Concetti Chiave
- Il XIII secolo segnò un momento cruciale per le idee politiche, con la riscoperta di Aristotele che fornì nuovi strumenti teorici agli intellettuali del tempo.
- Aristotele divenne un simbolo di autonomia politica, sostenendo che l'uomo è naturalmente un animale politico e che la società è essenziale per la vita civile.
- Tommaso d'Aquino cercò di armonizzare il pensiero aristotelico con il cristianesimo, affermando che lo Stato è naturale e legato alle leggi divine.
- Giovanni da Parigi e Marsilio da Padova difesero l'autonomia del potere temporale, sostenendo che entrambi i poteri derivano da Dio senza subordinazione.
- Dante Alighieri, nel suo De Monarchia, evidenziò la necessità di una collaborazione tra impero e papato, senza che quest'ultimo potesse rivendicare superiorità sull'imperatore.
Indice
Innovazioni e riscoperta di Aristotele
Tutte le innovazioni furono alimentate e alimentarono lo sviluppo di nuove teorie politiche. Il secolo XIII fu un punto di svolta decisivo nella storia delle idee politiche.
La graduale riscoperta di Aristotele, in particolare dell’Etica nicomachea e della Politica, fornì agli intellettuali degli strumenti preziosi per comprendere gli eventi del loro tempo e per teorizzare le nuove istituzioni.
Aristotele e l'autonomia politica
Aristotele divenne un riferimento per chi sosteneva l’autonomia politica. Per il filosofo l’uomo è “per natura un animale politico”: è naturale per l’uomo vivere aggregato in società e partecipare all’amministrazione della polis. La conoscenza del diritto romano rafforzò il pensiero aristotelico. Il continuo riferimento al civis, il cittadino, coincideva con il pensiero aristotelico e trovava rispondenza nei Comuni. La dottrina di Aristotele corrispondeva alle esigenze del nuovo spirito associativo, dove i cittadini trovavano ragioni di unione spesso in contrasto con le pretese del papato.
Il pensiero aristotelico rappresentava un rovesciamento delle tradizionali concezioni medievali, in particolare rispetto ad Agostino (354-430).
Secondo la concezione tradizionale, il potere politico era un prodotto della degenerazione umana causata dal peccato originale, che aveva reso gli uomini incapaci di convivere pacificamente. Lo Stato non era naturale come voleva Aristotele, ma un male minore senza il quale non sarebbe possibile la vita civile.
Tommaso d'Aquino e il tomismo
Tommaso d’Aquino, un frate domenicano, cercò la compatibilità fra la concezione terrena di Aristotele e quella spirituale del cristianesimo. La sua filosofia, il tomismo, divenne un fondamento della cultura medievale.
La concezione della politica di Tommaso è un’alternativa alla dottrina ispirata ai princìpi agostiniani. Riprendendo Aristotele, Tommaso afferma che l’uomo è animale socievole per natura e lo Stato nasce proprio perché la società organizzata, retta da un’autorità, corrisponde alla sua natura razionale. Se non vi fosse qualcuno che si occupi del bene generale, la comunità si disperderebbe.
L’intera realtà è opera della creazione divina, dunque anche le leggi umane sono espressione delle leggi eterne dell’universo e pertanto chi le infrange si ribella a Dio. Ciò implica che potere temporale (regnum) e potere spirituale (sacerdotium) non solo non sono in contraddizione, ma devono collaborare.
Concezione laica dello Stato
Da questa distinzione tra la sfera sacra e temporale si svilupperà nell’età moderna una concezione laica dello Stato. Tale distinzione è netta anche in Agostino e può essere fatta risalire all’evangelico “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.
Teocrazia e potere temporale
Agostino e Tommaso erano convinti della superiorità della Chiesa, data la maggiore importanza del fine della vita religiosa (la salvezza eterna) rispetto alla vita terrena. Credevano che l’autorità civile dovesse collaborare con quella religiosa, senza esplicitare se ciò implicasse una sottomissione. I sostenitori della teocrazia sostenevano che il papa potesse esercitare direttamente il potere temporale. Il monaco Egidio Romano, nel trattato De ecclesiastica potestate, si esprime favorevole alla plenitudo potestatis del pontefice.
