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Linguistica italiana

La linguistica è la scienza del linguaggio umano e delle lingue che da questo derivano. Occorre specificare che “linguaggio” e “lingua” non sono sinonimi: il linguaggio è una facoltà innata propria della specie umana di usare strumenti comunicativi simbolici; la lingua è uno dei prodotti di tale facoltà (esclusivamente umana). Un esempio di linguaggio è il linguaggio dei gesti di un bambino (fino ai due anni); esempi di lingua sono l’italiano, lo spagnolo, i dialetti.

Nelle società alfabetizzate, la lingua è un prodotto di una data comunità di parlanti che ha anche una modalità espressiva scritta, oltre che orale, regolata dalla grammatica. La linguistica si sviluppa all’interno di più campi di ricerca: fonetica o fonologia, morfologia, sintassi, semantica, lessicologia e lessicografia.

Campi di ricerca della linguistica

La fonetica o la fonologia si occupa dello studio dei suoni che vengono prodotti dall’apparato di fonazione umano nell’uso di una lingua. Può suddividersi in più sottocategorie:

  • Fonetica articolatoria: studia l’articolazione dei suoni all’interno dell’apparato;
  • Fonetica acustica: studia gli aspetti fisici acustici della propagazione dei suoni linguistici;
  • Fonetica uditiva: riflette sulle modalità di acquisizione dei suoni da parte dell’apparato uditivo.

La morfologia è lo studio dei morfemi, ossia delle parole o di parte di esse (prefissi, suffissi, desinenze). Di conseguenza è anche lo studio delle regole flessionali nella formazione delle parole. La sintassi studia la struttura della frase, i rapporti esistenti fra i suoi vari elementi ed i rapporti che si instaurano fra diverse frasi (sintassi della frase semplice, della frase complessa e del periodo).

La semantica è lo studio dei significati delle parole e delle combinazioni di parole, non composto dai singoli significati delle parole (es. “verde”, “essere al verde”). La lessicologia è lo studio del sistema lessicale di una lingua, ossia dell’insieme delle parole che costituiscono una lingua. La lessicografia è una sottocategoria della lessicologia, che ha l’obiettivo di realizzare strumenti lessicografici, ossia vocabolari di una lingua o di una data varietà di lingua.

Linguistica interna ed esterna

La linguistica interna studia una o più lingue a livello puramente teorico, senza che la lingua venga considerata nelle sue relazioni con fattori esterni (ad esempio la società). Si tratta di uno studio della lingua in quanto mera capacità cognitiva dell’individuo. La linguistica esterna studia la lingua tenendo conto di fattori esterni, che sono direttamente coinvolti nel suo impiego: il territorio in cui si sviluppa la lingua, la comunità che utilizza la lingua, i fattori sociali legati alla lingua (sociolinguistica).

Linguistica sincronica e diacronica

La linguistica può essere sincronica o diacronica. La linguistica sincronica si occupa dello studio di una o più lingue in un determinato periodo storico, contemporaneo o meno (il XIII secolo). La linguistica diacronica studia una o più lingue nella loro evoluzione attraverso il tempo, (il volgare fiorentino diventato lingua nazionale). La linguistica può quindi essere storica, cioè essere finalizzata alla ricostruzione attraverso i secoli dei fenomeni evolutivi della lingua.

Linguistica comparata o glottologia

La linguistica comparata o glottologia è fondata sullo studio scientifico e comparativo di due o più lingue, principalmente di lingue con un’origine comune (linguistica romanza, oppure studio dell’italiano in relazione ai dialetti italiani). La dialettologia è lo studio dei dialetti italiani o dei dialetti in rapporto all’italiano standard. La geografia linguistica o geolinguistica è lo studio della distribuzione geografica dei fenomeni linguistici di una lingua (variazione diatopica dell’italiano, ad esempio “cicles” come termine usato unicamente in area torinese).

Sociolinguistica

La sociolinguistica è lo studio di una lingua in relazione ai fattori sociali caratteristici del territorio nel quale si parla la lingua (variazione dell’italiano a seconda dell’età, del genere, della competenza, ecc. del parlante). L’etnolinguistica si occupa dei rapporti fra una lingua ed una determinata cultura di un territorio. Oggi il termine viene usato in riferimento a tempi antichi, mentre la sociolinguistica è legata soprattutto a fenomeni contemporanei.

