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Storia della filosofia medievale

Eckhart, Discorsi nn. 18 – 19
28 Aprile 2016 – Seminario - Fabrizio Mariano

Oggetto di questo lavoro sono i Discorsi 18-19 di Eckhart. Mi soffermerò, in modo particolare, su alcuni aspetti e concetti che mi hanno colpito e che cercherò di approfondire per delineare il tema che Eckhart pone in essere.

Porrò l’attenzione, in modo dettagliato, su questi aspetti:

  • L’interiorità, che deve governare l’esterno;
  • L’abbandono dell’uomo a Dio;
  • La sofferenza e la somiglianza con Dio;
  • Il rapporto tra uomo e Dio.

Discorso n. 18

In quale modo l’uomo può prendere, come gli conviene, cibo delicato, vesti distinte e allegri1 compagni, come gli si avvicinano (o accostano) secondo l’abitudine della natura.

Il primo aspetto che balza all’occhio, leggendo per intero il testo del discorso 18, è, senza dubbio, la continuità con i discorsi precedenti e, allo stesso tempo, si può delineare un filo conduttore che sembra sottendere tutta l’opera: l’individuazione della pace, che per l’uomo è una disposizione interiore. Condizione necessaria, questa, per poter definire quel ripensamento della differenza tra divino e creatura e la reinterpretazione dell’etica cristiana che permette di raggiungere l’unione con Dio, l’avere Dio.

Sono i punti fermi che Eckhart aveva già definito, in qualche modo, nel Sermo Paschalis del 1294, uno dei “documenti programmatici” del domenicano, da cui si evince la straordinaria forza rivoluzionaria del filosofo, è cioè la volontà di recuperare all’interno del discorso religioso la sapienza, proprio2 perché la religione è uno dei modi in cui si è manifestata la sapienza.

In modo particolare, poi, sembra che il frate domenicano tessa il discorso 18, un po’ come tutti a mio avviso, su due piani: quello teologico-spirituale che incontra quello filosofico, e al quale cerca di elevarsi.

1 Loris Sturlese traduce con attaccano. Mi sembra buona anche la traduzione di Marco Vannini: “accostano”.

2 Cfr. Alessandra Beccarisi, Eckhart, Carocci, Roma 2012.

L’interiorità, che deve governare l’esterno

Il discorso n. 18 si apre con queste parole:

«Tu non ti devi impelagare con cibo e vesti in modo che ti paiono troppo buone, ma abitua il tuo fondo e la tua mente ad essere molto elevata sopra questo, e a non toccare con piacere e con amore se non soltanto Dio; su tutto l’altro deve essere elevata».

Sembra riprendere, quasi testualmente, la pericope evangelica di Matteo:

«Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? […] Non preoccupatevi dunque dicendo: "Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?". Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di3 Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta».

Far prevalere l’esteriorità, l’attaccamento alle cose, che siano esse materiali (vestiti, cibi) o amici, parenti e tutto ciò che Dio dà all’uomo, significherebbe far emergere una interiorità debole. È l’interno, invece, che deve prevalere sull’esterno. Ciò che interessa a Eckhart non sono le pratiche, quanto il loro fondamento.

Questo aspetto emerge chiaramente nel discorso n. 4: «Non pensare di fondare la santità su un fare; si deve fondare la santità su un essere, perché le azioni non ci santificano, ma noi dobbiamo santificare le azioni. […] Coloro che non sono di grande sostanza, quali siano le azioni che agiscono, non ne viene niente. Qui nota che si deve porre tutta la solerzia nell’essere buono, non tanto a quello che si fa o di quale genere siano le azioni, ma come sia il fondamento delle azioni».

Comprendere quale sia il fondamento del proprio agire permetterà, così, di discernere le pratiche giuste da quelle ingiuste. Questo può avvenire solo dopo aver sottoposto i propri comportamenti al vaglio della ragione:

«E l’uomo deve in tutte le sue azioni e in tutte le cose fare uso del suo intelletto attentamente e avere in tutte le cose una intellettuale consapevolezza di se stesso e nella sua interiorità e prendere in tutte le cose Dio nel modo più alto di quanto sia possibile».4

L’esercizio della ragione, dunque, è il modo più rigoroso, più elevato, per cogliere Dio. Da questa analisi emerge l’uomo nuovo, l’uomo libero. Una condizione che non è raggiunta una volta per tutte, è un’arte che si impara e nella quale occorre esercitarsi, come lo stesso maestro afferma nel discorso n. 6:

«Allo stesso modo in cui uno che vuole imparare a scrivere, credi, se egli deve possedere l’arte, egli si deve esercitare molto e spesso in queste azioni, per quanto amaro e faticoso3 Mt 6, 25-34
4 Meister Eckhart, Reden n. 7, DW I.

pur gli divenga e per quanto impossibile gli pare; se egli lo vuole esercitare con diligenza e5 spesso, lo impara e consegue l’arte».

Abbandono dell’uomo a Dio

A questo proposito, continuando (discorso n. 18), Eckhart delinea l’atteggiamento necessario:

«E perché l’uomo possa comportarsi in questa maniera, così io ritengo meglio di tutto: che l’uomo si abbandoni totalmente a Dio».

Possiamo dire che riemerge, nascosto tra le righe, il tema dell’obbedienza, tipica virtù cristiana e oggetto di voto per i frati. Ponendo attenzione notiamo che Eckhart inizia i Discorsi con questo tema, sottolineando sin da subito che non parlerà dell’obbedienza in generale,

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/08 Storia della filosofia medievale

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