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Metodologia e tecniche della ricerca sociale

La ricerca sociale si distingue in ricerca applicata (o pratica) e in ricerca pura (o teorica): mentre la prima non ha pretese di avanzamento della conoscenza teorica, ma unicamente di sfruttare la conoscenza teorica già acquisita per trovare soluzioni pratiche e specifiche, la seconda ha come obiettivo principale l’avanzamento della conoscenza e la comprensione teorica di un determinato processo, senza uno scopo pratico previsto.

La ricerca applicata si suddivide poi in ricerca informativa, utilizzata per raccogliere informazioni sul contesto sociale, e in ricerca valutativa, che ha l’obiettivo di monitorare invece le conseguenze di un certo intervento. La ricerca pura invece si suddivide in:

  • Esplorativa: questa ricerca viene presa in considerazione o quando il ricercatore si dedica ad un nuovo interesse o quando il fenomeno posto in osservazione è relativamente nuovo o comunque poco noto, oppure per sviluppare e testare nuovi metodi e tecniche che vengono impiegati in disegni di ricerca più impegnativi.
  • Descrittiva: lo scopo di questa ricerca è rispondere al classico “cosa?” e viene utilizzata per descrivere un fenomeno o un evento, preso uno alla volta, descrivendo il fenomeno tramite il metodo scientifico.
  • Esplicativa: lo scopo di questa ricerca è rispondere alla domanda “perché?”. Si fonda sul nesso di causazione (con cui si intende la relazione che lega in senso naturalistico, cioè delle scienze naturali, un atto e l’evento che vi discende) e per affrontare una spiegazione si implica solitamente l’analisi di molti e differenti aspetti di una situazione o un fenomeno, anche agenti simultaneamente.

Il metodo scientifico

Alla base di ogni ricerca, sta il metodo scientifico. Il metodo è un insieme di regole e principi che consentono di ordinare, sistemare e accrescere le nostre conoscenze in un determinato campo del sapere; il tutto permette di economizzare le forze, preservare dall’errore, e infine di comunicare e condividere le proprie ricerche scientifiche nel mondo scientifico.

Secondo Galileo, l’accento è da porsi sul momento dell’esperimento e quindi controllare le ipotesi e farlo avvenire in un ambiente in cui è possibile modificare degli elementi e analizzare le conseguenze di queste modifiche. Per controllare queste relazioni è necessaria la misurazione, quindi unità di misura e variabili.

Paradigma

L’accezione di paradigma come lo intendiamo noi oggi è stata proposta da Kuhn negli anni ’60 del ‘900, la quale si basava su un rifiuto della concezione tradizionale di “scienza” in senso cumulativo, cioè di accumulazione progressiva e lineare di nuove acquisizioni, per adottare una concezione più estesa che riconosce l’esistenza di momenti “rivoluzionari” nei quali il rapporto di continuità si interrompe e si inizia una nuova costruzione (es. scoperta della composizione della luce mista di onde e particelle).

Si realizza così un riorientamento della disciplina che consiste nella trasformazione della struttura concettuale attraverso la quale gli scienziati guardano al mondo. Questa “struttura concettuale” è quella che Kuhn chiama “paradigma”, che altro non è se non un insieme di assunti, concetti, teorie e strumenti per l’indagine scientifica relativi ad una specifica disciplina in un determinato periodo storico.

Fino a che punto possiamo parlare di paradigmi nelle scienze sociali? Rispetto alle scienze dure, la sociologia manca di un unico paradigma largamente condiviso dalla comunità di esperti, esiste quindi una reinterpretazione del pensiero di Kuhn al fine di applicare le sue categorie alla sociologia, che apre la possibilità della compresenza all’interno di una disciplina di più paradigmi.

I paradigmi sociologici sono concezioni generali sulla natura della realtà sociale, dell’uomo e sul modo con il quale questo può conoscere quella, insomma gli interrogativi fondamentali. La realtà sociale esiste? (Se il mondo dei fatti sociali sia reale e oggettivo dotato di una sua autonoma esistenza al di fuori della mente umana o rappresentazione di cose.) È conoscibile? Come può essere conosciuta? In altre parole: essenza, conoscenza, metodo; questione ontologica, questione epistemologica, questione metodologica.

