2021
Introduzione
- XIX secolo: mondo caratterizzato da un’estrema varietà di modi di vivere, di collettività umane → si crea la necessità di dare un ordine alle diverse società umane, di imporre una legge che spieghi questa varietà.
- I concetti utilizzati nel periodo in cui le scienze dominanti sono le scienze della natura, chimica e biologia, vengono anche utilizzati per spiegare gli oggetti sociali, le società: queste ultime vengono viste come tanti esemplari della varietà umana, così come le piante sono esemplari della varietà vegetale.
- Gli organismi, da un punto di vista biologico, nel tempo, si sono evoluti, da uni a pluricellulari. Si è passati dunque da organismi semplici a organismi complessi, secondo un criterio di specializzazione progressiva.
- Specializzazione progressiva: si parte da un organismo semplice e, tramite organizzazione ed evoluzione, si crea un organismo progressivamente più complesso, i cui organi sono sempre più specializzati e suddivisi, ma comunque correlati tra loro, gli organismi più evoluti sono quelli che hanno il maggior grado di specializzazione. Si tratta di un modello mentale osservabile anche nella specie umana; la quale ha la capacità di adattarsi a qualunque tipo di ambiente traendone modalità di sopravvivenza che vengono poi ulteriormente → adattate e migliorate, miglioramento è sinonimo di progresso, innovazione e cambiamento.
- Darwinismo sociale: spiega le differenze tra le società affermando che esistono società più evolute e meno evolute e le prime sono superiori alle altre, la società europea rappresenta lo standard assoluto di civilizzazione – si crea una gerarchia di culture. Al darwinismo sociale si contrapporrà il relativismo culturale.
- Relativismo culturale: si relativizzano gli aspetti della diversità. Le società sono tra loro diverse, ciascuna al proprio interno rappresenta una modalità di vivere che non può essere confrontata con le altre in termini di migliore o peggiore, il concetto di bene e di male è relativo, ogni cultura ha i propri valori, criteri, morale. Tuttavia, esistono valori universali validi per tutti gli esseri umani es. la vita umana, che però non sono riconosciuti come universali da tutte le società.
Tre significati del termine cultura
- Società arcaiche o primitive, extraeuropee contrapposte a società definibili come civiltà
- Patrimonio intellettuale di individui o gruppi
- Specifica creazione di un gruppo umano, vedi definizione di Tylor, definizione dell’800 – superata
Società arcaiche o primitive, extraeuropee contrapposte a società definibili come civiltà
I primi studiosi distinguono le società primitive, extraeuropee, da quelle che loro definiscono civiltà.
In occidente, tra il Settecento e l’Ottocento, si comincia a interrogarsi in maniera continuativa e sistematica sul perché le società umane sono come sono: scoperte geografiche e esplorazione dei territori portano alla scoperta di nuove razze umane che corrispondono a modi di vivere diversi.
Si inizia a percepire in maniera molto forte la varietà delle società: quella europea viene presa come punto di riferimento e l’umanità percepita diversa viene classificata come inferiore.
Le società arcaiche e primitive extraeuropee non vengono classificate come civiltà, ma come culture, dicotomia tra cultura e civiltà.
La civiltà è considerata il punto d’arrivo.
→ Cominciano a essere studiate le culture extraeuropee. La vera civiltà è quella portata dagli europei negli altri continenti.
NB. Termine cultura → utilizzato per le società semplici.
Termine civiltà → utilizzato per le società complesse.
Patrimonio intellettuale di individui o gruppi
La cultura può anche essere definita come patrimonio culturale di individui o gruppi in quanto insieme di conoscenze che riconosce valore a certi prodotti che vengono classificati come oggetti culturali, cioè prodotto pregiato che merita d’essere conservato e preso come esempio.
Specifica creazione di un gruppo umano, vedi definizione di Tylor
Tylor definisce la cultura come una complessa totalità che include conoscenze, la conoscenza esiste nella misura in cui la mente di qualcuno osserva fenomeni e se ne appropria, credenze, arte, morale, diritto, costume e tutte le altre capacità ed abitudini che sono proprie dell’uomo come membro di una società.
