Introduzione e seconda sofistica
Luciano, autore di II secolo d. C., è associato alla cosiddetta Seconda sofistica, definizione data dall’antichità dalle Vite dei sofisti di Filostrato, che li divise in Prima sofistica, legata alla fioritura della riflessione dell’uomo su se stesso e sul logos, e Seconda sofistica, incentrata sul potere della parola, fondata dalla scuola di Eschine, l’avversario di Demostene, a Rodi durante il suo esilio.
Certamente in età imperiale ci fu un grande sviluppo della retorica che si scontra con la filosofia, al tempo meno forte: Filostrato riprende il topos della conversione dalla retorica alla filosofia e viceversa, e Luciano sarebbe un retore che si converte alla filosofia, intorno ai 40 anni.
In realtà i “secondi sofisti” erano più che altro coscienti di essere dei “nuovi sofisti”. Filostrato cita dei secondi sofisti che per noi sono poco più che nomi (Erode Attico, di cui abbiamo due discorsi di dubbia autenticità, Dione di Prusa, più filosofo che retore, ed Elio Aristide), ma nel suo elenco manca Luciano, come Frinico, forse perché ha caratteristiche diverse dagli esponenti della Seconda sofistica, anche se partecipa attivamente a quell’ambiente e alle sue liti, tra cui quella linguistica sull’atticismo.
L’atticismo è una lingua artificiale, come tutti i dialetti letterari, l’attico letterario studiato dalle élites durante la paideia: è un riuso della lingua del passato a cui il pubblico è abituato.
La paideia era una formazione in 3 livelli:
- La formazione di base, a opera del grammateus;
- La formazione di grammatica, a opera del grammatikòs;
- La formazione filosofica e retorica (delle classi alte) su testi di età classica.
Le scuole spesso si scontrano su questioni linguistiche: ognuna si presenta come la migliore rappresentante della lingua attica, e c’è adito al dibattito proprio perché l’attico è un’astrazione. Vengono redatti lessici, con glosse degli autori, descrittivi, prescrittivi e proscrittivi verso gli imbarbarimenti della lingua.
I sofisti ricordano quasi solo il passato classico, fanno menzione degli autori solo fino a Demostene. Sono molto diffuse le meletai, esercitazioni scolastiche o per intrattenimento di discorsi deliberativi o giudiziari, che hanno duplice funzione propedeutica, per l’imitazione di modelli eccelsi, e di mostrare in teatro l’eccellenza degli autori antichi in discorso a cui il pubblico partecipa attivamente perché si sente coinvolto.
Si tratta di “discorsi occultati”, “figurati”, perché l’autore non si esprime esplicitamente sull’argomento, non potendo farlo liberamente, ma vuole ugualmente condividerlo col pubblico. I secondi sofisti quindi sono sì consapevoli dei vantaggi dell’impero, ma anche del loro esserne soggetti.
La retorica di età imperiale dunque non muore propriamente, come spesso si dice, ma si disloca diversamente (spesso, ad esempio, come ambasceria), ed è possibile anche perché l’impero concede comunque margini di potere decisionale alle città: i discorsi politici servono a propugnare la concordia tra città, ed esistono anche i discorsi giudiziari perché i processi continuano. Anche sotto Roma i Greci cercano di mantenere la loro grecità e grandezza culturale.
Luciano
Non ne sappiamo nulla da Filostrato né dai contemporanei, a parte una menzione di Galeno, ma sicuramente ha successo perché diventa modello scolastico e perciò viene tramandato (tra le altre cose, ha grande influenza sulle Operette morali leopardiane). La prima traduzione del suo corpus è di Settembrini.
Del suo bios sappiamo dunque solo quello che lui stesso ci dice, rendendo le informazioni non pienamente attendibili.
È nativo di Samosata, nell’attuale Siria, e impara il greco nelle scuole, cosa non infrequente all’epoca. Nel tardo racconto Il sogno narra che i genitori premevano per fargli abbandonare gli studi e perché diventasse scultore alla bottega dello zio, dove però rompe un blocco di marmo pregiato e viene picchiato; si racconta altresì del suo celebre sogno in cui gli compaiono due donne, una elegante e bella, e una più rozza, la Scultura, che lo strattonano e gli chiedono di scegliere.