Il paradigma postpositivista

La rassicurante chiarezza e linearità del positivismo ottocentesco (basato sull’assunto dell’universalità della scienza e dell’unicità del metodo scientifico, che non vede distinzione fra scienze sociali e scienze della natura, poiché i fatti sociali hanno le stesse proprietà delle cose del mondo naturale, e quindi studiati oggettivamente) lascia il terreno a un postpositivismo novecentesco maggiormente articolato, senza tuttavia venir meno a presupposti come il realismo ontologico (il mondo esiste indipendentemente dalla nostra conoscenza).

Uno dei postulati del postpositivismo è la convinzione che il senso di un’affermazione derivi dalla sua verificabilità empirica, destinata quindi ad un controllo intersoggettivo della sua validità. La principale conseguenza fu lo sviluppo di un modo di parlare della realtà sociale del tutto nuovo, tramite un linguaggio mutuato dalla matematica, basato sull’utilizzo del metodo scientifico.

Il linguaggio è quello della scienza: i concetti sono modi di percepire i fenomeni, astrazioni usate dagli scienziati per la formulazione di proposizioni; le proposizioni poi sono affermazioni relative alla natura dei fenomeni, sulla natura della società; le teorie infine sono insiemi di proposizioni tra di loro sistematicamente interrelate (quindi, sistemi di proposizioni).

In particolare, le proposizioni possono essere ritenute vere o false, posto che si riferiscano a fenomeni osservabili e si distinguono in:

  • Ipotesi, proposizioni formulate allo scopo di essere sottoposte a verifica empirica, e sono descrittive, quando riguardano un unico concetto, o relazionali quando mettono in relazione diversi elementi.
  • Leggi, proposizioni aventi una estensione molto ampia e già in larga misura corroborate.

Il processo di ricerca

Il processo di ricerca si divide in 5 fasi:

  • Scelta del problema e definizione delle ipotesi: il passaggio dalla teoria alle ipotesi avviene tramite il processo della deduzione.
  • Formulazione del disegno della ricerca: l’obiettivo della ricerca è quello di verificare le ipotesi, decidendo come procedere alla verifica empirica.
  • Raccolta dei dati, spesso affidata a terzi.
  • Codifica e analisi dei dati, con analisi univariata/bivariata; la codifica consisterà in un intervento di organizzazione dei dati rilevati, tramite la matrice dei dati.
  • Interpretazione dei risultati, tramite un processo in questo caso di induzione che, a partire dai risultati empirici, si confronta con le ipotesi teoriche della teoria di partenza, per arrivare a una sua conferma o riformulazione.

Si torna poi alla fase 1, essendo necessaria poi la ripetizione della ricerca per evitare che durante queste fasi ci siano errori. Il rapporto è strutturato in fasi logicamente consequenziali, secondo un’impostazione sostanzialmente deduttiva (la teoria precede l’osservazione).

La formulazione del disegno della ricerca

La formulazione del disegno della ricerca prevede tutte quelle scelte di carattere operativo con le quali si decide dove, come e quando si raccolgono i dati. Nel caso della ricerca quantitativa (ispirata dal paradigma postpositivista) il disegno della ricerca è costruito a tavolino prima dell’inizio della rilevazione ed è rigidamente strutturato e chiuso. Esso si divide in:

  • Operativizzazione dei concetti, cioè la trasformazione delle ipotesi in affermazioni empiricamente osservabili. Il processo si compone di quattro passaggi: 1. Applicazione del concetto ad oggetti concreti, facendoli diventare attributo o proprietà degli oggetti specifici studiati, che prendono il nome di unità di analisi. 2. Articolare le proprietà in stati concreti. 3. Dare una definizione operativa, ovvero stabilire le regole per la sua rilevazione e i valori simbolici che può assumere la proprietà (o modalità, come “licenza elementare”, “licenza media”, “diploma” per la proprietà “titolo di studio”, che vuole rilevare il concetto di “livello culturale”). 4. Applicazione delle regole ai casi studiati.
  • Scelta dei metodi di rilevazione.
  • Scelta della strategia di campionamento.

Si passa dunque dal concetto, alla proprietà e, tramite l’operativizzazione, si arriva infine alla definizione di variabile (che è appunto una proprietà operativizzata, un concetto che può assumere valori diversi che prendono il nome di stati o modalità).