Definizione di cultura, Tylor e Klukhohn
E. B. Tylor, 1871 → “Complessa totalità che include conoscenze, credenze, arte, morale, diritto, costume e tutte le altre capacità ed abitudini che sono proprie dell’uomo come membro di una società”.
- Complessa = fatta di tanti pezzi.
- Totalità = ha dei confini, totalità rispetto a ciò che serve agli esseri umani per sopravvivere.
- Morale, diritto costume = ogni società definisce cosa è giusto e cosa è ingiusto.
C. Klukhohn, 1905-1960 → “Sistema di modi di vivere espliciti ed impliciti creatisi nella storia… che tende ad essere condiviso da tutti i membri di un gruppo”.
- Sistema = oggetto complesso composto da parti separate, ma coordinate.
- Modo di vivere = riproduce la modalità generale con cui un gruppo umano articola la propria esistenza.
- Impliciti ed espliciti = sia concreti sia astratti.
- Creatisi nella storia = modificati nel tempo.
- Tende = può non essere condiviso da tutti nella stessa maniera, in larga misura lo è, altrimenti non ci sarebbe la società.
- Gruppo = il concetto di gruppo mette in evidenza il fatto che nelle società possono coesistere più culture.
Hofstede: la cultura come software della mente
Hofstede, recruiter di IBM, confronta gruppi umani che hanno una base di somiglianza, stesso ambiente di lavoro, ma che hanno anche differenze, poiché provengono da diverse filiali in giro per il mondo.
Egli vuole capire in che modo sono differenti e, pertanto, intervista centinaia di migliaia di individui, generando delle dimensioni comparabili. Partendo dalla natura umana comune a tutti, procede con la definizione delle diverse culture e, infine, delle numerosissime e diverse personalità.
IBM era una grande multinazionale alla fine degli anni 60, con molte filiali in diverse zone del mondo; aveva manager e soprattutto impiegati di «culture» presumibilmente diverse da quelle della casa madre nord-americana. Quest’ultima aveva una sua cultura organizzativa che riteneva di dover esportare in tutte le sue filiali.
→ La direzione era consapevole della dimensione multiforme della corporation; le filiali che si accorgevano sul campo della difficoltà e talvolta dell’inefficienza dell’applicazione delle strategie della casa madre.
Diversità = reazioni differenti allo stesso stimolo.
Gli esseri umani non vivono sotto-natura, ma la modificano per adattarla ai propri bisogni. Quindi, secondo Hofstede, gli esseri umani assorbono e apprendono, involontariamente, le diverse culture, software della mente.
Ma per quanto uniformato alla cultura e alla natura umana, ogni individuo mantiene una sua unicità specifica: le caratteristiche presenti dalla nascita più tutte quelle apprese nel corso della vita → formano la personalità.
Natura umana, cultura e personalità
- La natura umana è universale e funziona allo stesso modo; la natura umana si trasmette, dunque è ereditaria. → È l’hardware, la macchina, fatta di pezzi, uguale per tutti.
- La cultura non si trasmette, si apprende, e può variare. Una popolazione è accomunata da una cultura comune, che viene appresa, ma i singoli esseri umani hanno la consapevolezza di possedere una propria individualità. → La cultura è il software, il programma che rende diversi gli esseri umani e li fa agire e pensare in modi differenti.
- La personalità di base è distinta e ciascuno di noi ne ha una. È specifica dell’individuo e viene appresa ed ereditata. Se si osservano dall’esterno comportamenti di culture non familiari, ci si aspetta di trovare comportamenti reperibili in ciascun individuo; in realtà non è così, perché ciascuno presenta delle varianti.
La cultura come software della mente
- Natura umana → universale ed ereditaria.
- Cultura → appresa, specifica di gruppi o categorie.
- Personalità → specifica dell’individuo, appresa, condizionata ed ereditaria.
Profondità dei componenti della cultura
- Simboli: la prima realtà che noto in una diversa cultura sono gli aspetti visibili esteriori, es. l’aspetto delle case, la vegetazione, l’abbigliamento delle persone, la lingua, il cibo, etc. Questi aspetti sono chiamati simboli. I simboli, essendo incorporati in segni o comportamenti, sono studiabili e conoscibili.
