Concetti Chiave

  • "Uno, nessuno e centomila" di Pirandello esplora la crisi dell'identità attraverso il protagonista Vitangelo Moscarda, che rifiuta le etichette sociali imposte dalla borghesia.
  • La narrazione segue un ordine cronologico e riflette un intenso ed esistenziale percorso interiore, evidenziando il conflitto tra individuo e società.
  • La scelta di un paesino inventato, Richieri, serve a sottolineare la condizione universale della borghesia in crisi, senza un contesto temporale preciso.
  • Il linguaggio dell'opera è semplice e colloquiale, ma denso di introspezione e riflessioni filosofiche, rendendo chiara la visione pirandelliana del mondo.
  • Il romanzo si divide in due parti: la prima presenta il travaglio identitario di Moscarda, mentre la seconda approfondisce le dinamiche relazionali e gli eventi esterni che influenzano la sua esistenza.

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Recensione libro "Uno, nessuno e centomila"(1924) di Luigi Pirandello

L'argomento principale di uno degli ultimi romanzi pirandelliani, "Uno, nessuno e centomila", pubblicato nel 1924 (iniziato a scrivere nel 1909), è la riflessione, intesa non solo come espediente per dissolvere la "forma" che costringe la "vita", ma anche come mezzo di "scomposizione del personaggio". La riflessione viene condotta dal protagonista della storia. Come scrisse Pirandello nell'opera L'umorismo: "La riflessione diventa come un demonietto che smonta il congegno dell'immagine, del veder com'è fatto, scarica la molla, e tutto il congegno ne stride, convulso". In tale senso, è possibile affermare che l'opera è incentrata sullo "smontare il congegno dell'immagine", attraverso tematiche psicologiche ed introspettive, del personaggio Vitangelo Moscarda, detto Gengè, figlio di un usuraio, oppresso dal fardello di una condizione sociale non voluta.
Gli eventi vengono narrati seguendo un preciso ordine cronologico che abbraccia un periodo non chiaramente specificato della vita del protagonista (dai 28 anni di età in poi): dal momento in cui egli si accorge di essere uno dei centomila che subiscono la realtà esterna, ridestandosi e rifiutando il ruolo in cui è stato relegato, fino alla realizzazione del suo intento, l'estraniarsi dalla vita fino a divenire nessuno. Non a caso, il narratore, interno ma non onniscente (infatti non conosce i pensieri degli altri personaggi), coincide con il protagonista della storia, incarnando il pensiero di un borghese rivoluzionario dei primi decenni del 1900 intento a distruggere quella rappresentazione che "non esiste per nessuno, sia creata dall'arte e sia comunque quella che tutti ci facciamo di noi stessi, degli altri e della vita" e che non si può credere una realtà, come afferma l'autore stesso nel volume poc'anzi citato.
Attraverso una narrazione realistica o comunque fedele al punto di vista del protagonista/narratore, quindi verisimile, viene tuttavia tratteggiato un paesino della Sicilia dal nome di Richieri del tutto inventato da parte dell'autore. A tal proposito, quasi sicuramente, la scelta di un luogo non esistente è riconducibile allo scopo di fondo di evidenziare il fatto che l'interesse primario dell'autore è quello di rappresentare una condizione generale, senza tempo e senza una fissa collocazione fisica, ascrivibile alla classe sociale della borghesia. Sulla scena domina quindi l'emblema della borghesia in crisi, Vitangelo Moscarda, che non è diverso dai soliti personaggi pirandelliani: in lui è facile individuare il tranquillo benestante provinciale attorno al quale si muovono i centomila personaggi di contorno, la piccola borghesia italiana di inizio secolo. Tuttavia, come nota la scrittrice Angela Cerinotti, "a dispetto di questo sfacciato protagonismo, al Moscarda è capitata la terribile avventura di scoprirsi nessuno. Non quel Nessuno che, nell'Odissea, fornì a Ulisse l'espediente per procrastinare la vendetta di Polifemo, avendo detto al Ciclope di chiamarsi così; [...] ma quel nessuno cui, nella psicanalisi, corrispondono i disturbi dell'identità". La crisi è tanto più grave perché, quando Vitangelo decide di ricondurre ad un'unità le centomila immagini che di lui hanno gli altri e stravolge il suo atteggiamento, viene preso per pazzo, viene abbandonato dalla moglie e va a vivere nell'ospizio da lui stesso fondato, dopo aver liquidato la banca del padre. La questione di fondo resta, dunque, il rapporto individuo-società. Infatti "Gengè rinuncia addirittura e consapevolmente all'identità personale e la sua battaglia contro le funzioni e le convenzioni sociali è in funzione di un'identità collettiva", come afferma, infine, la Cerinotti.
La caratterisca fondamentale del protagonista, Gengè, personaggio dinamico e a tutto tondo, è il continuo rifiuto di essere limitato a schemi ben definiti, che non fanno altro che frantumare la sua identità in altre centomila, nelle quali egli non si identifica: "Dovevo lasciarlo così com'era, quel buon figliolo feroce di Gengè [...] E io vi giuro che l'avrei lasciato lì [...] per non cagionare un così grave scompiglio a tanta brava gente che mi voleva bene, se, lasciandolo lì per gli altri, io poi per conto mio me ne fossi potuto andare altrove con un altro corpo e un altro nome" (p. 150). Vitangelo Moscarda è, dunque, l'emblema dell'io negato, quell'individuo dalla frammentarietà incolmabile, quell'uomo "tutto scisso e che non sapeva come avrebbe fatto a vivere domani" (p.170).
Si può affermare inoltre che il pensiero dell'autore coincide con quello del narratore/protagonista: a tal proposito, la Cerinotti infatti evidenzia "Vitangelo Moscarda ha il compito di esporre e motivare, sia pure nell'intelaiatura di una trama, i capisaldi della visione pirandelliana del mondo di fronte a un ideale pubblico". E tale ideologia di fondo emerge in modo chiaro e facilmente comprensibile, attraverso un linguaggio semplice, colloquiale, a tratti cogitabondo, tendente alla introspezione e alla trattazione filosofica.