I criteri fondamentali dell’operativizzazione sono quelli dell’esaustività, ovvero quando ad ogni unità di analisi è assegnabile uno stato fra tutti quelli che sono stati definiti, di mutua esclusività, quando cioè a nessuna unità di analisi può essere assegnato più di uno stato.

La definizione operativa è un atto arbitrario e soggettivo, ma paradossalmente in essa trovano fondamento i caratteri di scientificità e di oggettività della ricerca sociale: la definizione operativa dà infatti le direttive affinché la stessa rilevazione possa essere replicata da altri ricercatori, così che in essa non sono contenute più opinioni, ma affermazioni dotate di significato empirico, per cui non elimina l’arbitrarietà, ma la rende esplicita e per questo controllabile.

Il processo di misurazione

Il processo di misurazione: in fisica, la misurazione è intesa come un’operazione che consiste nel confrontare, direttamente o indirettamente, una grandezza fisica con una unità di misura convenzionalmente stabilita, allo scopo di determinarne quantitativamente il valore.

Dal concetto di misurazione nasce anche quello di variabile, intesa come una grandezza che può variare in un intervallo di valori ammissibili dagli strumenti di misurazione. Il processo prevede tre componenti: la definizione non ambigua di ciò che stiamo per andare a misurare; un’unità di misura standard, poiché quando non si dispone di unità di misura è improprio parlare di misurazione e in questi casi, il passaggio dalla proprietà alla variabile, consiste in operazioni di classificazione, ordinamento e conteggio; infine, strumento di misurazione affidabile.

Le unità di analisi sono, ricordiamo, l’oggetto sociale a cui si riferiscono le proprietà studiate. L’unità di analisi di gran lunga più frequente nelle ricerche sociali è rappresentata dall’individuo. Un secondo caso piuttosto frequente è quello in cui è rappresentata da un collettivo, che può essere a seconda dei casi da un aggregato di individui oppure da un’organizzazione o istituzione (famiglie, sindacati, aziende).

In aggiunta, possono esserlo anche degli aggregati territoriali (province, regioni, comuni), dei testi scritti, dei prodotti culturali (foto, programmi televisivi, film, messaggi della comunicazione di massa), e infine pure eventi (conflitti, elezioni, scioperi). L’unità di analisi è una definizione singolare e astratta, che denomina il tipo di oggetto sociale al quale afferiscono le proprietà. Questa unità viene localizzata nel tempo e nello spazio, definendo la popolazione di riferimento della ricerca: i casi sono gli esemplari, multipli e concreti, di quella data unità di analisi che vengono studiati, sui quali si rilevano i dati.

Tipologie di variabili

Una classificazione molto importante delle variabili è quella metodologica proposta da Marradi. Chiamiamo caratteristiche logico-matematiche di una variabile quelle che stanno alla base di questa classificazione, in quanto fa riferimento al tipo di operazioni che su di esse possono essere effettuate. Le distingue in:

  • Variabili nominali (sesso, nazionalità, ordine religioso): abbiamo una variabile di questo genere quando la proprietà da registrare assume stati discreti non ordinabili, in cui con “discreti” intendiamo che la proprietà può assumere solo una serie di stati finiti e non sono possibili stati intermedi, mentre con “non ordinabili” significa che non è possibile stabilire un ordine, una gerarchia fra di essi. Le uniche relazioni che si possono stabilire fra le modalità di una variabile nominale sono le relazioni di uguale e diverso. La procedura di operativizzazione che permette di passare dalla proprietà alla variabile è in questo la classificazione. Alla modalità viene associato un simbolo che chiamiamo valore, che tuttavia non ha alcun significato oltre a quello di identificare la categoria e, anche se si tratta di un numero, esso non ha alcun valore numerico. Un caso particolare di variabili nominali è quello in cui le modalità sono solo due: le variabili dicotomiche (maschio/femmina, sposato/non sposato).
  • Variabili ordinali (titolo di studio, ceto sociale): abbiamo una variabile di questo genere quando la proprietà da registrare assume stati discreti ordinabili. L’esistenza di un ordinamento permette di stabilire relazioni di uguaglianza e disuguaglianza fra le modalità ma anche instaurare relazioni d’ordine, ovvero di maggiore e minore. In una variabile ordinabile però, non è nota la distanza che intercorre fra le diverse modalità. La procedura di operativizzazione delle proprietà in questo caso è l’ordinamento, la quale tiene conto del requisito dell’ordinabilità degli stati della proprietà per cui l’attribuzione dei valori alle singole modalità non potrà più essere casuale.
  • Variabili cardinali (età, numero di figli, reddito): abbiamo una variabile di questo genere quando i numeri che ne identificano le modalità non sono delle semplici etichette, ma hanno un pieno significato numerico. Fra le modalità di una variabile di questo tipo non si stabiliscono solo relazioni di uguaglianza e di diversità, relazioni di ordine, ma anche effettuare operazioni di somma e di sottrazione fra i valori e, conoscendo anche la distanza esistente tra due valori, si possono applicare anche operazioni di moltiplicazione e di divisione. Le variabili cardinali si distinguono in discrete o continue: sono discrete quando la proprietà da registrare assume stati finiti non frazionabili, e in questo caso la procedura di operativizzazione consiste in un conteggio, tramite un’unità di conto, cioè un’unità elementare che è contenuta un certo numero finito di volte nella proprietà dell’oggetto; sono continue quando la proprietà da misurare è continua, cioè può assumere infiniti valori intermedi in un dato intervallo fra due stati qualsiasi, e in questo caso la procedura di operativizzazione consiste in una misurazione, tramite un’unità di misura, convenzionale e non naturale, che ci permette di confrontare la grandezza da misurare con una grandezza di riferimento (lunghezza, altezza, reddito).
  • Scale quasi-cardinali: un sottoinsieme della variabili cardinali, divise in discrete e continue. Queste ultime però sono molto rare nelle scienze sociali, eppure le proprietà delle scienze sociali, dalla religiosità all’orientamento politico, sono tutte immaginabili come proprietà continue, che variano in maniera graduale fra gli individui, senza però riuscire a passare dalla condizione di proprietà continua a quella di variabile cardinale, in particolare per la difficoltà di applicare una unità di misura agli atteggiamenti umani. Tuttavia, si possono contare innumerevoli tentativi per superare tale limite, riferendoci in particolare alla tecnica delle scale che si propone di misurare opinioni, atteggiamenti e valori, ma anche più in generale proprietà continue attinenti la struttura psicologica e valoriale dell’individuo, come le tecniche più semplici delle scale auto ancoranti o del termometro dei sentimenti.

Stevens le divide invece in: ordinali, cardinali, nominali, scale di rapporto e scale di intervallo. Stevens in particolare parla di livelli di scala poiché i quattro tipi da lui distinti stanno in una precisa gerarchia, in cui la prima rappresenta il livello più basso della misurazione, l’ultima il livello più alto, in cui passando da un livello ad un altro aumenta il livello di operazioni matematiche che possono essere compiute sui valori della scala.

  • Scala nominale, consiste nell’assegnare dei casi ai gruppi senza attribuire ad essi nessun genere di informazione quantitativa o criterio di ordine. Questo è un sistema di classificazione in cui ogni caso rientra solo ed esclusivamente in una categoria. L’unica operazione consentita è quella di uguaglianza o diversità fra i casi.
  • Scala ordinale, rispetto alla precedente le categorie sono ordinate gerarchicamente rispetto alla proprietà considerata. Oltre all’operazione di uguaglianza in questo caso è possibile stabilire anche relazioni di maggiore e minore. Non è però possibile quantificare la distanza tra i valori.
  • Scala a intervalli. Questa scala misura quei sistemi che oltre a possedere le caratteristiche delle precedenti consentono di definire degli intervalli costanti e uniformi tra le intensità della proprietà misurata. In questo caso, oltre al rapporto gerarchico conosciamo anche la distanza che intercorre fra due modalità. Le operazioni possono essere operate anche sulle differenze dei valori della scala.
  • Scala di rapporto. Rispetto alla scala precedente differisce per il diverso significato che lo zero possiede nelle due scale. Nella scala di rapporto la posizione dello zero non è arbitraria, dato che corrisponde all’elemento dotato di intensità nulla rispetto alla proprietà misurata e
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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher stegosaurros di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologie e tecniche della ricerca sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Moretti Sabrina.
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