Giovanni da Parigi e Marsilio da Padova
Schierato in difesa dei diritti del re francese, vi era Giovanni da Parigi, un domenicano allievo di Tommaso d’Aquino. Il suo De potestate regia et papali, opera filomonarchica (i legisti), mirava a dimostrare il carattere autonomo della monarchia, in quanto è più antica. Entrambi i poteri provengono direttamente da Dio, ma Giovanni distingueva, seguendo l’insegnamento di Tommaso, quello temporale (il naturale) da quello spirituale (il soprannaturale): non vi può essere alcuna subordinazione dell’uno all’altro.
Nello scontro tra l’imperatore Ludovico il Bavaro e il papato avignonese, assunse posizioni contrarie alla teocrazia anche Marsilio da Padova, rettore dell’Università di Parigi. Criticò l’Unam Sanctam di Papa Bonifacio VIII e l’opera filopapale di Egidio Romano. Ne Il difensore della pace sostenne che alla base di quelle discordie sta un motivo sconosciuto al mondo antico: la volontà dei pontefici di rivendicare la propria superiorità nei confronti dei sovrani terreni. Per conservare la pace è necessario desacralizzare il governo. L’origine del potere e delle leggi è la pars valentior (più eminente) dei cittadini dello Stato, in quali scelgono la forma di governo e si danno le leggi. Il monarca deriva dunque il proprio potere dall’elezione popolare e non dall’incoronazione dell’autorità religiosa. Secondo Marsilio, per restituire pace alla cristianità, il papa stesso doveva ricevere l’autorità della sua carica dal basso, attraverso un’assemblea di cristiani, cioè attraverso il concilio ecumenico. Queste tesi furono giudicate eretiche e lo studioso fu marchiato come “figlio del diavolo”.
Dante Alighieri e la duplice natura dell'uomo
In difesa dell’autonomia dell’impero giunse Dante Alighieri, che nel De Monarchia sostenne la necessità di una collaborazione tra le due istituzioni universali. Partendo dalla duplice natura dell’uomo, materiale del corpo e quella spirituale dell’anima, individua i due fini a cui l’uomo deve tendere: la felicità terrena e la beatitudine celeste. Dio ha fornito agli uomini due guide: l’imperatore, che deve emanare leggi giuste per dare agli uomini la felicità terrena; il pontefice, la guida degli uomini alla salvezza. Poiché l’imperatore riceve l’autorità di governo direttamente da Dio, il papa non può pretendere alcuna superiorità.
Domande da interrogazione
- Qual è stato il ruolo di Aristotele nella formazione delle nuove teorie politiche nel XIII secolo?
- Come si differenzia la concezione politica di Tommaso d'Aquino da quella di Agostino?
- Qual è la distinzione fondamentale tra potere temporale e potere spirituale secondo Giovanni da Parigi?
- Qual è la posizione di Marsilio da Padova riguardo al potere papale e alla pace nella cristianità?
- Come si articola la visione di Dante Alighieri sulla collaborazione tra impero e Chiesa?
Aristotele, attraverso la riscoperta della sua Etica nicomachea e Politica, fornì strumenti preziosi agli intellettuali per comprendere il loro tempo e teorizzare nuove istituzioni, diventando un riferimento per l'autonomia politica.
Tommaso d'Aquino, riprendendo Aristotele, afferma che lo Stato è naturale e necessario per la società, contrariamente ad Agostino, che vedeva il potere politico come un male minore derivante dalla degenerazione umana.
Giovanni da Parigi distingue tra potere temporale e spirituale, affermando che entrambi provengono da Dio, ma non devono essere subordinati l'uno all'altro, sostenendo l'autonomia della monarchia.
Marsilio da Padova critica la teocrazia e sostiene che il potere deve derivare dalla volontà dei cittadini, proponendo che anche il papa debba ricevere la sua autorità da un'assemblea di cristiani per mantenere la pace.
Dante Alighieri, nel De Monarchia, sostiene che l'imperatore e il papa devono collaborare per guidare l'umanità verso la felicità terrena e la salvezza, affermando che l'autorità dell'imperatore proviene direttamente da Dio, senza superiorità papale.