Un personaggio significativo è la moglie Dida, una donna semplice e a modo che considera Vitangelo come il suo Gengè, uomo ingenuo e mansueto. Tale opinione è così radicata in lei tanto che, più forte è la convinzione di vedere il marito in un certo modo, tanto egli differisce da quella "marionetta" che ella si è creata ( per compiacersi). Quando Dida scopre che l'uomo che ha davanti non coincide con il Gengè della sua mente decide di lasciarlo e di ritornare alla casa paterna. A tal proposito risultano significative le parole del Moscarda pronunciate poco prima che la moglie lo abbandoni: "Finiscila tu, col tuo Gengè che non sono io, non sono io, non sono io! Basta con codesta marionetta! Voglio quello che voglio; e come voglio sarà fatto!" (p. 140). Anche Firbo e Quantorzo, altri due personaggi della vicenda, nonché i dirigenti della banca del padre di Vitangelo, si sono creati un'immagine del Moscarda totalmente differente rispetto alla realtà, credendolo una persona che non avrebbe mai intralciato i loro affari. Tuttavia devono ricredersi nel momento in cui il loro superiore decide di liquidare la banca, tanto che cercano di interdirlo al fine di salvaguardare i loro interessi ed evitare il fallimento dei loro affari. Un altro importante personaggio è il padre di Gengè che, benché non presente nella vicenda (in quanto morto), viene ricordato dal protagonista durante i suoi momenti di riflessione, simile a tratti alla follia. Infatti, Vitangelo è funestato dal superego funereo del padre morto (come accade anche a Zeno Cosini), il quale lascia in eredità al figlio la fama di "usurajo". A differenza di Zeno, però, il Moscarda cerca di rimuovere il ricordo oppressivo del padre non solo attraverso la riflessione, ma anche distruggendo materialmente l'unico mezzo che lo lega al padre e alla sua professione, cioè la banca. L'ultimo personaggio in ordine di presentazione è Anna Rosa, una giovane amica di Dida.
Il suo personaggio emerge nel momento più critico della vicenda, quando Vitangelo rischia di essere interdetto dai suoi amici e familiari. Anna Rosa convince il protagonista a rivolgersi al vescovo del paese al fine di farlo redimere. Tuttavia, in una circostanza bizzarra e imprevista, scopre che Vitangelo è attratto da lei e per questo motivo, cercando di difendersi, lo spara senza però ucciderlo. Alla fine della storia, quando il Moscarda si rifugia nel suo ospizio, viene scagionata perché il tentato omicidio viene fatto passare per un incidente non intenzionale da parte del protagonista stesso.
Il libro può essere suddiviso in due parti: la prima è caratterizzata dal travaglio interiore e dai disturbi di identità di Vitangelo, evidenziati attraverso continui soliloqui; la seconda parte è caratterizzata da una trama più ricca di contenuti, in cui la fabula coincide con l'intreccio, benché siano comunque presenti pause riflessive e momenti di analisi psicologica. Il ritmo della narrazione è pressoché costante per tutto il racconto. E' importante evidenziare i numerosi momenti di introspezione che, spesso, coincidono con le descrizioni attente dei luoghi in cui si svolge la vicenda (un'attenzione ai particolari di stampo verista).
La storia quindi è improntata su tematiche psicologiche e introspettive: il percorso compiuto dal Moscarda passa attraverso considerazioni esistenziali riconducibili alla ricerca del vero io e alla distruzione delle centomila false identità attribuitegli dagli altri. Sicuramente, l'intento di Pirandello è quello di fare riflettere il lettore circa l'impossibilità di definire una realtà certa e univoca per tutti proprio perché ognuno se ne costruisce una propria in base alla società in cui vive, alle convenzioni, agli individui che lo circondano, alle leggi civiche e morali del suo territorio.
Questa è, infatti, la forma che annienta l'impulso profondo della vita. Chiunque cerchi di disfarsi di questa condizione di indolente sottomissione, si estranea non solo dalla forma, ma anche della vita, con esiti non poco rovinosi, come è accaduto a Gengè. In questo senso, Pirandello dà, nell'impianto della narrazione, largo spazio creativo alla riflessione, che non resta invisibile: "non resta cioè quasi una forma del sentimento, quasi uno specchio in cui il sentimento si rimira; ma gli si pone innanzi, da giudice; lo analizza, spassionandesene; ne scompone l'immagine". Secondo Giovanni Macchia, noto critico letterario e scrittore, "la riflessione è la fonte del dolore: e la vita quasi s'arresta o s'aggroviglia in quel sentirsi vivere". Per Vitangelo Moscarda conoscersi è morire: "Chi vive, quando vive, non si vede [...] Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vive più: la subisce, la trascina, come una cosa morta la trascina. Perché ogni forma è una morte.", sostiene Pirandello. E, partendo da un nucleo vitale, si comincia a procedere con la scomposizione della figura nei vari piani espressivi, come un continuo gioco di specchi, dove un'immagine insegue l'altra, con slanci isterici ed esaltanti.
Il critico Macchia sostiene che da quest'analisi introspettiva scaturiscono "confusione, disordine, caos, coscienza del vuoto, allontanamento da ogni certezza, distruzione della ragione", e si potrebbero anche aggiungere annientamento della personalità, dissoluzione dell'esistenza, riduzione drastica a cosa ("Non aver più coscienza d'essere, come una pietra, come una pianta: non ricordarsi più neanche del proprio nome [...] vivere per vivere, senza sapere di vivere."). Per concludere, a corroborare quanto già detto, risultano particolarmente significative le parole del protagonista nell'ultimo capitolo del romanzo: "Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di ieri; del nome d'oggi, domani. Se il nome è la cosa; se un nome è in noi il concetto d'ogni cosa posta fuori di noi; e senza nome non si ha il concetto, e la cosa resta in noi come cieca, non distinta e non definita; ebbene, questo che portai tra gli uomini ciascuno lo incida, epigrafe funeraria, sulla fronte di quella immagine con cui gli apparvi, e la lasci in pace e non me ne parli più. Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude."