Neurolinguistica e psicolinguistica

La neurolinguistica è lo studio delle connessioni tra patologie del linguaggio e disturbi o lesioni del sistema nervoso. La psicolinguistica studia i meccanismi psicologici alla base dell’acquisizione di una lingua o del suo utilizzo concreto.

Quando è nata la linguistica?

La linguistica italiana intesa come scienza è una disciplina abbastanza recente. Solo dal 1994 compare “l’etichetta” linguistica italiana per riferirsi al raggruppamento delle singole discipline che riguardano la lingua italiana, che venivano insegnate in maniera indipendente l’una dall’altra. La linguistica italiana diventa disciplina autonoma raggruppante più sotto-discipline solo dal 1999.

La linguistica, comunque, intesa come riflessione sul linguaggio e sulla lingua, è una disciplina molto antica. La prima riflessione in tal senso è riconducibile all’alfabeto, inteso come sistema di scrittura in cui i grafemi (le lettere) rappresentano singolarmente i fonemi (i suoni). In particolare, ci si può riferire all’alfabeto greco, infatti la stessa parola “alfabeto” deriva dai nomi delle prime due lettere dell’alfabeto greco, “alfa” e “beta”.

È a partire dall’alfabeto greco, infatti, che si associa un segno grafico ad un determinato suono. In passato i segni grafici non erano associati ad un suono, bensì a dei concetti. Ad esempio, all’interno dell’alfabeto fenicio c’era un segno che indicava “muso di bue” e che poi è stato rovesciato e acquisito dall’alfabeto greco come prima lettera, “alfa”. Nella classicità greca, i primi che si sono occupati di lingue e di linguaggio sono stati Platone (“Cratilo”) e Aristotele (“Logica”). In particolare, Platone è stato uno dei primi studiosi di etimologia, mentre Aristotele è stato il primo ad occuparsi di grammatica.

Le riflessioni sulla lingua ed il linguaggio proseguono poi nel mondo latino. Nel I sec. a.C. Varrone, nel “De lingua latina” (6 libri rimasti su 25), studia l’etimologia delle parole (l’origine) e la loro morfologia (formazione). Poco dopo, nel I sec. d.C. Quintiliano si occupa nel trattato “Institutio oratoria” (12 libri) di più questioni linguistiche, quali la retorica (disciplina fondamentale nell’arte oratoria), la pedagogia (formazione del futuro oratore), la grammatica (somma delle competenze del saper parlare e scrivere bene).

Evoluzione della lingua nel Medioevo

Nel Medioevo scompare il latino, e di conseguenza nascono le lingue romanze. Questo cambiamento ha generato molte riflessioni, a partire da Dante. Nell’opera “De vulgari eloquentia” Dante si interroga sulla complessa situazione linguistica italiana, generatasi dalla scomparsa del latino a livello orale e dalla contemporanea nascita dei volgari, antenati dei nostri dialetti e riconosce il volgare di livello più elevato rispetto al latino. A partire da Dante il lungo dibattito che è sorto riguardo l’individuazione di un modello unitario di lingua nel territorio italiano prende il nome di “questione della lingua”.

La questione della lingua

La “questione della lingua” si è sviluppata in particolare nel primo quarto del 1400. L’opera “Prose della volgar lingua”, pubblicata nel 1525 da Pietro Bembo, valuta meglio di ogni altra opera, la questione della lingua in merito alla varietà da utilizzare come modello fra le tante a disposizione all’epoca. Infatti, in Italia in quel periodo esistevano molti volgari, ossia lingue nate dal latino e parlate in maniera circoscritta ad un determinato territorio (Dante ne individua 14). Nella sua opera Bembo individua come lingua nazionale il toscano o meglio il fiorentino, il volgare usato da Dante. Per questo motivo la nascita della lingua italiana come lingua unitaria nazionale si colloca per convenzione nel 1525, data di pubblicazione dell’opera “Prose della volgar lingua”. A partire da questa data, mentre un volgare si eleva, gli altri retrocedono e diventano dialetti.

Nascita della linguistica moderna

Nel corso dell’800 la linguistica diventa una disciplina scientifica, in particolare a partire da trattati che confrontano lingue antiche come il sanscrito con lingue contemporanee. Studiando il sanscrito, Franz Bopp scoprì l’unità fondamentale delle lingue indo-europee.