La Paideia gli garantisce successo, mentre la Scultura può promettere una vita di fatiche, ma non di fama: Luciano cambia mestiere e viaggia molto in Gallia, in Egitto dove diventa funzionario, a Roma e ad Atene. Nella sua mente si crea il contrasto tra la vita di Atene, filosofica, e quella di Roma, retorica: Luciano predilige la vita filosofica in quella conversione che è topos narrativo frequente dell’epoca, che naturalmente non è così netta.
Il sogno viene declamato da Luciano durante una performance parenetica alla retorica per i giovani a Samosata, quando vi ritorna ormai come uomo di successo: è una tradizionale narrazione di investitura sul modello omerico (del sogno ingannatore di Agamennone), esiodeo, socratico e senofonteo (l’opera è un pastiche di generi diversi, è un gioco).
Senofonte, nel libro II dei Memorabili, racconta il sogno delle due donne, Areté e Kakia, e di Eracle (sul modello della scelta di vita di Achille). Areté, di una bellezza austera, promette a Eracle la vis difficile, mentre Kakia, di una bellezza seducente, gli promette la via facile: lui sceglie la via meno scontata e più faticosa, Areté.
In Luciano le due scelte di vita si confondono e lui sceglie la doxa, l’apparenza, la gloria facile della retorica, non del tutto lusinghiera e con aspetti anche inquietanti, lanciando un messaggio ambiguo e ammiccante al pubblico: è un’opera complessa.
Il momento ricorrente del passaggio-conversione da una sistema di valori a un altro di solito prevede la solitudine.
Luciano si vanta di aver inventato una forma vivificata e contaminata di dialogo che lo rende unico di contro a quelli che guadagnano facilmente con la retorica copiandogli schemi atticisti, anche se lui stesso sceglie questa vita. Sicuramente viene da una famiglia benestante: non era una situazione incomune imparare il greco a scuola, ma lui diventa anche famoso; ha un percorso simile a quello degli altri autori del periodo anche se è di origine provinciale.
Nel suo corpus sono presenti opere molto diverse: tante sono collegate col linguaggio e con l’atticismo, dibattito acceso del periodo. Si ricordino il Per un errore nel saluto, lo Pseudologista e lo Pseudosofista, attacchi ad avversari che denigrano il suo metodo, il Lessifane, forse dedicato al retore o grammatico Polluce, preso in giro perché riprende pesantemente l’attico e lo fa male, per cui viene purgato dalle parole attiche da un medico.
Un’altra idea ricorrente dell’opera lucianea è quella del processo, prassi comune anche in età imperiale, con frequente ricorso alla personificazione.
Giudizio delle vocali (melete)
È un discorso di accusa chiaramente fittizio con tutti i tratti codificati del genere mescolati a tratti umoristici che si svolge ad Atene. L’occasione è un tipico litigio tra vicini. Sigma parla di sé e dei suoi rapporti con le altre lettere, in particolare con Tau, che è violento e si rende responsabile di furto di beni.
Fondamentale la topica dell’ethos del personaggio di Sigma (come in tutti i discorsi giudiziari) che mai sarebbe andato a processo se non di fronte a un’enorme tracotanza per la distruzione dell’ordine costituito. Il verdetto dovrebbe servire da monito per non costituire un precedente: l’ordine alfabetico è quindi speculare all’ordine civico.
Gli aspetti più evidenti dell’atticismo sono l’uso del doppio tau al posto del doppio sigma che si perde nella koiné ionica e panellenica. Nell’opera lo Sigma interpreta come un furto ai propri danni; dunque Luciano, che di norma da atticista usa doppio tau, qui mette in bocca a Sigma solo parole con doppio sigma, e usa un linguaggio atticista (naturale, non come quello artificiale di Lessifane) con spunti di koiné.
Questo uso della koiné nel Giudizio delle vocali ha fatto pensare a una corruzione e al fatto che sia opera non di Luciano; tuttavia ciò si attaglia perfettamente al suo humour.
La traduzione di Luciano è complessa e variegata.
Le lettere parlano di sé al neutro o al maschile se c’è personificazione.