Domande da interrogazione

  1. Qual è il tema centrale di "Uno, nessuno e centomila" di Pirandello?
  2. Il tema centrale del romanzo è la riflessione come mezzo per scomporre l'immagine del personaggio e la crisi dell'identità, rappresentata attraverso il protagonista Vitangelo Moscarda, che si rende conto di essere "uno dei centomila" oppressi dalla realtà esterna.

  3. Come si sviluppa la narrazione nel romanzo?
  4. La narrazione segue un ordine cronologico che abbraccia un periodo indefinito della vita di Vitangelo, dal momento in cui rifiuta il suo ruolo sociale fino alla sua estraniazione dalla vita, con un narratore interno che riflette il pensiero di un borghese rivoluzionario.

  5. Qual è il significato del personaggio di Vitangelo Moscarda?
  6. Vitangelo Moscarda rappresenta l'emblema dell'io negato e della frammentarietà dell'identità, in quanto rifiuta di essere limitato a schemi sociali predefiniti, cercando di ricondurre a unità le molteplici immagini che gli altri hanno di lui.

  7. Qual è il ruolo della moglie Dida nella vita di Vitangelo?
  8. Dida rappresenta una visione idealizzata di Vitangelo, ma quando scopre che lui non corrisponde all'immagine che ha creato, decide di abbandonarlo, evidenziando la crisi dell'identità e la difficoltà di accettare la realtà.

  9. Qual è la conclusione filosofica che emerge dal romanzo?
  10. La conclusione filosofica del romanzo sottolinea l'impossibilità di definire una realtà univoca, poiché ognuno costruisce la propria identità in base alle convenzioni sociali, portando a una crisi esistenziale che può risultare devastante, come nel caso di Vitangelo.

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