In Italia il padre della linguistica moderna è il friulano Ascoli. Approfondisce in maniera autodidatta le lingue antiche e poi segue una formazione in merito alle lingue moderne. Si dedica in particolar modo alle lingue indoeuropee e alle lingue romanze. Grazie a lui il dialetto non assume più una valenza negativa, ma viene valorizzato e definito lingua. Ascoli è infatti il fondatore della dialettologia linguistica. Ascoli scopre anche delle lingue, ad esempio nell’area dolomitica scopre un insieme di lingue denominate “ladino” che prima non erano considerate un sistema linguistico autonomo. Nell’area corrispondente alla Savoia riconosce poi una lingua diversa dal francese e dal provenzale, ossia il franco-provenzale.

Le famiglie linguistiche: l’indoeuropeo

Il numero stimato delle lingue parlate oggi nel mondo è di 7000. Questo numero è decisamente sottostimato, soprattutto se si considerano anche i dialetti. Ovviamente le lingue del mondo presentano disparità enormi, a partire dal numero di parlanti. La classificazione delle lingue non può quindi certo seguire il numero di parlanti o la collocazione geografica. Un fattore adeguato è invece la genealogia, ossia la classificazione per famiglie di lingue (con origine comune).

Questa classificazione nasce dalla prima metà dell’800, in particolare a partire dal 1833, quando Bopp pubblica una grammatica comparativa delle lingue antiche allora note, tra cui il sanscrito, l’iranico, il greco, il latino, il lituano, il gotico, il tedesco. Secondo uno studio di tipo comparativo, si suppone che tutte queste lingue antiche, date alcune somiglianze, si siano originate da una lingua comune, che è l’indoeuropeo. L’italiano è una lingua indoeuropea.

Le lingue indoeuropee costituiscono una grande famiglia linguistica comprendente sia lingue oggi estinte come il latino ed il greco, sia lingue viventi e diffuse in buona parte del globo, in origine dall’Europa occidentale fino all’Asia centrale e al sub-continente indiano. Con l’età moderna e l’effetto delle migrazioni e delle colonizzazioni, la famiglia indoeuropea si è poi diffusa in tutti i continenti, diventando la famiglia dominante anche in Australia, in America e in alcune regioni dell’Africa.

Tutte queste lingue derivano presumibilmente da una lingua matrice estinta, di cui non abbiamo alcuna testimonianza ma che si presuppone essere alla base di tutte le altre. Tale lingua sarebbe il protoindoeuropeo, lo stadio più antico dal quale discendono tutte le lingue indoeuropee. Gli indoeuropei dovrebbero esser stati una comunità che in epoca remota utilizzava un comune idioma. Alcuni studi di etnolinguistica collocano l’indoeuropeo in un’epoca che risale addirittura al terzo millennio a.C. Una famiglia linguistica, come quella indoeuropea, presenta al suo interno diverse ramificazioni.

Gruppi delle lingue indoeuropee

  • Il gruppo latino o italico (lingue romanze);
  • Le lingue germaniche;
  • Le lingue celtiche (il gallese, l’irlandese, il gallico, il bretone);
  • Le lingue slave;
  • La lingua albanese;
  • Le lingue greche;
  • Le lingue baltiche in Lituania e Lettonia;
  • Le lingue indo-iraniche dalla Turchia fino al sub-continente indiano, (fra cui il sanscrito, l’hindi, il curdo, il persiano);
  • Le lingue armene in area caucasica.

Alcuni Paesi europei, la Finlandia, l’Ungheria e i Paesi Baschi in area iberica non sono raggruppabili all’interno delle lingue indoeuropee. In Finlandia troviamo il gruppo delle lingue uraliche (dal protouralico), nei Paesi Baschi una lingua isolata rispetto alle altre famiglie linguistiche ossia il basco, e in Ungheria l’ungherese.

Le lingue romanze: elenco

L’italiano è una lingua romanza o neolatina. Le lingue romanze si sono sviluppate nei territori facenti parte dell’Impero Romano e derivano quindi dal latino. Queste lingue sono il portoghese, lo spagnolo, il catalano (zona orientale della Spagna), il provenzale, il francese, il franco-provenzale, i dialetti italo-romanzi, il dalmatico (in Croazia), il romeno. Queste lingue presentano molti punti in comune ma anche molte disparità geolinguistiche: alcune lingue come lo spagnolo, il portoghese e il francese sono parlate in tutto il mondo da milioni di persone (come lingua ufficiale o co-ufficiale), mentre ad esempio il dalmatico è una lingua ormai estinta.