- Eroi: in ogni cultura esistono degli archetipi, ossia degli esempi positivi e negativi. Si tratta di personaggi inventati, modelli, figure mitiche, etc., che fanno riferimento alla letteratura: questi sono detti eroi. Es. “I promessi sposi”: alcuni di questi personaggi sono diventati rappresentazione di comportamenti, positivi e negativi, come don Abbondio, incapace di prendere una posizione.
- Rituali: i rituali sono sequenze di azioni che si ripetono in determinate situazioni per agire, per segnalare le proprie intenzioni ad altri, secondo modalità ripetute. → Es. il matrimonio: con una sequenza di azioni che coinvolge diverse persone e ruoli, i due sposi cambiano il loro stato civile.
- Pratiche: le pratiche sono le manifestazioni concrete della cultura.
Le culture
Le culture sono soprattutto insiemi di valori.
Qualcosa che si ritiene importante in maniera prioritaria: possono essere oggetti, ma anche concetti, luoghi, gruppi etnici. Tipicamente le società si differenziano proprio per i valori di cui si compongono.
Raramente si sviluppano all’interno di una società valori contrastanti rispetto a quelli del passato.
Le culture individualiste valorizzano l’individuo come portatore di valori in quanto tale. Ma è un concetto relativamente nuovo.
- In passato prevaleva invece la cultura collettivistica, in cui si considerava il valore di un individuo solo come appartenente ad una comunità e portatore di cultura collettiva.
- Inoltre, non c’era mobilità: un povero rimaneva povero, un ricco rimaneva ricco; in base a ciò si veniva giudicati, a prescindere da cosa facessi come individuo.
I valori, concezioni del desiderabile
- Per valori si intende una credenza molto radicata e molto forte; qualcosa in cui si crede senza aver bisogno di prove.
- I valori sono dei postulati e dei punti di partenza che fanno da fondamento; sono le modalità da cui gli esseri umani partono per derivare le loro regole di comportamento.
- In una collettività si possono osservare comportamenti simili più o meno fra tutti perché ciascuno è stato cresciuto e socializzato secondo certi valori.
Dimensioni della cultura, Hofstede
Dimensioni della cultura nazionale, Levinson & Inkeles, 1969
→ Gli esseri umani non vivono isolati, ma da sempre vivono in gruppi, sanno di essere individui appartenenti a un gruppo di loro simili e sanno distinguere noi e altri; la cultura è un fenomeno di gruppo.
→ La cultura si costruisce trovando soluzioni a problemi che progressivamente non sono più tali: i modi di vivere sono insiemi di soluzioni ai problemi della sopravvivenza.
I problemi fondamentali che accomunano l’umanità sono:
- Relazione verso l’autorità.
- Modi di trattare i conflitti, ovvero controllo dell’aggressività ed espressione dei sentimenti, pace all’interno, guerra all’esterno.
- Concezione di sé, ovvero:
- Relazione tra individuo e società.
- Concezione di mascolinità e femminilità.
Dimensioni della cultura, ricerca IBM di Geert Hofstede e segg.
Una dimensione è un aspetto presente nella cultura misurabile e comparabile con altre culture: supera sia il modello evoluzionista, gerarchico, che quello relativista, no confronti, scomponendo la cultura in dimensioni riconoscibili e poi comparabili.
Le aree problematiche individuate, a partire dalla ricerca su sedi locali dell’IBM in 50 paesi e oltre, seguono le dimensioni di Levinson-Inkeles e altre successivamente individuate:
- Distanza dal potere, Inkeles 1, PDI.
- Collettivismo/individualismo, Inkeles 3, IDV.
- Femminilità/mascolinità, Inkeles 2 e 3, MAS/FEM.
- Avversione all’incertezza, UAI.
- Orientamento temporale a breve/lungo termine, LTO.
- Indulgenza/restrizione verso il benessere, Inglehart, IND.
Livelli di cultura
Livelli di cultura - molto relativa ed instabile, non è richiesta.
Le persone appartengono a pezzi differenti di società, dove ogni pezzo ha anche una sua cultura specifica; l’essere umano tende a rendere coerenti i vari pezzi, creando una relativa omogeneità complessiva che chiama la cultura della propria società.
- Cultura nazionale, significativa, ma troppo generica, le nazioni non sono così omogenee, ci sono anche altri livelli.
