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Concetti Chiave

  • La mìmesis, secondo Platone, è la capacità di assumere forme diverse attraverso un'immaginazione attiva, non da confondere con l'imitazione artistica.
  • Leggere ad alta voce può sviluppare un talento metamorfico, avvicinando l'allievo a figure come lo sciamano o l'attore, ma è importante non identificarsi completamente con i personaggi.
  • La lingua greca non ha un termine equivalente a "immaginazione", rendendo problematico tradurre il concetto di mìmesis e eikasìa con questo termine.
  • Il rischio dell’immaginazione è la sua capacità di emanciparsi dalla realtà, sostituendo quest'ultima senza che ce ne accorgiamo, come illustrato nella scena della caverna.
  • Le immagini possiedono un magnetismo che può distorcere la percezione, rendendo più affascinante l'immagine rispetto alla realtà stessa.

Qual è il concetto di mìmesis?

Secondo Platone il futuro guardiano pratica la mìmesis, la facoltà di assumere forme diverse, se fa cattivo uso dell’immaginazione. La mimesi (che qui non ha nulla a che fare col riprodurre imitativo dell’artista) è anzitutto l’operazione mentale, immaginativa, tipica della lettura ad alta voce di un testo letterario, in cui capita di assumere le sembianze di un personaggio. Declamando brani letterari l’allievo rischia di sviluppare un talento metamorfico che lo avvicina fatalmente al ‘goes’, allo «sciamano» capace di plasmarsi come un bravo attore nelle forme più svariate, e tutte rigorosamente immaginarie («facendoci credere che le assume davvero»). L’esempio portato da Platone presenta la situazione in cui il futuro guardiano, imbattendosi nella lettura in una situazione in cui «una donna insulta il marito» (possiamo pensare ad una commedia di Aristofane) non dovrà prendere le sembianze del personaggio.

La ragione per cui la mìmesis non viene abitualmente interpretata come «immaginazione» metamorfica è che la lingua greca non possiede un termine equivalente al nostro “immaginazione”. Chi ha pensato di tradurre con “immaginazione” l’eikasìa, cioè la facoltà sensibile di percepire immagini riflesse, ha commesso un equivoco assai grave.

L'immaginazione e la realtà

Il rischio estremo dell’immaginazione non dipende dai contenuti dell’immaginare (in quanto morali o immorali) ma dalla possibilità che l’immaginazione si «emancipi» dalla realtà e la sostituisca senza che io me ne accorga. La scena della caverna è il teatro dell’immaginazione, in cui l’immagine somigliante (l’ombra proiettata sullo schermo della mente) non diventa innocua per il fatto di essere riconoscibile come immagine (non riesco a distinguere lo stato di veglia da quello di sogno). La simulazione non è mai innocua perché sprigiona una fascinazione speciale proprio in quanto immagine; non c’è immagine che non possieda un suo magnetismo, e questo magnetismo finisce prima o poi per prevalere sulla cosa di cui l’immagine è immagine. Succede che, a un certo punto, la cosa, anche se la vedo, non mi interessa più, perché l’immagine mi appare più fascinosa, e mi risucchia.

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Domande da interrogazione

  1. Qual è il significato della mìmesis secondo Platone?
  2. La mìmesis, secondo Platone, è la facoltà di assumere forme diverse attraverso l'immaginazione, ma non deve essere confusa con l'imitazione artistica. Essa rappresenta un'operazione mentale che si manifesta, ad esempio, nella lettura ad alta voce, dove l'allievo può sviluppare un talento metamorfico, avvicinandosi a una figura simile a quella dello sciamano (come descritto nel testo).

  3. Qual è il rischio principale legato all'immaginazione?
  4. Il rischio principale dell'immaginazione è che essa possa emanciparsi dalla realtà, sostituendola senza che l'individuo se ne accorga. Questo fenomeno è illustrato dalla scena della caverna, dove l'immagine può diventare così affascinante da far perdere interesse per la realtà stessa (come evidenziato nel testo).

  5. Perché la mìmesis non viene comunemente interpretata come "immaginazione"?
  6. La mìmesis non è comunemente interpretata come "immaginazione" perché la lingua greca non ha un termine equivalente. Tradurre eikasìa come "immaginazione" è considerato un grave equivoco, poiché eikasìa si riferisce alla facoltà sensibile di percepire immagini riflesse, non alla capacità di immaginare in senso più ampio (come spiegato nel testo).

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