I toni sono tucididei, da commedia e da grammatico.
Argumentum
Argumentum: dovrebbe pronunciarlo il grammateus, il cancelliere del tribunale. Forse non è lucianeo?
A favore dell’inautenticità c’è:
- Il fatto che non è presente in tutta la tradizione: non compare per nulla nella , mentre nella c’è solo a margine come scolio;
- Il fatto che copra solo una parte delle accuse di Sigma.
Tuttavia entrambi i punti possono essere risolti:
- L’argumentum è di per sé marginale, quindi avrebbe anche senso porlo come scolio;
- Copre solo una parte delle accuse, ma sono le più importanti.
A favore dell’autenticità c’è anche il fatto che sembra racchiudere il vero spirito allusivo e ironico di Luciano, troppo brillante per essere opera dell’archivistica, e che scrive anche altri argumenta nella sua opera.
Non esiste Aristarco come arconte eponimo, e di solito non viene mai nominato il demo dell’arconte: sembra ammiccare ad Aristarco di Samotracia, grammatico di Alessandria d’Egitto, massima autorità per Sigma. Il demo di Falero riprende Demetrio Falereo a cui si deve la creazione della biblioteca di Alessandria.
Giorno del processo: l’anno era scandito dall’anno lunare e nel settimo giorno di Pianepsione, in cui si celebrava una festa in onore di Apollo, non si potevano celebrare processi (è un evidente scherzo, anche perché arconte e giorno sono originali dell’argumentum, non sono altrimenti citati nel discorso).
La grafé è un atto molto forte di rilevanza pubblica per un crimine generale. Le vocali sono giudici perché hanno una propria dignità e autonomia fonetica.
Si cita la principale imputazione.
Proemio
Proemio (proimion, prothesis, prologos, pròblema): presentazione della causa, ma soprattutto dei due ethe, e coinvolgimento dell’uditorio. Sigma è una creatura moderata che non si sarebbe mai presentata a processo se non obbligata: è il topos processuale della riluttanza; è sottolineata l’ampia e lenta tolleranza e metriotes di Sigma nella duratività della situazione.
Sono presentati i crimini di hybris di Tau che turbano profondamente la società e generano squilibrio: Sigma agisce nell’interesse non solo suo ma di tutta la collettività. Sigma attribuisce alla consapevolezza dei giudici quello di cui in realtà vuole convincerli.
Nei discorsi di accusa di solito non è frequente trovare il nome proprio dell’accusato, che è un marcatore di aggressività, spesso c’è solo per gli ascoltatori il nome di outos: Tau richiama l’atticismo.
L’adikia ora è diventata insostenibile (sottolineato dalla consecutiva oggettiva e specifica perché con l’indicativo): è la costrizione esterna ad agire.
La posizione della difesa di solito è più complessa e in essa l’oratore manifesta al meglio le sue capacità, ed è per questo che è la prescelta nella maggior parte dei discorsi giudiziari pervenutici; in questo caso invece l’accusa è più complessa perché si tratta di una causa persa (infatti Luciano stesso usa il doppio tau).
è la seconda forma (attica) della seconda forma del comparativo, nata prima di quella più comune in (che parte dal tema del suffisso di alterità, lo stesso di ). La seconda forma di comparativo, propria di pochi aggettivi ma molto frequenti (soprattutto politematici), parte dalla radice: si attacca il suffisso , per i casi retti di singolare e plurale, alternante con , e, quando c’è, il sigma intervocalico cade e le vocali si contraggono.
Non è proprio delle vocali permettere la violenza di Tau, ma se per assurdo accadesse Sigma non tacerà. La rappresentazione delle cose si allarga in un contesto più grande: una serie di violenze e trasgressioni tra lettere.
, quasi mai positiva, è l’irrefrenatezza che turba l’ordine costituito.
La confusione frequente tra le liquide è associata spesso all’élite di età imperiale (era un difetto di pronuncia diffuso): Aristofane ne parla nelle Vespe, quando, nel sogno di un servo di Filocleone, Alcibiade dice , cioè “adulatore”, al posto di .
L’uso dell’imperfetto di è tratto tipico della koiné: il greco classico all’imperfetto non usa mai , ma preferisce altri
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