- Cultura regionale/etnica/religiosa.
- Cultura di genere, uomini e donne.
- Cultura generazionale, giovani, adulti e anziani.
- Cultura di status socio-professionale.
- Cultura organizzativa.
Prima dimensione: distanza dal potere
- Si tratta di una misura del potere o influenza interpersonale tra A e B così come è percepita dal meno potente dei due.
- È il grado di diseguaglianza nel potere fra un Individuo meno potente, I, e un Altro, A, più potente, dove I e A appartengono allo stesso sistema sociale, più o meno fortemente interrelato, def. di Mauk Mulder, 1977.
- Si tratta, in altre parole, della percezione della diseguaglianza esistente in una collettività e della valutazione dell’accettabilità di quella diseguaglianza.
Alta PDI
- In famiglia → i genitori insegnano ai figli l’obbedienza, talvolta gerarchia tra figli; ai genitori ed anziani è dovuto rispetto, attribuzione ascritta e non acquisita: i figli sono fonte di sicurezza per il futuro dei genitori, si prenderanno cura di loro.
- A scuola → insegnanti rispettati o temuti, il processo didattico è centrato sulla figura dell’insegnante guru; il percorso è altamente personalizzato; l’istruzione considerata bene élitario: chi è più istruito è al comando e chi vuole assumere responsabilità di comando deve essere istruito, acquisire conoscenza dà accesso all’élite. Le persone esprimono valori autoritari e atteggiamenti di subordinazione verso ogni tipo di figura di potere, a tutti i livelli.
- Nelle organizzazioni → la gerarchia rispecchia la diseguaglianza sociale tra livelli superiori e inferiori, chi ha il potere ce l’ha in ogni ambiente; centralizzazione e verticalizzazione organizzativa prevalgono; collaboratori si aspettano che venga loro detto sempre cosa fare e il capo ideale è un autocrate benevolo e percepito come un buon padre: spesso le relazioni capo-collaboratore sono cariche di emotività.
- Privilegi e status symbol sono considerati normali ed esibiti, insegne, simboli; lavoro non manuale, ufficio, ritenuto superiore e preferibile al lavoro non manuale, operaio, es. separazione tra uffici e stabilimento.
Bassa PDI
- In famiglia → tra genitori e figli, tra giovani ed anziani, prevalgono rapporti alla pari, i figli si devono gestire da soli; i figli non sono considerati una fonte di sicurezza per il futuro dei genitori, la responsabilità dei genitori verso i figli non ha mai fine.
- A scuola → insegnanti e studenti si trattano da pari, il processo didattico è centrato sugli studenti; percorso impersonale, fatti oggettivi e verità; istruzione considerata bene comune, diffusione dell’istruzione secondaria. Le persone meno istruite esprimono valori autoritari e atteggiamenti di subordinazione più di quelle ad elevata istruzione.
- Nelle organizzazioni → la gerarchia rispecchia le differenze di ruolo tra livelli superiori e inferiori, non differenze di persone, non in tutti gli ambienti; decentramento organizzativo e responsabilizzazione dei livelli inferiori sono il modello organizzativo prevalente, flat organization; i collaboratori si aspettano di venire consultati e coinvolti dai superiori sulle scelte da fare, che le loro competenze vengano interpellate; il capo ideale è un democratico competente e in grado di motivare, non ordina ma propone ai subordinati.
- Privilegi e status symbol sono malvisti, ridotti e non esibiti, talvolta derisi; lavoro manuale e lavoro non manuale sono egualmente rispettati.
Seconda dimensione: collettivismo ↔ individualismo
Società collettivistiche vs individualistiche
Società collettivistiche
- Le società collettivistiche si caratterizzano per la relativa soggezione dei singoli individui al potere di un gruppo, il quale influenza e condiziona la vita del singolo;
- Non è l’individuo ad affermare la propria identità, ma il gruppo: si ha la percezione di sé come membri di un gruppo;
- Nelle società collettivistiche è frequente il mito delle origini per dare sostanza e legame comune alla collettività, es. antenato comune a tutto il gruppo → individui membri della stessa stirpe.
Società indivi
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Processi Organizzativi e Interculturali
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Processi organizzativi interculturali
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Processi organizzativi interculturali
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