L’italiano continua il latino

Perché l’italiano è definita lingua neolatina? Perché è nata da un modello noto, che è la lingua latina. Infatti si sente spesso dire che l’italiano deriva dal latino. Questa affermazione, tuttavia, non è del tutto corretta dal punto di vista linguistico. Il verbo “derivare” fa pensare al latino come a una lingua madre e alle lingue romanze come a lingue figlie. Le lingue non sono però organismi biologici, pertanto non si può parlare di nascita, di vita e di morte di una lingua. È più corretto dire che l’italiano continua il latino, infatti non c’è stata un’interruzione, un momento in cui il latino ha cessato di essere utilizzato ed è stato sostituito dall’italiano. Al contrario si è verificato un “continuum”, un processo lento di evoluzione continua. Per questo motivo “neolatino” significa “latino moderno”, quindi in questo caso l’italiano è un “latino moderno” parlato in Italia.

L’utilizzo dell’aggettivo “romanzo” è analogo rispetto all’aggettivo “neolatino”. In tarda latinità l’avverbio “romanicae” indicava la parlata “romana” che andava sviluppandosi in opposizione alla “latinae locui”, la parlata classica. Dal latino “romanicae” deriva il provenzale “romanz” e in seguito “romanzo”. La Romània è l’insieme dei territori in cui si sono originate le lingue romanze. La Romània nuova indica i territori extra-europei in cui le lingue romanze si sono diffuse in seguito a migrazioni e colonizzazione. La denominazione Romània perduta indica dei territori dell’ex Impero Romano in cui è stata importata la lingua latina (Africa mediterranea) e in cui per un certo punto si è parlato il latino, ma che poi sono stati conquistati da altri popoli e hanno cambiato lingua.

Da quale latino deriva l’italiano?

Ci si potrebbe domandare da quale latino l’italiano e le altre lingue romanze si sono generate. Infatti anche il latino, come qualsiasi altra lingua storico-naturale (opposto di lingua artificiale), presenta al suo interno molte varietà, ossia diverse realizzazioni della stessa lingua che si generano in seguito a diversi fattori. I fattori per individuare la varietà interne ad una singola lingua, come in questo caso il latino sono: il mezzo fisico-ambientale (la scrittura o l’oralità), il fattore sociale (competenza linguistica del parlante), il tempo (evoluzione di una lingua), lo spazio geografico (variazione diatopica, ossia a seconda dello spazio geografico), la situazione comunicativa (più varietà della lingua a seconda del contesto in cui avviene la conversazione).

L’italiano e le lingue romanze non derivano dal latino classico, ossia da quella varietà di latino che appartiene alla tradizione letteraria. Si tratta di una varietà esclusivamente scritta, di alto livello formale, stilistico e lessicale, che è basata su una rigida grammatica. Le lingue romanze derivano dal latino volgare, ossia dal latino parlato (= “latino del popolo”). Si tratta di una varietà molto meno aderente alla norma grammaticale, ed è parlata in un territorio vastissimo, dal Portogallo (Lusitania) fino all’attuale Romania (Dacia).

Dato che si tratta di una lingua orale di epoca antica, non ha lasciato tracce. Grazie al metodo comparativo, comunque, i glottologi sono riusciti a ricostruire parzialmente il latino volgare. Ad esempio, se esaminiamo il verbo “potere” (“pouvoir” in francese e “podér” in spagnolo), non è riconducibile al verbo latino classico “posse”. Si suppone quindi che accanto al verbo classico “posse” si sia formato un verbo dall’analogo significato usato oralmente, dalla forma molto più simile all’odierno “potere” rispetto a “posse”. Esistono anche alcune fonti del latino volgare che confermano questa teoria.

Si può trattare ad esempio di iscrizioni murarie giunte fino a noi, che proprio per la loro natura rappresentano tipologie testuali che rispecchiano il latino parlato. Altre fonti sono rappresentate dalle scritture private, soprattutto lettere di persone umili o che non avevano una competenza linguistica molto elevata (soldati). Esistono anche alcune opere teatrali che talvolta presentano i tratti tipici del parlato, in particolare nei dialoghi (opere di Plauto del III sec. a.C. e Petronio nel I sec. a.C.). Altre fonti sono rappresentate da testi tecnici, con finalità didattica e non letteraria. Un’importante fonte è costituita dai testi scritti dai grammatici o dai maestri.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Ale_boss01 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Bellone Luca.
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